Continua il nostro viaggio alla (ri)scoperta delle Radici del Pensiero Liberale. Frédéric Bastiat (1801-1850), economista e scrittore francese, giornalista economico ma anche filosofo e politico liberale, è stato più volte definito, da studiosi e scrittori, “l’apostolo della libertà individuale”, nel suo ruolo di ispiratore e organizzatore di quei movimenti a favore del liberalismo che hanno animato l’Europa verso la metà del diciannovesimo secolo. Partecipa ai moti del 1830 ed è particolarmente significativa la sua presenza come deputato all’Assemblea Costituente del 1848. Sul piano politico e sociale si batte per la libertà nei commerci internazionali, per la riduzione dello Stato e delle sue spese, per la partecipazione delle donne alla politica, contro le avventure coloniali e per la libertà delle associazioni operaie.

Ancora adolescente abbandona la scuola per dedicarsi al lavoro nell’attività di famiglia; la vita imprenditoriale influenza il pensiero di Bastiat e, in particolare, le sue teorie economiche: nel proprio lavoro egli sperimenta il protezionismo che poi denuncerà nei suoi scritti. Il suo primo articolo, datato 1834, era la risposta a una petizione dei mercanti di Bordeaux, i quali richiedevano misure di tipo protezionistico: “Voi vorreste un privilegio per pochi, io chiedo libertà per tutti”, li incalzava  Bastiat.

L’importanza e il valore dell’economista francese sono stati ampiamente riconosciuti da liberali illustri: Bruno Leoni ma anche Ludwig von Mises colsero l’originalità di Bastiat, come il Premio Nobel Friedrich von Hayek.  Molte delle riflessioni di Bastiat anticipano, infatti, idee e dibattiti che si svilupperanno nel Novecento. James Dorn accosta il pensiero di Bastiat a quello di Hayek: entrambi dedicano un’analoga attenzione al problema della “giustizia”, al diritto che sia “generale, equo e certo”, alla distinzione fra giustizia e l’insidioso principio di una “fraternità legale”. Tuttavia ciò lega Bastiat a Hayek è soprattutto l’analisi del rapporto fra diritti di proprietà, competizione e conoscenza: egli si accorge, prima di Hayek, che la competizione conduce alla cooperazione sociale e a un utilizzo più utile della conoscenza. Bastiat afferma che i mercati funzionano in modo che “i piani o gli interessi di un individuo tendono ad armonizzarsi naturalmente nel modo più armonioso possibile”, considerazioni che, in seguito, caratterizzeranno la riflessione di Hayek. Il libero mercato genera un processo dinamico di “scoperta” e l’interventismo governativo viene individuato come un pericolo, in quanto quando esso diventa la regola “la gente smette di discutere, di contare, di ragionare persino, perché la legge fa tutto per loro e l’intelligenza stessa diventa inutile”.

Non si può però ricordare Bastiat semplicemente come un precursore di Hayek. La distanza fra l’uno e l’altro, inoltre, si fa sempre più ampia a proposito di libertà individuale, un concetto cardine che Hayek appiattisce su una giustificazione “utilitaristica”, non cogliendo l’importanza di dare una fondazione “etica” al liberalismo. Lo stesso Hayek finì per ammettere la superiorità dell’impostazione del suo predecessore, rimarcando che “Bastiat aveva ragione nel guardare alla libertà di scelta come un principio morale che non deve mai essere sacrificato alle condizioni d’opportunità”. Un liberale deve pensare, necessariamente, alla libertà come un fine morale.

Il pensiero di Bastiat è vicino alla grande tradizione della Scuola Austriaca che riconosce come propri punti di riferimento Ludwig von Mises e Murray Rothbard; in particolare, ciò che lega Bastiat al fondatore dell’anarco-capitalismo è soprattutto l’impostazione giusnaturalista, che rende le sue argomentazioni contro il positivismo giuridico molto efficaci.

Nei manuali di storia del pensiero economico Bastiat è presentato essenzialmente come il principale portavoce del concetto di armonia. Nella sua opera maggiore, Les harmonies économiques, egli sviluppa e difende la tesi secondo la quale gli interessi di tutti i membri della società sono armoniosi qualora siano rispettati i diritti di proprietà; in termini moderni, nella misura in cui sia attivo un mercato davvero libero, svincolato da qualsiasi intervento da parte dello Stato. Bastiat si basa sull’idea che i mercati tendano spontaneamente all’equilibrio e che essi massimizzino, o tendano naturalmente a massimizzare, l’utilità sociale. Egli sostiene che non ci sia nulla nella natura del libero mercato che, a priori, sia suscettibile di ostacolarne l’ottimale funzionamento, penalizzando gli interessi di alcuni. L’etica si realizza nel libero mercato e il “Laissez faire” è la ricetta di Bastiat, convinto che gli uomini sappiano meglio di qualunque legislatore ciò che vogliono, e i mezzi per ottenerlo; basta lasciarli fare e liberi di interagire. Se si rispetta scrupolosamente la proprietà privata, si sviluppa un ordine naturale che permette agli interessi individuali di non deteriorarsi, bensì di confortarsi reciprocamente. Passando in rassegna i principali rapporti economici che caratterizzano le società moderne, Bastiat riconosce l’esistenza di un’armonia superiore che ingloba le divergenze tra produttore e consumatore, capitalista e salariato. Esisterebbero leggi predominanti di equilibrio e di unificazione che associano i diversi interessi in modo che “Il bene di ciascuno favorisca il bene di tutti, come il bene di tutti favorisce il bene di ciascuno”. In questa condizione la società si eleva costantemente sul piano fisico, intellettuale e morale, agevolando lo sviluppo della ricerca e dell’azione, in pratica della libertà.

