Questa frase fu inventata dagli storici per riferirsi allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, a fine agosto del 1914. Anche la crisi che portò alla Seconda Guerra Mondiale maturò a fine agosto del 1939. Hitler, lo si sa, era convinto che le democrazie pigre e corrotte non avessero capacità di reagire durante le vacanze estive. Si direbbe che “i mercati” (cioè, in chiare lettere, gli speculatori) abbiano fatto propria la convinzione di Hitler e contino su una scarsa capacità di reazione dei Governi occidentali immersi nel loro edonismo vacanziero. Questo agosto che stiamo vivendo è stato infatti particolarmente rovente, crisi e angosce per il futuro non risparmiano neppure la sacrosanta pausa di mezzo agosto e hanno costretto Governi e Parlamenti a rinunciare praticamente alle ferie. Credo che un Consiglio dei Ministri italiano il 12 Agosto, fuori di periodi di guerra o gravissima crisi politica, sia un inedito assoluto. E naturalmente hanno fatto bene Presidente, Governo e Parlamento a mettere da parte la legittima stanchezza e la voglia di andarsene in vacanza e restare o ritornare nella afosa Roma di mezzo agosto per dimostrare al Paese e soprattutto ai “mercati” di essere capaci di reagire.

Ci sarebbe solo da chiedersi perché, sistematicamente, i responsabili del Paese (del nostro ma anche di altri) aspettino sempre il terremoto per costruire case antisismiche e regolarmente tentino di chiudere la stalle quando i proverbiali cavalli sono in gran parte scappati: senza metafore, perché non facciano a tempo quello che è necessario. Il Governo Berlusconi è in piedi da tre anni, vissuti tra l’altro in una fase di crisi mondiale: ci voleva molto a capire che non si può continuare a spendere (a sprecare) quello che non si possiede? Ci voleva davvero molto a capire che lo Stato spende-spreca a un ritmo che rovinerebbe qualsiasi famiglia o azienda? Ci voleva molto a capire che i costi della “politica” (cioè di decine di migliaia di persone, elette o no, coi loro faccendieri di scorta) rappresentano una palla al piede insopportabile? Non ci si era accorti che l’Italia, con una popolazione di un quinto degli Stati Uniti, ha tre volte più senatori e deputati e un Governo sei volte più numeroso?

Ci voleva molto a capire che, con l’aumento dei poteri delle Regioni, le Province diventavano un inutile peso? Ma no, si è continuato a fabbricarne di nuove, per soddisfare la vanità dei nostri mille campanili e le concrete ambizioni di sempre più numerosi parassiti della classe politica e di chi vive ai suoi margini. Per fare un solo esempio, scarsamente rilevante per il suo peso specifico – lo so bene, ma a me vicino per l’esperienza di vita – era davvero difficile capire che la nostra rete diplomatica e consolare all’estero è eccessiva e costosa, che si potrebbero risparmiare centinaia di milioni di euro l’anno chiudendo una quindicina di Ambasciate inutili, riordinando e raggruppando i Consolati e affidando parte del loro lavoro alla rete onoraria e, soprattutto, adeguandoci anche noi all’era elettronica? Il Ministro Frattini (uno dei migliori dei tanti, pure ottimi, di questi ultimi decenni) ha avuto il buon senso di disfare la struttura della Farnesina, che la gestione Dini-Vattani aveva ampliata in misura faraonica, moltiplicando le direzioni e i servizi: non sarebbe giusto chiedergli di fare uno sforzo ulteriore, approfittando magari della crisi, per razionalizzare la rete all’estero? Che io sappia, in questi ultimi venti anni ci provò solo il Ministro Andreatta ed io, che ero alla Direzione degli Affari Economici, gli diedi sinceramente e onestamente una mano, indicando una ventina di sedi diplomatiche irrilevanti sul piano economico-commerciale e quindi dispensabili. Però le buone intenzioni di quel saggio Ministro furono bloccate dalla resistenza della “Carriera” (in quel momento rappresentata dal Segretario Generale Bottai): se si chiudevano le Ambasciate nei Paesi piccoli si sarebbero perduti appoggi e voti alle Nazioni Unite, se gli uffici all’estero fossero diminuiti non avremmo saputo dove collocare certi nostri colleghi o collaboratori e via dicendo. Andreatta, alla fine, rinunciò; però si rifece (alcuni dissero – non certo io – si vendicò) tagliando del 10 o più per cento gli assegni all’estero dei nostri diplomatici di grado più alto. Fui tra i primi a soffrirne, perché ero stato destinato in quel periodo all’estero, ma devo dire che applaudii con entusiasmo la misura.

