Il partito che noi oggi conosciamo come Liberal-Democrats è nato alla fine degli anni ottanta, precisamente il 3 marzo del 1988; ventitré anni fa i Liberals inglesi e il Social Democratic Party si “fusero” dopo lunghe ed estenuanti trattative e diedero vita ad un nuovo soggetto politico. Leader del neonato partito fu eletto Paddy Ashdown. Ma se la nascita fu complessa, l’infanzia fu addirittura travagliata non solo per il succedersi di tre nomi nell’arco di pochi mesi, dapprima Social & Liberal Democrats, poi solo lo sterile Democrats e infine il binomio, con il quale il partito è conosciuto oggi, Liberal Democrats, ma anche perché la fusione tra i social-democratici e i liberali stava accentuando le differenze tra i due “vecchi” partiti.

Tuttavia sotto la guida di Asdhown, energica e ispiratrice che durerà fino al 1999, il nuovo partito, superate alcune difficoltà finanziarie, riuscì a stabilizzarsi sulla scena politica nazionale ed europea, risultando il partito con più rappresentanti locali, oltre 5000, e centrando una percentuale di voto che alle politiche del 1992 era ben salda al 17.1%. I Lib-Dem erano riusciti nella sopravvivenza e anzi si erano assicurati il ruolo di terza forza sullo scenario politico nazionale.

Con la forza dei Conservatori ormai ridotta al lumicino, la scena politica britannica si apprestava ad essere trasformata dall’ascesa inarrestabile di Tony Blair e molti critici avevano previsto che la nuova ricetta New Labour avrebbe prosciugato i bacini di voto dei neonati Lib-Dem. Il partito non solo “tenne botta” nel ’94, ma si presentò alle elezioni nazionali del 1997, che elessero Tony Blair primo ministro, più rinvigorito che mai. Dai diari di Ashdown, pubblicati nel 2001, si legge, addirittura, che dietro le quinte lui e Tony avevano dato vita ad epocali trattative per una coalizione, che poi mai si realizzò dato il trionfo dei Laburisti, i quali si apprestavano ad iniziare la legislatura con ben 179 seggi di vantaggio.

Durante gli anni 2000 i Lib-Dem riuscirono con Charles Kennedy prima e con Manzies Campbell poi a mantenere una posizione stabile e a incrementare il proprio ruolo politico “rubando” elettori sia ai Laburisti che ai Conservatori, con posizioni che risultarono avere un grande appeal sia a sinistra che a destra, come quella sulla guerra in Iraq (si opposero vigorosamente), il supporto ai diritti civili e la riforma elettorale. Le scelte del partito furono premiate quando nelle elezioni del 2005 i Lib-Dem sfondarono il 20% (22.1%) ottenendo però, grazie alla legge elettorale, la miseria di 62 seggi a Westminster; quasi un quarto dei voti nazionali per un decimo degli scranni parlamentari.

Da qui ai giorni nostri il passo è molto breve e la leadership di Nick Clegg, iniziata il 18 dicembre 2007, ha portato i Lib-Dem nella coalizione di governo con i Conservatori, superando le aspettative. Nei suoi discorsi facilmente si trovano citazioni di John Meynard Keynes, David Lloyd George e John Stuart Mill, che Clegg considera come appartenenti ad un idea di “radical-centrismo”. Ed è proprio lì che i Lib-Dem si pongono: diritti civili, meno Stato, più privatizzazioni e una nuova forza alternativa liberale sono tutti ingredienti di un liberalismo che ha fede nell’individuo e di conseguenza, secondo Clegg, si pone in una posizione di centro radicale. “Per la sinistra c’è l’ossessione dello Stato,” continua il leader dei Lib-Dem, “per la destra quella del mercato. Noi come liberali mettiamo la fede nell’individuo, i nostri avversari politici cercano di darci un’etichetta rispettivamente di destra o di sinistra, ma noi non stiamo né da un lato né da un altro, noi abbiamo la nostra di etichette: Liberali, e in quanto liberali ci appartiene il centro della politica inglese”.

Tralasciando le romantiche e pur sempre affascinanti affermazioni da congresso, in un paese non avvezzo al multipartitismo forse avere due grandi poli politici, uno conservatore e uno laburista nel senso post-blariano del termine, aiuta, particolarmente nei momenti di difficoltà e crisi, la crescita di un terzo punto di forza politico. Ora sarebbe anacronistico e non corretto tentare di portare i Lib-Dem come modello per un eventuale terzo polo all’amatriciana, ma potrebbe essere comunque di ispirazione come esempio di un importante partito liberale centrista di successo e riformatore che ha saputo rinnovarsi con il passare del tempo e crescere sulla scena politica nazionale.

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