[Navigando qua e là sul sito del PLI, ci siamo imbattuti in un gustoso e preveggente articolo di Enzo Palumbo, scritto quasi un anno fa, quando ancora il nostro giornale non era stato “dato alle stampe” o meglio “alla Rete”. Nell’articolo sin da allora si immaginava ciò che sta oggi avvenendo a proposito dell’ennesimo intervento legislativo sul processo penale, con l’unico ricorrente scopo di far andare in prescrizione i reati presuntivamente attribuiti al Cavaliere – “ancora” P.d.C. in carica – anche a costo di travolgere migliaia di altri processi. Lo ripubblichiamo qui di seguito, così come scritto allora, senza nulla aggiungere o togliere, a chiara dimostrazione di quanto i Liberali siano di “vista lunga”, anche se duole constatare che – ahinoi – spesso a poco serve. Ma, tant’è, ci proviamo lo stesso.  M.S.]

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Settembre 2010 – Non so quanti ricordano il bel film “Cafè Express”, realizzato nel 1980 e magistralmente interpretato da Nino Manfredi per la regia di Nanni Loy.

Il film narra la vicenda, insieme comica e triste, di Nicola Abbagnano, un povero diavolo che per sbarcare il lunario si improvvisa venditore abusivo di caffé espresso (si fa per dire) sul treno che percorre la tratta ferroviaria da Vallo della Lucania a Napoli.

Sgattaiolando, in un gioco a rimpiattino coi controllori delle ferrovie, lungo i corridoi del treno, Abbagnano cerca di vendere il suo approssimativo caffé, ovviamente sempre quello, di volta in volta spacciandolo per “stretto” o “lungo”, e così apparentemente assecondando la preferenza del viaggiatore di turno.

Questo episodio mi è venuto in mente pensando a quanto si va dibattendo in questi giorni circa la surreale vicenda del c.d. processo breve, che è sembrato per un po’, e forse ancora lo è, la mina vagante capace di fare deflagrare il corso della Legislatura.

Ne è emerso un dibattito infuocato, tra chi da mesi sostiene che occorre prefissare, con rigide norme, i tempi dei procedimenti giudiziari, anche quelli in corso, perché così vorrebbe la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), che ha ripetutamente condannato l’Italia per le sue lungaggini giudiziarie; e chi invece sostiene che tale pur condivisibile riduzione non si può imporre per legge, facendo estinguere i processi che sforano i previsti parametri, e così di fatto impedendo che giustizia sia fatta in un numero considerevole di processi, futuri e, soprattutto, già in corso.

Un po’ come accadrebbe ai treni se, stabilito che sia l’orario di arrivo, si decidesse, in caso di ritardo, di fermarli definitivamente dovunque siano giunti.

Sullo sfondo, naturalmente, il trascurabile particolare dei processi contro Berlusconi (in primis, i casi Mills e Mediaset), che verrebbero definitivamente azzerati ove mai quel ddl venisse approvato dalla Camera nel testo licenziato dal Senato.

Sembra ora che la questione stia perdendo la sua carica emergenziale, forse perché la fertile immaginazione giuridica degli avvocati/parlamentari sta studiando qualche altro ed all’apparenza  meno devastante strumento per garantire egualmente l’impunità del leader/cliente.

Anche qui, ovviamente, la motivazione è all’apparenza alta e nobile, trattandosi questa volta di dare concreta esecuzione all’art. 111 della Costituzione in tema di giusto processo.

In particolare, è ora spuntata l’idea (ma altre certamente ne verranno) di accantonare la strada del processo “breve” e di imboccare invece quella del processo “lungo”, ovviamente sempre col malcelato obiettivo di impedire che i processi a carico di Berlusconi possano giungere a sentenza.

L’on. Enrico Costa, figlio del tanto padre Raffaele (ma, ahimé, parafrasando il Virgilio dell’Eneide: “quantum mutatus ab illo”), dopo avere vigorosamente sostenuto per mesi, in Commissione Giustizia della Camera, l’assoluta ed inderogabile necessità di ridurre i tempi del processo, si appresta ora a presentare, se non l’ha già fatto, senza minimamente arrossire per la palese contraddittorietà dell’intento, un nuovo disegno di legge, questa volta per allungarli, sancendo l’impossibilità di utilizzare le sentenze emesse in un diverso processo e già passate in giudicato (per intenderci, quelle già pronunziate a carico dell’avvocato Mills, coimputato di Berlusconi), e così costringendo i giudici a ricominciare tutto daccapo, e sancendo inoltre l’obbligo di ascoltare tutti (ma proprio tutti) i testimoni indicati dalla difesa, e così sottraendo al Tribunale il potere/dovere di ridurre in termini ragionevoli liste testimoniali palesemente sovrabbondanti e/o inutili al fine dell’accertamento della verità.

L’effetto del combinato disposto di queste norme è presto detto: i tempi dei procedimenti in corso contro Berlusconi (ma, ovviamente, non solo quelli) sarebbero destinati ad allungarsi all’infinito, con l’inevitabile intervento della tagliola della prescrizione, così mettendo fine, per diversa via, a quello che in materia di giustizia resta il principale obiettivo del Governo e della sua attuale precaria maggioranza: assicurare sempre e comunque l’impunità di Berlusconi, quale che sia il prezzo che il sistema processuale sia chiamato a pagare  per raggiungerla.

Ed è per questo che mi è venuta in mente la gustosa scenetta di quel film del 1980, in cui Nicola Abbagnano si adoperava per vendere comunque ai viaggiatori la sua incerta bevanda: stretto o lungo, il caffé, pur di farlo bere ai viaggiatori; come il processo, breve o lungo, pur di darlo a bere agli italiani!

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