Difficile, anzi improbabile collocarlo in una qualsivoglia corrente artistica post-moderna. Né all’arte povera di Penone e Pistoletto, né alla Transavanguardia di Chia e Clemente è infatti possibile avvicinarlo con convinzione e certezza. Gino De Dominicis, originario di Ancona, si è sempre distinto per la sua intenzionale indipendenza, umana e artistica, votata all’inafferrabilità e al mistero, all’enigma e alla non-comunicazione, di cui la ferma volontà di non pubblicare mai alcun catalogo o libro dedicato alla sua produzione ne è l’emblema.

Ecco allora che solo dopo la sua morte, avvenuta nel 1998, esce, per la collana degli Archivi dell’arte moderna di Skira editore, il primo ed imponente catalogo sull’opera dell’artista di Ancona, curato dallo studioso, critico d’arte e fondatore dell’Associazione Gino De Dominicis, Italo Tomassoni. Un’impresa titanica, ma necessaria per permetterci di spezzare quell’alone di oscurità indecifrabile che da sempre avvolge il maestro, attraverso 632 opere arricchite da schede tecniche, documenti e commenti critici.

Sfogliando le 576 pagine del catalogo si possono leggere le brevi ma illuminanti dichiarazioni e riflessioni di De Dominicis, dall’idea provocatoria che il fiorentino Ottone Rosai avesse influenzato l’irlandese Francis Bacon e non viceversa, al suo astio verso la Biennale di Venezia, ed in particolare verso l’edizione del 1995 curata da Jean Clair, espresso tramite la lettera “Le mie opere non vogliono essere esposte alla XLI Biennale di Venezia”, che “anziché essere l’occasione per mostrare in anteprima, senza interferenze, le mie opere, è diventata una mostra personale del direttore, con un titolo da lui inventato”.

Dal 1962 agli ultimi giorni, come protagonisti di una quête ricca di ostacoli ed ambiguità, lasciamoci allora trasportare, supportati dall’acume critico di Tomassoni, dall’immortalità di un’opera tanto misteriosa quanto autodistruttiva, tanto controversa quanto anticonvenzionale, tanto indipendente quanto inclassificabile: quella di Gino De Dominicis.

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