Le pagine dei giornali sono piene dell’indignazione nei confronti della politica e dell’attuale sistema dei partiti che è completamente inadeguato a rispondere alle istanze sociali, ma il problema della capacità rappresentativa in una società sempre più fluida non riguarda solo i partiti, c’è un altro grande ammalato: il sindacato.

L’Italia è uno dei paesi con il più alto numero di rappresentanze sindacali, circa 700.000, e nonostante ciò gli stipendi sono tra i più bassi d’Europa. Certamente la colpa non è esclusivamente dei sindacati, ma senza dubbio questi numeri dimostrano che c’è qualcosa che non va e sembra che ad accorgersene siano gli stessi lavoratori. Le iscrizioni ai sindacati sono sempre in diminuzione, mentre ad aumentare è l’età media degli iscritti: nelle principali sigle più del  50% dei tesserati sono pensionati, per la restante metà il numero degli iscritti cala al diminuire dell’età. Il sindacato sembra resistere principalmente nelle grandi aziende e nel settore pubblico, mentre è in enorme difficoltà nei settori più moderni e dinamici, in alcune delle aree geografiche più produttive come il nord-est ed ha una notevole difficoltà ad incrociare le esigenze del nuovo mercato del lavoro, dei giovani, dei precari e dei lavoratori delle piccole e medie imprese.

Tutta questa fetta di lavoro che non ha garanzie e ha il problema di raffrontarsi ogni giorno con le turbolenze del mercato del lavoro senza alcun paracadute, vede nel sindacato un ostacolo e non una soluzione, una corporazione che rappresenta solo i tutelati e i garantiti senza rendersi conto che l’iperprotezione di questa parte del mondo del lavoro è causa della precarietà dell’altra.

Se il sindacato pensa di poter mantenere un approccio fortemente ideologico e un ruolo forte in un modello novecentesco ormai in declino invece di crescere e competere nell’economia globale, si relegherà ad un ruolo sempre più marginale.

Difendere le rigidità del mercato del lavoro e sbattere la porta in faccia agli investimenti che chiedono deroghe ai contratti nazionali non dà più protezione, perché la migliore garanzia per i lavoratori è un mercato del lavoro aperto, che attrae investimenti, permette più alternative di occupazione e consente di scegliersi il datore di lavoro. Sembra una banalità, ma i diritti esistono finché esiste il lavoro; che cosa se ne fanno i precari e i disoccupati del contratto collettivo nazionale di lavoro o dell’articolo 18? Niente lavoro, niente diritti.

Sicuramente il problema degli investimenti stranieri in Italia dipende da molti altri fattori come le infrastrutture, la lentezza della giustizia civile, la criminalità organizzata, le tasse elevate e la farraginosità della pubblica amministrazione, ma l’approccio rigido, ideologico e conflittuale di alcuni sindacati alle relazioni industriali non aiuta. D’altra parte è proprio su quest’ultimo punto e non sugli altri che si concentrano le richieste di Marchionne per dare il via libera agli investimenti.

Ora non si tratta di stare con Marchionne o con la FIOM, ma di guardare il fatto che l’A.D. di una multinazionale come FIAT ponga come ostacolo agli investimenti la rigidità delle relazioni industriali. Come dice il prof. Ichino “al centro del dibattito nazionale non dovrebbe esserci Marchionne e il suo piano per la Fiat, ma gli altri Marchionne di cui nessuno parla: tutte le grandi multinazionali che potrebbero investire nel nostro Paese e non lo fanno”.

Se una impresa presente da sempre in Italia, pur avendo il consenso dei lavoratori, trova difficoltà ad attuare un piano industriale, è praticamente impossibile che ad altre imprese straniere venga in mente di fare grossi investimenti in un Paese cha ha già tutti quei problemi che elencato precedentemente. Ciò vuol dire meno investimenti, meno occupazione e meno alternative per i lavoratori che sono quindi costretti a sottostare agli aut-aut delle poche imprese rimaste sul territorio.

Il problema dei sindacati e della FIOM in particolare non dovrebbe essere tanto Marchionne e il piano FIAT, ma tutti i piani FIAT e i Marchionne che potrebbero venire in Italia e invece se ne stanno alla larga.

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