Di questi tempi in cui i venti anticoncorrenziali soffiano in risposta alla crisi internazionale, appare doverosa una precisazione: la globalizzazione non rappresenta né la panacea né tantomeno la causa di tutti i mali del mondo. Si tratta piuttosto di un fenomeno socio-economico del quale bisogna essere in grado di sfruttare i vantaggi e al tempo stesso riconoscere e arginare le criticità. In questo senso, è indispensabile operare alcune riflessioni sul sistema industriale italiano in rapporto alla competizione che si svolge ormai a livello mondiale.

La prima: le dimensioni contano! Il sistema di piccole e medie imprese (PMI), che da sempre costituisce la peculiarità del capitalismo italiano, ha rappresentato una fonte di vantaggio competitivo per il Paese grazie alla flessibilità e capacità di adattamento che caratterizzano le PMI. Oggi, però, l’internazionalizzazione è divenuta una condizione pressoché essenziale per la sopravvivenza e le imprese di piccole dimensioni possono trovarsi disorientate e scarsamente equipaggiate per affrontare questo processo. Inoltre, l’assenza di grandi gruppi espone l’intero sistema a un rischio non trascurabile: data la mancanza di Big players il mercato interno potrebbe essere fagocitato dalla competizione internazionale. Si pensi, per esempio, alle recenti acquisizioni operate da gruppi stranieri (per lo più francesi) in diversi settori strategici del nostro Paese, dal luxury & fashion alla grande distribuzione ai prodotti alimentari.

La seconda considerazione riguarda uno strumento recentemente innovato dal legislatore con la legge n. 99 del 2009 (il cosiddetto “Decreto Sviluppo”), il contratto di Rete. Le reti di impresa, infatti,  costituiscono un’alternativa per quelle aziende che vogliono aumentare la loro forza senza doversi necessariamente unire in una fusione o ricadere sotto il controllo di un unico soggetto. In questo modo sarebbe possibile conferire al sistema industriale italiano una massa critica tale da affrontare adeguatamente la concorrenza globale, senza che gli imprenditori debbano rinunciare alla proprietà dell’azienda di famiglia, cui sono proverbialmente legati.

Allora – in termini di liberàl-pensiero – la necessità di difendere l’industria italiana e l’eccellenza del made in Italy non può risolversi nel cieco protezionismo. La sfida della globalizzazione va vinta interpretando correttamente il fenomeno, non certo autoescludendosi dalla competizione, poiché la chiusura verso il mercato rischierebbe di far accartocciare e implodere l’intero sistema-Paese.

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