Le elezioni presidenziali previste per il 2012 in Messico rivestiranno una grande importanza anche per il modo in cui colui il quale verrà eletto presidente intenderà rispondere a quella che è forse la più importante criticità del Paese: la guerra fra cartelli per il controllo del traffico di droga.

Attualmente, il Partito d’Azione Nazionale del presidente Felipe Calderon è pesantemente criticato dalle forze d’opposizione per il modo con cui è stata gestita la lotta al narcotraffico. Alcune forze politiche, specie il Partito Rivoluzionario Istituzionale, sembrano caldeggiare un abbassamento del livello di tensione cercando un “accordo” con il mondo dei cartelli, al momento impegnati in una feroce guerriglia fra loro e, secondariamente, contro le forze dell’ordine. È rimarchevole notare che l’attuale presidente mandò nel 2006, appena eletto, oltre 6500 membri delle forze dell’ordine nello stato di Michoacán per combattere la criminalità organizzata locale. Fu quello il punto di partenza di una escalation che oggi vede oltre 45.000 uomini impiegati sul terreno della lotta al narcotraffico.

È necessario a questo punto compiere un breve excursus per comprendere meglio come i cartelli abbiano potuto acquisire una tale rilevanza nell’ambito politico-economico messicano. Nei decenni scorsi, la via principale tramite la quale gli stupefacenti arrivavano in Florida era quella caraibica, gestita da potenti cartelli colombiani e, in un ruolo di subalternità, messicani. I rafforzati controlli frontalieri del governo statunitense hanno portato ad una riallocazione dei flussi che ha favorito nettamente i cartelli messicani, che oggi controllano circa il 70% del traffico di droga (90% nell’ambito della cocaina) verso gli USA. Oltretutto, la diversificazione nei consumi di narcotici negli Stati Uniti ha permesso ai trafficanti di estendere la gamma di prodotti offerti, muovendosi verso catene del valore più elevate. Anche la logistica gioca a favore dei nuovi padroni del commercio di droga: canali distributivi sempre più lunghi hanno ovviamente generato ricavi maggiori e stimolato l’emergere di competenze gestionali e manageriali nel commercio. Ancora, a differenza di quanto avvenne in Colombia ai tempi di Escobar, i cartelli messicani combattono una guerra principalmente intestina, escludendo bersagli istituzionali di alto profilo ed evitando (relativamente) il coinvolgimento della società civile.

Nonostante i proclami elettorali, quindi, il nuovo presidente messicano potrebbe incontrare difficoltà nell’indebolire le dinamiche oppositive proprio perché queste non investono direttamente il governo e le istituzioni. Inoltre, nonostante esistano due cartelli predominanti (la Federazione di Sinaloa e i Los Zetas), la geografia dei cartelli contempla molti altri gruppi caratterizzati da deboli rapporti gerarchici, che rendono oggettivamente complicato stabilire e implementare “tregue d’armi” per il governo centrale.

Oltretutto, la tensione fra questi gruppi permane su livelli elevati. A metà giugno è stata registrata una vera e propria battaglia nella città di Matamoros fra esponenti del Cartello del Golfo e dei Los Zetas, dove sarebbe rimasto ucciso il leader di questi ultimi, Heriberto “El Lazca” Lazcano Lazcano. È interessante rilevare come il nome di questo cartello derivi dal codice di chiamata radio assegnato alle forze speciali dell’esercito messicano, cui molti affiliati alla banda precedentemente appartenevano. Il Cartello del Golfo aveva assoldato questi soldati come milizia privata nel 1999, ma dopo alcuni anni gli ex-militari decisero di “mettersi in proprio” muovendo guerra proprio agli ex datori di lavoro. Nel conflitto a fuoco di Matamaros (roccaforte del Cartello del Golfo), i Los Zetas sono stati in grado di inviare 130 SUV armati. Una vera e propria azione militare, cui brigate meccanizzate dell’esercito messicano hanno partecipato solamente nel ruolo di osservatori.

Un altro elemento che evidenzia la difficoltà di arrestare la guerriglia strisciante in Messico è la trasformazione del business dei cartelli. Gli Stati Uniti sono passati dal definirli tramite l’acronimo DTO (Drug Trafficking Organizations) al nuovo acronimo TCO (Transnational Criminal Organizations). Il cambiamento di denominazione riflette le nuove frontiere esplorate dai gruppi: pirateria informatica, prostituzione, furto d’auto, tratta di esseri umani, traffico d’armi, estorsione e rapimenti. Se anche il governo volesse rendere più “agevole” il traffico di droga, è altamente improbabile che le bande decidano di instaurare meccanismi cooperativi anche nei rimanenti settori di attività.

D’altra parte, legalizzare alcune categorie di narcotici renderebbe i cartelli ancora più concentrati su linee di business (quali rapimento e prosituzione) che inciderebbero assai più direttamente sulla popolazione civile. Non dovremmo dimenticare, infine, che il commercio di stupefacenti genera enormi flussi di capitali che hanno sicuramente un impatto non trascurabile sull’economia messicana. Per la serie di regioni suesposte, è altamente improbabile che il nuovo presidente intenda modificare seriamente gli equilibri che si sono consolidati in questi ultimi anni nella lotta al narcotraffico.

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