L’Indonesia è un paese unico per via della sua particolare configurazione geografica che ne fa il più grande arcipelago al mondo. L’eterogeneità della sua cultura, dovuta alla grande diversità etnica delle diverse regioni, è un’altra caratteristica degna di nota di questo Stato. I suoi oltre 240 milioni di abitanti gli conferiscono il 4° posto, per popolazione, nel Mondo, dopo Cina, India e USA. L’Indonesia è uno Stato estremamente multiculturale, essendo i suoi abitanti divisi in più di 750 popoli, tutti (o quasi) con la propria cultura. L’Indonesia è anche caratterizzata per aver subito il colonialismo per secoli.

Pur avendo ottenuto l’indipendenza dai Paesi Bassi nel 1950, la prima Costituzione (datata 1945) non teneva assolutamente conto delle diversità, puntando tutto sull’idea di repubblica unitaria. Dopo la “caduta” della dittatura nel 1998, la Costituzione fu modificata e vennero promulgate leggi per democratizzare il sistema politico, ma i problemi persistono. Molti popoli chiamati “indigeni” rivendicano ancora la loro sovranità nei confronti dell’Indonesia, soprattutto i papuani. Tra l’altro, nonostante i miglioramenti dei diritti umani, non sono cessati i soprusi. Popolazioni intere sono vittima di discriminazioni, assimilate, eliminate su basi razziali e questo per mano della polizia “ufficiale”. I diritti delle donne e dei bambini sono un altro grosso problema visto che non sono solo vittima delle discriminazioni, ma anche sfruttati per lavori “forzati”. Guerre tribali avvengono continuamente per questioni di territorio, ma anche per motivi razziali.

La Papuasia è una delle regioni più povere dell’Indonesia, con un indice di sviluppo umano molto basso. E’ privata delle sue ricchezze naturali, sfruttate dal governo di Giacarta, malgrado le leggi in vigore. In molti se ne sono andati cercando una vita “migliore” in Nuova Guinea, ma i papuani indonesiani rivendicano la loro indipendenza e sono impregnati di un forte nazionalismo e questo malgrado siano stati annessi all’Indonesia nel 1969, con un referendum. Si dice che ai papuani fosse stato vietato votare e al loro posto votarono, sotto minaccia, mille persone scelte come rappresentanti per l’intera popolazione… Per calmare i movimenti indipendentisti papuani, attivi soprattutto dopo il 1969, il governo procede ad un vero e proprio massacro di questo popolo con l’aiuto dell’esercito regolare e di gruppi paramilitari. Si stima che i morti siano stati 100.000. Queste azioni sono state considerate “legittime” in virtù del fatto che gli indigeni vengono visti come razza inferiore, con poca più considerazione data agli animali. Nel 2001, la “legge 21” accorda un’”autonomia speciale” alla provincia di Papua, che riconosce l’autorità dei papuani sul loro territorio e gli concede il controllo delle ricchezze naturali. Ad oggi la legge non viene applicata. Il 4 Luglio scorso, più di 7.000 lavoratori di una gigantesca miniera d’oro, una delle più grandi al Mondo, sono entrati in sciopero. La zona è stata posta sotto assedio a causa dell’attività scolta dai movimenti separatisti della regione. Il governo indonesiano, per il quale la società americana proprietaria della miniera è fra i primi contribuenti del Paese e quindi vale molto di più delle rivendicazioni delle popolazioni autoctone, è pronto a sparare a vista e a chiunque. La pressione risale, la tensione torna ad essere palpabile. Ultimo episodio, la manifestazione, il 2 Agosto scorso, davanti al Parlamento di Jayapura, la capitale della provincia indonesiana di Papuasia, per rivendicare ancora una volta l’indipendenza. In sette altre città della provincia, così come a Giacarta, decine di migliaia di papuani hanno voluto dare il loro sostegno ad una conferenza che si teneva a Londra e che aveva come obiettivo di mobilizzare la comunità internazionale alla causa dell’indipendenza della Papuasia indonesiana. Malgrado l’alto grado di allerta e l’impressionante dispiegamento di forze, le manifestazioni si sono svolte tranquillamente, dimostrando che la causa separatista può esprimersi pacificamente.

Preoccupano molto gli attentati terroristici contro le minoranze religiose, in particolar modo i musulmani ahmadis, i cristiani, i baha’i e i buddisti. Negli ultimi mesi sono state incendiate due chiese cristiane in seguito al processo di un cristiano per blasfemia contro l’islam. Sembrerebbe che il lato estremista del Paese, a maggioranza musulmana è vero, ma che si chiama aperto a tutti, utilizzi il codice penale, che vieta la blasfemia, l’eresia e la diffamazione delle religioni, per attizzare le tensioni e le violenze tra comunità. Glia autori delle violenze, spesso commesse dai membri della “sicurezza” indonesiana, sono raramente deferiti ad un tribunale indipendente. Si tratta troppo spesso di atti di tortura, quando il capitolo 29 della Costituzione indonesiana garantisce espressamente la libertà religiosa. Il motto dell’Indonesia è “Uniti nelle Diversità”. La dittatura di Suharto è finita da un pezzo. Ce la farà l’Indonesia a trarre insegnamento dalla sua storia?

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