La galassia europea in turbinosa espansione, composta di stelle di primaria grandezza e di altre vicine al collasso, è minacciata da un buco nero infisso nel cuore del suo sistema: il Kosovo.

Come abbiamo già osservato, il significato simbolico che questa terra riveste è per la Serbia sicuramente più rilevante rispetto al mero controllo amministrativo. D’altra parte, la gran parte della popolazione appartiene a una comunità storicamente altra rispetto al popolo serbo. La nostra analisi prenderà quindi le mosse da una disamina delle responsabilità politiche che stanno trascinando l’autoproclamata repubblica su un sentiero di distruzione e illegalità, analizzando poi in successivi approfondimenti il peso delle attività criminali colà basate.

Già dall’inverno del 2000, un anno dopo la conclusione delle operazioni NATO volte a stroncare l’attività di etničko čišćenje (pulizia etnica) intrapresa dai Serbi contro la comunità Kosovaro-albanese, circolò una informativa redatta dai servizi di intelligence della NATO che addossava ad Hashim Thaçi (leader dell’UÇK – Esercito di Liberazione del Kosovo) la responsabilità di “aver stabilito una rete di influenza sulle locali organizzazioni criminali”. Inoltre, nonostante gli accordi di pace prevedessero il disarmo dell’UÇK, molti dei suoi componenti sono transitati nel Corpo di Protezione del Kosovo, sorto dal Regolamento UNMIK 1999/8 con l’obiettivo di “stabilizzare” la regione.

Negli anni a seguire, l’ex-comandante Thaçi ha intrapreso una carriera politica che lo ha portato a ricoprire l’incarico (per due mandati) di Primo Ministro dell’entità statuale, nonostante ricadano su di lui sospetti per la sistematica eliminazione dei capi delle fazioni avversarie che si disputavano il potere della “provincia serba”. Durante la sua ascesa politica, sono circolati in ambienti NATO e statunitensi almeno 4 report che lo accusavano di svariate attività illegali (estorsione; omicidio; sfruttamento della prostituzione; traffico di droga, di auto rubate e di sigarette). È logico supporre che queste informative siano circolate ai più alti livelli. Il quadro non è ancora completo: esiste un rapporto denominato Inhuman treatment of people and illicit trafficking in human organs in Kosovo, presentato dall’europarlamentare Dick Marty, che tratta delle violenze ai danni di civili serbi, eliminati per alimentare un vasto traffico d’organi. Anche in questo caso, al vertice dell’impresa criminale si suppone esser Thaçi

Nonostante tali sospetti avrebbero dovuto quantomeno incrinare l’appeal del Primo Ministro, l’ex Segretario di Stato statunitense Albright lo ha pubblicamente abbracciato, Bush lo ha accolto nella Sala Ovale e l’attuale Segretario di Stato Clinton è stata da lui ricevuta in Kosovo. Perché le diverse amministrazioni hanno continuato ad ostentare buoni rapporti con Thaçi? La risposta, probabilmente, risiede proprio nell’impossibilità di scaricare politicamente l’uomo che, agli occhi dei Paesi occidentali, ha il merito di tenere sotto controllo il Kosovo. Il problema di fondo è che gli individui e le organizzazioni che sono state in grado di primeggiare nella lotta intestina per il controllo della “provincia” (non importa con quali mezzi) sono stati poi ipso facto in grado di accreditarsi quali interlocutori privilegiati agli occhi della comunità internazionale. L’apparente tautologia spiega molto dell’atteggiamento contraddittorio tenuto in primis degli Stati Uniti, che sembrano aver applicato metri di giudizio differenti ai crimini commessi dalle diverse parti implicate nella zuffa per il controllo del Kosovo.

Sono inoltre circolate numerose voci riguardo pressioni esercitate da diplomatici statunitensi in Kosovo volte ad ostacolare e rallentare l’attività dei procuratori delle Nazioni Unite che stavano indagando sui crimini di guerra compiuti dall’UÇK. Anche in questo caso, le interferenze sono state generate nell’ottica (aprioristica) di fornire l’immagine di un Kosovo pulito e ben guidato da una classe dirigente affidabile e concreta.

La scelta di ignorare queste criticità è quindi legata alla volontà di congelare le relazioni interetniche fra Serbi e Albanesi, anche a costo di sacrificare le altre priorità legate all’ordine pubblico e alla certezza del quadro normativo. Si tratta di una scelta miope ed irresponsabile nei riguardi dei cittadini onesti di entrambe le etnie, che potrebbero concorrere allo sviluppo della regione e alla riappacificazione culturale, ma che sono emarginati dal peso preponderante acquisito da ex-guerriglieri in odor di mafia, imprenditori di dubbia moralità e incendiari predicatori neo-jihadisti.

Il Kosovo è una terra martoriata, dove le nazioni occidentali hanno sinceramente tentato di portare ordine prevenendo ulteriori massacri. Però, proprio dalle ceneri della guerra sta sorgendo un edificio con fondamenta colpevolmente guaste e instabili, che è stato consapevolmente abbandonato a sé stesso, fingendo di non vederne le storture. La disoccupazione al 40% e un PIL basato per il 15% sulle rimesse degli emigranti dovrebbero collocare a buon diritto il Kosovo fra i failed state prima ancora di nascere compiutamente. Uno Stato nato morto. La paura dei Serbi confinati a Kosovca Mitrovica nord, che attaccano le truppe Kosovaro-albanesi ai checkpoint di confine per non esser tagliati fuori dalla loro Madrepatria ci testimonia quanto la pace sia ancora una chimera per quelle terre.

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