Le antinomie proprie dei Paesi baltici possono essere riassunte dal controverso, instabile eppure necessario rapporto che lega le tre repubbliche al padrone di ieri, la Federazione Russa. A seguito delle indipendenze nazionali raggiunte nei primi anni ’90,  Estonia, Lettonia e Lituania hanno intrapreso riforme strutturali market-oriented e di stampo ultraliberista, volte ad accorciare le distanze con i vicini occidentali, la cui efficacia è stata avallata dall’ingresso nell’Unione Europea  nel 2004 (e precedentemente in altri importanti fora multilaterali, quali l’Organizzazione Mondiale del Commercio).

La Lettonia varò un programma di deindustrializzazione (chiusura del gigante delle comunicazioni VEF e della casa automobilistica RAF) che alimentò disoccupazione per la compagine operaia e impiegatizia russa. Anche le aziende di trasformazione ittica soffrirono rovinosamente la perdita del mercato dell’Unione Sovietica. Il PIL della Lettonia crollò del 12,6% nel ‘91, del 32,1% nel ‘92 e dell’11,4% nel ‘93. Ciò nonostante, i vertici politici individuarono nel settore bancario e nella logistica i settori che avrebbero trainato il rilancio economico del Paese. Il flusso di investimenti occidentali contribuì al decollo economico dei primi anni 2000, anche se l’atterraggio dovuto alla “bolla” finanziaria del 2008 è stato assai brusco. Nel 2010, il PIL era appena il 90% rispetto all’ultimo anno di vita dell’URSS, il 1990. La disoccupazione record (13,2% a maggio) alimenta una massiccia emigrazione verso i paesi anglofoni (dal crollo dell’Unione Sovietica, la popolazione è diminuita di 400.000 persone) ed esacerba ulteriormente le tensioni etniche fra cittadini russi e lettoni.

Tali squilibri demografico-economici hanno generato un revival di interesse verso l’ingombrante vicino eurasiatico, che sembra al momento garantire migliori prospettive di quanto non possa fare un’esangue UE. L’ex presidente Valdis Zatlers si è recato in visita ufficiale a Mosca a dicembre. L’iniziativa non è stata gradita dal centro-destra parlamentare, che ha paventato un riflusso del soffocante abbraccio russo. Valdis Zatlers ha poi mancato il secondo mandato presidenziale. Il 2 giugno il parlamento gli ha preferito di misura lo sfidante Andris Bērziņš. Quest’ultimo ha ricevuto i voti, oltre che del suo partito ZZS (Verdi e agricoltori), del Tzentr Soglasnya (Centro dell’Armonia – il partito che ha espresso il sindaco di Riga e che rappresenta la minoranza russofona). Al presidente uscente sono andati invece i voti di Visu Latvijai!-TB/LNNK, formazione che raggruppa i nazionalisti lettoni. Il peso politico della Federazione Russa e della cittadinanza russofona in Lettonia è evidentemente in ascesa.

I Lituani si considerano, rispetto ai loro vicini baltici, i “campioni” della libertà riacquisita negli anni ’90. Sono stati la prima Repubblica a proclamarsi indipendente e hanno avuto morti e feriti a seguito della reazione sovietica. Riservano motti sagaci ai confinanti, come “ciascun Lettone è pronto a morire per la Patria, dopo che l’ultimo Lituano sarà già morto per essa”, e vantano una cittadinanza spiccatamente monoetnica (85% di lituani). Ciò nonostante, anche la Lituania si trova in una situazione di empasse. La disoccupazione è schizzata al 17,9% nel 2010 ed il tasso di crescita della popolazione è -0,27%, fra i peggiori al mondo. La popolazione, complice la crisi e l’emigrazione, è diminuita da 3.335.000 persone nel 2009 a 3.261.000 nel 2010. Per giunta la chiusura della centrale nucleare di Ignalina, avvenuta il 31 dicembre del 2009 a seguito degli accordi di adesione della Lituania all’UE, ha portato ad una impennata nei prezzi dell’energia dei paesi baltici, ad un effetto negativo sul PIL lituano superiore all’1% e ad una ancor maggiore dipendenza dal gas russo.

Proprio il settore energetico riveste un’importanza cruciale nei rapporti fra Paesi baltici e Russia. Estonia, Lettonia e Lituania (con l’aggiunta della Polonia) stanno collaborando tramite le rispettive aziende nazionali (Eesti Energia, Latvenergo, Lietuvos Energija) alla realizzazione del reattore nucleare di Visaginas. Questo impianto in territorio lituano dovrà attenuare gli effetti perversi dello shut-down della centrale di Ignalina, consentendo una diversificazione nell’approvvigionamento energetico e un raffreddamento delle surriscaldate tariffe elettriche.

Il banco di prova più importante per le relazioni Russo-Baltiche, in grado addirittura di condizionare la politica energetica europea dei prossimi decenni, sarà tuttavia il Third energy package varato dall’UE. La Lituania (cui a breve seguirà l’Estonia) è il primo Paese europeo ad implementare il pacchetto, che prevede tra l’altro una separazione (unbundling) fra la rete dei gasdotti e il controllo societario. La Russia avversa decisamente tale prospettiva, essendo la compagnia energetica nazionale lituana, Lietuvos Dujos, controllata al 37% dalla Gazprom. Quest’ultima potrebbe quindi perdere il controllo strategico sulle forniture di energia dei Paesi baltici. Il piano della Lituania è quindi spezzare il monopolio Gazprom tramite l’accesso ai flussi globali di GNL (Gas Naturale Liquefatto), da convogliare tramite rigassificatori nella rete di gasdotti scorporati dal controllo russo grazie al Package. Inoltre, nel Paese si ripone molta fiducia nello shale gas, tanto che rappresentanti del governo lituano hanno partecipato al GSGI (Global Shale Gas Iniziative) tenutosi nel 2010 a Washington.

L’azzardo della Lituania, anche qualora fosse adeguatamente supportato dall’UE, è indice del malessere e dell’insoddisfazione che attraversa le repubbliche baltiche. Una crisi demografica, sociale, economica e – soprattutto – di identità, cui l’Europa non sta rispondendo in maniera adeguata e costruttiva. Gli escamotage legislativi di cui sopra non aiuteranno i Paesi baltici a ricomporre le divisioni e le barriere etniche, e semmai rafforzeranno logiche competitive che alla lunga non faranno altro che allontanare le repubbliche dall’asfittica Unione Europea.

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