Ho detto, prima, che si tratta di un esempio poco rilevante: non saranno certo i risparmi della Farnesina a salvare il bilancio dello Stato. I nodi da sciogliere sono altri e di ben altra portata. E qui mi ritorna alla mente una conversazione serale di tanti anni fa con Giovanni Goria, che era stato Ministro del Tesoro e, per poco tempo, Presidente del Consiglio. Era allora deputato europeo, io dirigevo il Segretariato di Politica Estera della Comunità Europea, e diventammo veramente e profondamente amici. Mi seducevano la sua modestia, il suo garbo, la sua enorme esperienza amministrativa. A lui forse piaceva la mia capacità di ascoltarlo, in un momento di sua disgrazia politica, e forse anche un certo “uso di mondo”. Per spiegarmi il suo senso dell’economia (lui che a Palazzo Chigi utilizzava i risvolti delle buste già usate per i suoi appunti e, uscendo a tarda sera, spegneva personalmente le luci), mi raccontò che, nella sua infanzia povera, la cena spesso consisteva in un uovo sodo diviso attentamente in tre porzioni. In quella, e in altre successive occasioni, egli mi disse che tutti i problemi di bilancio dello Stato si sarebbero risolti o ridotti a dimensioni minime se si fosse posto mano a due problemi: la maniera di spendere del Provveditorato dello Stato e le regola sugli appalti per le opere pubbliche. In chiare lettere: il Provveditorato era costretto da leggi e controlli farraginosi, risalenti spesso all’800, a fare i suoi acquisti in modo, certo “garantista” agli occhi degli organi di controllo, ma assolutamente insensati per qualsiasi azienda o privato cittadino (lo so per esperienza: all’Amministrazione una matita costa alla fine sei volte più che a un privato). Quanto agli appalti pubblici, sarebbe bastato adottare il sistema fatto proprio in alcuni comuni “virtuosi” (e con grande successo): una volta chiusa la gara e conosciuto il prezzo minimo richiesto, dare la possibilità ai concorrenti di fare offerte suppletive ribassando la richiesta.

Secondo Goria, l’insieme di queste misure avrebbe permesso di risparmiare più del 10% della spesa dello Stato, cioè due o tre volte di più di una “manovra” di buone dimensioni. Ma disboscare la selva di norme e controlli, responsabilizzare finalmente i dirigenti pubblici per la spesa, affidando loro limiti precisi e libertà di scelta dentro di essi, e penalizzandoli se li superano, è faticoso, impopolare e incontra, va detto, la resistenza tenace di tutti gli interessi costituiti della burocrazia, quella esecutiva e quella di controllo, che condizionano da 150 anni la nostra economia.

Eppure  si è arrivati al punto in cui tutto questo è diventato necessario e improrogabile: non basta chiedere contributi di solidarietà ai grossi patrimoni o agli alti redditi (ben vengano, se servono a qualcosa). Occorre che lo Stato vada da un “dietologo” finanziario (magari un consulente esterno, meglio se straniero) e faccia finalmente quella cura dimagrante, drastica e definitiva, che nessun governo, a destra o a sinistra, ha avuto il coraggio di affrontare se non con mezzi di ripiego e in momenti di emergenza come quello attuale.

Un’ultima notazione. La smetta l’opposizione di fare soltanto questo: opposizione. La smettano Governo e maggioranza di muoversi come se fossero padroni del Paese e detentori della verità. Che Governo e opposizione trovino la capacità, prima che davvero tuonino i cannoni di agosto, di mettersi attorno a un tavolo e a ragionare di cose pratiche. Che si ritorni, in sostanza, alle virtù della modestia e della oculatezza proprie alla prima Italia liberale. Come faceva, tanti anni fa, Giovanni Goria.

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