[Nota della Redazione: pubblichiamo questo articolo – quale contributo alla comprensione dello scenario libico – giunto in Redazione prima che il Consiglio di sicurezza ONU approvasse (con dieci voti a favore, zero contrari e cinque astenuti tra cui Cina e Russia) la Risoluzione 1973 che autorizza la No Fly Zone sulla Libia]

No Fly Zone è l’espressione più pronunciata ultimamente dagli osservatori internazionali. Ma di cosa si tratta esattamente? La No Fly Zone è una zona d’esclusione aerea, un territorio sul quale vige il divieto di volare agli aerei non autorizzati e controllato militarmente. In genere viene approvato da istituzioni internazionali come l’ONU, la NATO o l’UE ma può anche essere decisa autonomamente. Nel 1992 il Regno Unito e gli USA intervennero nello scontro tra il regime iracheno, i Curdi e gli Sciiti per evitare che aerei di Saddam colpissero dal cielo le popolazioni civili colpendole con armi chimiche. La legalità di questa operazione è stata a lungo oggetto di dibattito tra i sostenitori della decisione che affermavano che la zona di divieto di volo era stata autorizzata implicitamente dalla risoluzione 688 e quelli contrari che invece sostenevano che la risoluzione non menzionava in alcun modo tale tipo di operazione. No Fly Zone, si? No fly Zone, no? I ribelli sembrano non riuscire a fermare gli attacchi di Gheddafi e Bengasi reclama un’imposizione di questa forma di intervento che però comporta rischi difficili da prevedere.
Adottare questa misura – che è palesemente un atto di guerra perché vedrebbe bombardata la flotta aerea di Gheddafi – non dovrebbe in teoria comportare ulteriori danni alla popolazione civile visto che questi bombardamenti sarebbero mirati. Malgrado ciò vi sono posizioni differenti tra gli stessi Paesi protagonisti della scena internazionale.

I rappresentanti dell’opposizione libica hanno illustrato la loro posizione favorevole ma alla condizione che non ci sia nessuna presenza fisica di soldati stranieri sul suolo libico. E viene da chiedersi allora: cosa ci faceva quel sedicente diplomatico scortato da otto membri della SAS nel sud della Libia?
La NATO fa sapere tramite il segretario generale Rasmussen che la sua assistenza deve risultare necessaria, derivare da un mandato ONU ed avere il sostegno della regione. E qui sorge il primo problema: Russia e Cina non sono convinte di approvare una risoluzione così impegnativa ma fanno parte dei 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e hanno quindi diritto di veto, a differenza degli altri dieci membri eletti a rotazione. Il 24 febbraio il Consiglio di sicurezza, dopo soli 4 giorni di incontri, aveva approvato le sanzioni contro la Libia, ma l’ipotesi di una No Fly Zone riporta alla mente il precedente ancora troppo fresco contro l’Irak e i suoi risultati discutibili.

Ci sono poi gli USA o meglio Obama, che dopo l’Afghanistan e l’Irak vede l’America soffrire di “intervention fatigue” e deve quindi, all’alba delle elezioni, trovare il modo di non piegarsi a Gheddafi, fermare questo genocidio ma non impegnare altre vite umane in una guerra lontana e incomprensibile ed è per questo motivo che anche la Casa Bianca sta ufficialmente preparando la No Fly Zone senza metterla in atto. Ma perché allora gli USA stanno riposizionando le forze navali nel Mediterraneo e vi hanno inviato 2000 marines? Inoltre, Gates ha apertamente detto che “una No Fly Zone deve iniziare con un attacco sulla Libia, per distruggere le sue difese aeree; è il modo giusto per imporre una No Fly Zone”. Infine c’è Sarkozy che è d’accordo ma giudica la NATO inadeguata, sostenendo – dopo un primo accordo bilaterale con Cameron – che ci vuole un mandato ONU avallato dalla Lega Araba (che ha nel frattempo detto sì anche se la Siria non sembra essere pienamente d’accordo) e dall’Unione Africana. Non dimentichiamo che la Francia nel Maghreb è stata a lungo regina ma da lungo tempo la sua luce si è offuscata e l’occasione che l’Europa sembrerebbe non aver colto nel poter ridisegnare la mappa geopolitica del Nordafrica offerta dalle rivolte degli ultimi mesi grazie alla sua indecisione, potrebbe essere colta da altri.

Gheddafi come Saddam? Sembrerebbe di sì, non però l’ultimo Saddam, l’uomo finito e sfinito dalla fuga e dalla prigionia ma quello tenuto in isolamento dopo la prima guerra del Golfo del 1991. L’Irak era diviso in tribù e clan religiosi, come la Libia di Gheddafi, e nonostante l’impopolarità di Saddam non è mai emersa una figura carismatica alternativa, proprio come sembrerebbe accadere oggi con Gheddafi. Ma una differenza di non poco conto esiste tra le due situazioni; benché fosse il secondo produttore di petrolio al mondo, l’Irak non aveva un peso decisivo sui mercati esteri come non aveva partecipazioni azionarie all’estero, era quindi un problema “marginale” cosa che Gheddafi e il suo petrolio non sono. Ed ecco sorgere i dubbi su questa pressante spinta di Francia e GB da una parte e USA dall’altra ad intervenire “per scopi umanitari”. Gheddafi minaccia di sostituire le compagnie petrolifere occidentali (Total per la Francia, ENI per l’Italia, BP per il Regno Unito, REPSOL per la Spagna, Hess, Conoco Phillips) con quelle cinesi (China National Petroleoum Corp.) facendo profilare uno scenario economicamente negativo per tutti. E perché Exxon e Chevron non hanno rinnovato le concessioni? L’aver “aiutato” governi in difficoltà come la Repubblica del Congo, la costa d’Avorio e il Rwanda non vuol dire minare ulteriormente l’influenza della Francia e voler sottrarre ai Cinesi il controllo del continente africano tutto?
L’unica cosa certa è che siamo davanti ad un difficile compromesso. L’emergenza umanitaria in effetti c’è, lo constatiamo tutti i giorni in prima persona con gli sbarchi a Lampedusa o le testimonianze che arrivano da chi opera sul campo ma è anche vero che la posta in gioco è molto alta per Obama che se si arrendesse a Gheddafi perderebbe ancora più in credibilità e consenso. Per questo dobbiamo aspettarci qualche forma di intervento militare degli USA, con alcuni Alleati e probabilmente il supporto di diversi paesi Arabi. Ma la posta in gioco è alta anche per noi: non solo come Europei che dipendiamo pesantemente dalle forniture energetiche della Libia e che rischiamo di veder arrivare ondate infinite di profughi; ma anche come italiani che dobbiamo gestire i nostri interessi internazionali, ridare credibilità ad un’immagine che ha perso parecchio smalto negli ultimi tempi e questo non lo possiamo fare temporeggiando in nome dei vecchi tempi quando l'”Impero” ci faceva sentire invincibili o qualche abbraccio ipocrita cancellava ogni orrore. Dobbiamo prendere una posizione decisa che non faccia più parlare dell’Italia pensando al paese dei balocchi.

Si parla di persone, vite umane usate come merce di scambio in un film già visto troppe volte: Vietnam, Indocina, Afghanistan, Irak, Cecenia, Kosovo, Bosnia. Dobbiamo far diventare l’espressione troppo leggermente utilizzata “war is good for business” in “war isn’t good for business”.

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