Il primo ad avvertire il pericolo di soprusi delle forze armate in Algeria fu lo scrittore premio nobel François Mauriac, che pochi giorni dopo l’insurrezione algerina del 1° novembre del 1954, che diede ufficialmente inizio al conflitto, espresse nel suo Bloc Notes la necessità di “impedire alla polizia di torturare”, subendo molte pressioni da parte del governo francese. Due anni dopo, il direttore di «France-Observateur» Claude Bourdet, autore dei due articoli Y a-t-il une Gestapo algérienne? e Votre Gestapo d’Algérie, pubblicati a distanza di quattro anni l’uno dall’altro, fu costretto a passare una notte in carcere con l’accusa di “demoralizzare l’esercito”, per aver scritto di essere contrario all’invio di rinforzi in Algeria.

Il ministro della difesa André Morice, seguendo la linea dettata dalle alte cariche dell’esercito, annunciò su «Le Bled» che avrebbe perseguitato i “diffamatori  dei soldati d’Algeria”, e denunciato coloro che “coscientemente o incoscientemente giocavano la carta della decadenza francese”. Le testimonianze e le prese di posizione però, non trovarono battute d’arresto.

Nel novembre del 1957, l’avvocato Jacques Vergès e lo scrittore Georges Arnaud firmarono un manifesto, pubblicato dalle Éditions de Minuit, dal titolo Pour Djamila Bouhired. Quest’ultima, sospettata di essere una terrorista del FLN, venne catturata dai parà francesi. Torturata, processata e condannata a morte nel luglio 1957, Djamila Bouhired venne difesa da Jacques Vergès, il quale ottenne la commutazione della pena per la sua cliente (e la sposò nel 1962 quando venne liberata). Nello stesso mese, per iniziativa del matematico francese Laurent Schawartz e Pierre Vidal-Naquet, si formò il Comité Maurice Audin, in favore del giovane matematico francese “scomparso” ad Algeri dopo essere stato arrestato dai parà del generale Massu nel giugno del 1957. Secondo la famiglia e le ricostruzioni di autorevoli intellettuali, tra i quali lo stesso Pierre Vidal-Naquet, che nel 1958 pubblicò un libro sul suo caso, Audin morì in seguito alle torture inflittegli dai parà comandati dal luogotenente Charbonnier il 21 giugno 1957, e il suo corpo venne fatto sparire. Il 12 febbraio 1958 le Éditions de Minuit pubblicarono La Question di Henry Alleg, che assieme a Pour Djamila Bouhired, fu uno dei manifesti che allertarono maggiormente la società francese sui trattamenti e le torture inflitte dall’esercito agli indipendentisti algerini. Prima opera sequestrata e apertamente censurata, La Question, con la sua terribile verità, mise fine ai primi anni di menzogna della guerra, sconvolgendo le coscienze francesi e dando inizio al dibattito che spaccò l’opinione pubblica, la Chiesa, le famiglie e i partiti politici: perché l’esercito francese praticava la tortura su larga scala? C’era il rischio che potesse diventare una pratica istituzionalizzata sia in ambito poliziesco che in ambito militare? Sotto la Quinta Repubblica, il dibattito entrava così nel vivo.

Lo choc morale causato dalla scoperta della tortura, in particolare durante la “battaglia d’Algeri” del 1957, incitò sempre più ad agire, a pubblicare e a rifiutare la passività, impegnandosi nella costruzione di reti di sostegno diretto al FLN come quella creata dal filosofo e militante comunista Francis Jeanson. Posti sotto l’autorità del FLN, i militanti della rete Jeanson, soprannominati “porteurs de valises”, si occupavano del trasporto di fondi e di documenti falsi per gli indipendentisti algerini che operavano clandestinamente nel territorio metropolitano francese. La rete venne poi smantellata nel febbraio del 1960, e i suoi membri vennero processati davanti ad un tribunale militare il 5 settembre dello stesso anno. Quasi un mese dopo, il 1° ottobre, quindici degli imputati vennero condannati a dieci anni di prigione (il massimo della pena), ma nonostante questa forte repressione, il movimento di protesta contro la guerra d’Algeria si allargò ancor di più.

