Fin dall’inizio del conflitto che attanagliò la Francia dal 1954 al 1962, le notizie riguardanti la “questione algerina” circolavano in maniera rapida e capillare, grazie al costante impegno dei militanti dell’estrema sinistra francese. Schierati apertamente a favore dell’indipendenza algerina,  confidavano sul fatto che la disgregazione della potenza coloniale francese, avrebbe potuto creare una situazione politica favorevole alla lotta rivoluzionaria in Francia. Al centro delle loro idee vi era infatti la convinzione che la rivolta degli algerini avesse un valore d’esempio, poiché le loro rivendicazioni esprimevano un’universalità che andava oltre le ragioni particolari del movimento, avvicinandosi a quelle delle lotte operaie in Francia. Questi militanti, anarchici e trotzkisti, furono gli iniziatori di una concezione “terzomondista”, che si sviluppò su grande scala negli anni 60’, e che trovò riscontro nelle opere di Frantz Fanon.

Negli ambienti intellettuali anticolonialisti, la guerra d’Algeria era divenuta una sorta di nuovo “affare Dreyfus”. Nell’ottobre del 1955, l’editoriale di «Les Temps Modernes», consacrato all’Algeria, s’intitolava Refus d’obéissance: La France, en Afrique du Nord, doit aujourd’hui régner par la terreur, ou s’effacer, e il numero seguente, dedicato anch’esso al paese nordafricano, aveva come titolo generale: L’Algérie n’est pas la France. Nel corso del 1955 nacquero inoltre numerosi comitati per sostenere la causa indipendentista algerina, tra i quali il Comité contre l’exécution de Ben Boulaïd, e il Comité d’action des intellectuelles contre la pursuite de la guerre en Afrique du Nord.

Tuttavia queste prime prese di posizione in merito alla “questione algerina” scossero debolmente l’opinione pubblica. Come sottolineò lo storico francese Pierre Vidal-Naquet, per una prima “vera” presa di coscienza da parte della società francese, bisognò attendere il ritorno in patria dei primi soldati e le loro testimonianze dirette.

A partire dal 24 agosto 1955, la repressione in Algeria assunse le forme e le dimensioni di una vera e propria guerra. Accanto alle Compagnies républicaines de sécurité, ai poliziotti, ai legionari e ai paracadutisti che si trovavano già nel territorio algerino, si aggiunsero altri uomini dell’esercito. Sessanta mila giovani, appena congedati, vennero richiamati sotto le armi e sei giorni dopo il governo decretò il prolungamento del servizio militare per centottanta mila congedabili. Alcuni rappelés tentarono in un primo momento di opporsi a questa decisione organizzando delle manifestazioni di protesta. Il 1° settembre, alla stazione ferroviaria parigina Gare de l’Est, duemila giovani si rifiutarono di salire sui convogli militari e il giorno dopo seicento richiamati dell’aviazione manifestarono nella capitale francese nei pressi della Gare de Lyon. Questo movimento di protesta, che coinvolse anche le città di Brives, Perpignan e Bordeaux, non trovò però il sostegno sperato, perdendo rapidamente lo slancio, sia per lo scarso coordinamento sia per l’assenza di prospettive politiche.

Il 12 marzo 1956, con Guy Mollet in qualità di Presidente del Consiglio, il parlamento approvò a stragrande maggioranza la legge sui “poteri speciali”, che determinò un ulteriore rafforzamento delle operazioni militari attraverso la chiamata alle armi generalizzata e il prolungamento del servizio militare da diciotto a ventisette mesi. Con questa legge, votata anche dal Parti communiste français (PCF), l’onda di choc della guerra d’Algeria colpì l’intera società francese. Giovani di vent’anni e padri di famiglia, provenienti da ogni angolo della Francia e appartenenti ad ogni strato sociale, partirono in massa sacrificando gioventù, lavoro, moglie e figli per “pacificare” tre dipartimenti della Repubblica.

Nel febbraio del 1957 il settimanale «Témoignage chrétien» pubblicò Le dossier Jean Muller, resoconto di un giovane sergente richiamato in Algeria dopo il voto dei “poteri speciali”: “Siamo molto lontani dalla pacificazione per la quale siamo stati richiamati; siamo disperati nel constatare fino a che punto può abbassarsi la natura umana e nel vedere i francesi utilizzare i metodi che ritenevamo propri della barbarie naziste”. Nell’aprile dello stesso anno, lo storico anticolonialista Robert Bonnaud, seguendo il consiglio dell’amico Pierre Vidal-Naquet, pubblicò sulla rivista «Esprit» un articolo intitolato La paix des Nementchas, nel quale denunciò i massacri  compiuti dall’esercito francese in Algeria. Una frase all’interno dell’articolo è esplicativa in tal senso: “Se l’onore della Francia può convivere con le sue torture, allora la Francia è un paese senza onore”.

Oltre alle pubblicazioni di queste testimonianze, che continuarono incessanti fino alla fine del conflitto, ad informare la società francese su ciò che accadeva là-bas, vi erano le lettere inviate dai soldati alle loro famiglie. Nel 1960 Gilles Caron, soldato ventunenne arruolato in un reggimento di parà, scrisse a sua madre a Parigi: “12 agosto 1960. Durante il mio turno di guardia, avevo visto un anziano di sessant’anni appeso per un piede ad un albero con la testa rivolta verso il basso. Lo picchiavamo senza riguardi a colpi di pugni, scarpe e cinture. Era mezzo morto quando l’abbiamo fatto scendere. Questa scena era troppo fresca nella mia testa e non sono riuscito a trattenermi dal raccontarla”.

Considerando queste testimonianze un pericolo per il “mantenimento dei segreti”, poiché davano un’immagine dell’Algeria in cui la pace e il tanto predicato eroismo erano totalmente assenti, la gerarchia militare francese cercò d’imporre dei limiti alla corrispondenza fin dal 1956. Così, attraverso il giornale d’informazione «Le Bled», vennero fatte le dovute raccomandazioni ai soldati che scrivevano alle loro famiglie: “Per far del bene, non utilizzate parole troppo forti e troppo lontane dalla realtà”. Ma nonostante ciò, attraverso la corrispondenza nascosta, i “segreti” della guerra cominciarono a poco a poco diffondersi nel territorio metropolitano francese, destabilizzando l’equilibrio sociale che l’Esagono voleva mantenere.

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