Bastiat valorizza e coglie la ricchezza di ogni singola esperienza umana, percependo l’economia come scienza “dell’azione umana”: “il soggetto dell’economia è l’uomo… l’unico soggetto che ha capacità di scegliere, giudicare e agire”. L’unico compito dello Stato è quello di proteggere i diritti originari e incoercibili di ogni individuo: la vita, la libertà e la proprietà. Facendo eco a John Locke e Thomas Jefferson, Bastiat prosegue: “ognuno di noi ha il diritto naturale… di difendere la sua persona, la sua libertà e la sua proprietà. Queste sono tre condizioni basilari per la vita, e la conservazione di una di esse è interamente dipendente dalla conservazione delle altre due”.

Riguardo al diritto di proprietà, accuratamente trattato da Bastiat, molti decenni prima che il socialismo di realizzasse, l’economista e filosofo liberale francese intuisce i disastri morali e materiali derivanti dalla cancellazione del diritto di proprietà e dell’ordine naturale che ad esso è legato. Se la proprietà si trasforma in una “creazione della legge” perde la sua consistenza, i capitali diventano intangibili e, non avendo la certezza di disporre del frutto delle proprie fatiche, il lavoro diventa privo di motivazione per l’individuo. L’incertezza sul futuro produce la riduzione degli investimenti e delle attività, in quanto ben pochi si ingegneranno ad intraprendere nuove imprese se le possibilità di godere di quanto si realizza sono ridotte al minimo, o addirittura azzerate. Se la proprietà viene invece riconosciuta nella sua dignità, l’attività umana non ha nulla da temere. Gli individui possono tornare a “fare progetti”, condividendo speranze e iniziative, senza il timore che ogni loro piano possa essere sovvertito da nuove norme o riforme improvvise.

L’uomo nasce proprietario e la proprietà non deve essere giustificata ma è evidente. Separare l’individuo da ciò che è diventato suo vuol dire annullarlo: “Non è perché ci sono le leggi che ci sono le proprietà, ma è perché ci sono le proprietà che ci sono le leggi” e, proprio per tutelare le loro proprietà, gli uomini possono decidere di fondare delle istituzioni. Bastiat utilizza i concetti di proprietà e appropriazione come elementi fondamentali della sua analisi: da un lato la proprietà privata, dall’altro l’appropriazione tramite coercizione. Da un lato l’appropriazione è vista come risultato di un atto di creazione, e dall’altro è fondata sulla violazione e la spoliazione. Quando la proprietà è frutto di un’appropriazione forzata che viola i diritti individuali, si generano una serie di conflitti di interesse che turbano il mercato e ne compromettono il regolare funzionamento, fino alla distruzione. Di conseguenza Bastiat non condivide lo stato sociale, che impone la fraternità e la solidarietà cancellando la responsabilità individuale, e formula così il modello dello Stato minimo: la Proprietà è un diritto anteriore alla Legge e la Legge non avrebbe per oggetto che di garantire la Proprietà.

Nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino (art. 17) la proprietà è stata collocata, non a caso, sul terreno dei diritti inalienabili: “Ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà privata sua personale o in comune con gli altri. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà”. Una collocazione ripresa con delle varianti nelle diverse Costituzioni repubblicane. All’inizio della modernità, la proprietà privata assume un profondo significato antropologico: essa appare infatti come “il luogo” dove l’individuo può costruire le condizioni della propria indipendenza, mettendosi al riparo dai rischi dell’esistenza.

In quest’ottica la proprietà è l’istituzione sociale per eccellenza.

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1 COMMENTO

  1. Interessante. Ho solamente un dubbio sulla proprietà. Il proprietario in realtà è schiavo di ciò che crede di possedere. Si nasce soli e si muore soli, e ciò indipendentemente da ciò che si possiede (o si crede di possedere). Si può ereditare un bene, oppure acquistarlo, o ancora riceverlo in regalo. Tuttavia, alla nostra morte il bene non ci seguirà, ma passerà ai nostri eredi.

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