Uniti da una sete di verità e da un totale disprezzo per la servilità, les engagés, misero a nudo le radici più nascoste e più intime della guerra d’Algeria, ne denunciarono la violenza e lottarono per la sua indipendenza, andando contro le volontà dell’Esagono. La censura massiva spinse così militanti comunisti, scrittori impegnati, intellettuali cattolici e persino preti ad impegnarsi con maggior forza nella diffusione dei “misteri” di un conflitto che, con il tanto proclamato “maintien de l’ordre”, non aveva più nulla a che fare.

Come si è visto, durante l’intero conflitto, vennero pubblicate decine di opere e centinaia di articoli che affrontavano direttamente la “questione algerina”. L’importanza del soggetto e la molteplicità delle sue incidenze e ripercussioni, come anche delle sue risonanze politiche e sociali, giustificavano un tale impegno. Questa proliferazione di pubblicazioni, però, si scontrò con la censura, applicata tramite sequestri ed interdizioni parziali o totali. Basate su un dispositivo legale ridotto e poco chiaro, queste misure censorie vennero tuttavia applicate in maniera incoerente e talvolta contraddittoria. Perché infatti sequestrare La Question, il 27 marzo 1958, e autorizzare L’Affaire Audin, apparso il 12 maggio dello stesso anno, dove l’autore dimostrava “che agli atti di tortura causanti la morte di M. Audin” si aggiungeva un tentativo di distorsione della realtà da parte delle autorità francesi “per disorientare la giustizia?”.

In un mondo che stava subendo un cambiamento radicale verso una comunicazione più intensa tra i cittadini, la censura francese cercava di ritardare l’informazione e di frenare la circolazione delle idee espresse dagli scritti e dalle immagini considerate “scomode”. In un’epoca di forte crescita economica per la Francia, definita dall’economista Jean Fourastié “Les Trente Glorieuses”, con la voglia di lasciarsi il passato alle spalle, di consumare e di divertirsi, la censura operava in ritardo rispetto a questa realtà.

I “poteri speciali” del marzo 1956, le ordinanze dell’ottobre del 1958 e dell’ottobre del 1961 riguardanti l’immigrazione algerina in Francia (arresti dei sospetti, internamenti amministrativi e coprifuoco imposto alla popolazione), la grande quantità di informazioni contro l’operato dei vari governi pubblicate dalle varie riviste francesi engagées à gauche e i reportages dell’emissione televisiva Cinque colonnes à la une, avevano ampiamente svelato il senso di questa guerra, ma non erano riusciti a stimolare un impegno a livello nazionale.

La guerra era lontana, non tanto geograficamente, quanto per le priorità del tempo. I francesi, durante gli anni cinquanta, erano impegnati nella ricerca di una nuova prosperità e di un benessere personale, che mancava dagli anni bui dell’Occupazione. L’epoca moderna nascente, e il forte sviluppo economico che aveva coinvolto l’intera Europa, contribuirono a nascondere e a lasciare aperte le calde questioni degli “anni algerini”.

Una nuova “sindrome” colpì la Francia che, uscita dai due giganteschi bagni di sangue delle due guerre mondiali e dalla terribile guerra d’Indocina, aveva difficoltà a fare i conti con il proprio passato.

La società francese si rifiutò così di vivere in un stato di guerra, nascondendosi dietro la spessa maschera dell’indifferenza e dietro la certezza morale che il proprio paese, liberato nel 1944 dalle barbarie naziste, non avrebbe mai potuto commettere simili atti di oppressione, né tantomeno macchiarsi di crimini efferati come la tortura. Analizzare con avvedutezza e lucidità gli sviluppi della guerra d’Algeria avrebbe significato rischiare di riaprire la traumatizzante parentesi di Vichy, ragione per la quale si decise di tacere a proposito di entrambe le esperienze. La società sapeva ma si accontentava di condividere il segreto di una “guerra senza nome”.

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