Nel 1961, lo storico e critico cinematografico francese Georges Sadoul constatava che, dopo sette anni di guerra d’Algeria, ancora nessun lungometraggio aveva apertamente affrontato il problema. La testimonianza diretta di un conflitto che era costato all’incirca cinquanta miliardi di franchi, che aveva provocato tra i 300.000 e i 400.000 morti, e che aveva causato la caduta della Quarta Repubblica, era pressoché assente. In primo luogo, questa “mancanza” era motivata dall’esistenza di una censura ufficiale che, dopo la Liberazione, era sempre più intollerante, e che, fin dall’inizio del conflitto algerino, imponeva con forza la sua autorità politica.

Nel periodo successivo alla Seconda Guerra mondiale, il cinema francese riconfigurò il proprio statuto e le proprie modalità di fruizione, assumendo sempre più un ruolo di “arte à se stante”. Nacque il cinema d’autore, e con esso alcune riviste specializzate, i «Cahiers du cinéma» e «Positif» su tutte, che fecero della cinefilia la loro prerogativa. Come notò Pascal Ory, questo rinnovamento del cinema tout court, alla luce della forte crescita economica che stava attraversando, portò ad un notevole cambiamento nei rapporti di forza intrattenuti con le censure ufficiali e private. Fu così che lo Stato francese, di fronte a questa nuova potenza della settima arte, mise a punto una censura multiforme per tenerla sotto controllo. Per questo, nonostante il corpus cinematografico dell’epoca sfornasse una considerevole quantità di titoli, la sua accessibilità era tutt’altro che semplice, a causa dei vari ostacoli censori che ogni pellicola doveva superare.

La proiezione di un film, secondo l’ordinanza del 3 luglio 1945, che si rifaceva al primo decreto sulla censura del 25 luglio 1919, era sottomessa ad ottenere preliminarmente un visto, rilasciato da una commissione paritaria di quattordici membri composta da funzionari dello stato e professionisti di cinema. Questa commissione di controllo era dotata di tre armi: l’interdizione totale, l’interdizione ai minori di sedici anni e l’autorità di applicare tagli o modifiche alle pellicole. Il ministro dell’Informazione però, poteva venir meno alla decisione presa dalla commissione, decidendo di non autorizzare l’uscita del film per ragioni “d’ordine pubblico”.

Alla censura centrale si aggiungeva quella municipale dei sindaci, i quali non volevano che le offese alle buone maniere e le perversioni ideologiche provenienti da Parigi venissero a turbare la tranquilla vita di provincia dei propri concittadini, richiedendo apertamente l’interdizione di alcune pellicole considerate “scandalose”. Sotto la loro pressione e quella delle associazioni familiari, che avevano intrapreso una vasta campagna contro le pellicole “immorali”, il ministro Terrenoire annunciò, il 18 gennaio 1961, una riforma della censura a livello nazionale. Quest’ultima, realizzata sotto forma di decreto, eliminava il carattere paritario della precedente commissione di controllo, formata da uno stesso numero di funzionari di stato e di professionisti di cinema, modificandola con una diversa ripartizione dei ruoli. Dei ventitre membri dal quale era composta la nuova commissione, uno era il presidente scelto fra gli alti funzionari, sette erano i rappresentanti ministeriali (Informazione, Giustizia, Interni, Affari Esteri, Esercito, Pubblica Istruzione, Sanità Pubblica e Popolazione), altrettanti erano i professionisti di cinema, cinque erano scelti fra sociologi, psicologi, educatori, magistrati e pedagoghi, e tre rappresentavano le associazioni familiari, l’Haut Comité de la Jeunesse e l’Association des Maires de France.

Oltre all’aggiunta dell’interdizione per i minori di tredici anni e del controllo sui manifesti ed i materiali pubblicitari, il decreto, pubblicato sul «Journal officiel» il 19 gennaio 1961, istituiva una censura preliminare fondata sulla sceneggiatura e su tutti gli elementi in grado di rivelare lo svolgimento dell’azione e le caratteristiche della pellicola. Il cinema era così diventato l’unico mezzo d’espressione passibile di censura a priori.

La censura ufficiale, attraverso le decisioni ministeriali e della commissione di controllo, aveva generato a sua volta un’autocensura, che giocava un ruolo importante all’interno delle logiche di produzione cinematografica. Considerando il film in ottica remunerativa, la maggior parte dei produttori dell’epoca si rifiutava di investire in pellicole che, a causa dei temi trattati, sarebbero state sicuramente scartate o poco pubblicizzate. A loro volta i registi decidevano di autocensurarsi ancor prima che il loro film vedesse la luce, per non vederne ritardata l’uscita o per evitare la soppressione dei contenuti “proibiti”. È esplicativo in tal senso ciò che disse durante un’emissione televisiva diffusa su M6 nell’aprile del 1991 il regista francese Philippe de Broca: “Se filmavo dei soldati francesi che commettevano degli atti di violenza, l’ufficiale censurava immediatamente queste sequenze. Allora, poco a poco, non le filmavo più”.

Come de Broca, molti altri registi prima e dopo di lui, tentarono di realizzare dei film sulla guerra d’Algeria finendo costantemente nelle maglie della censura. Chiunque volesse raccontare cinematograficamente gli “évènements d’Algérie”, doveva offrire un’immagine che rispettasse rigorosamente le scelte politiche e militari dell’Esagono: un immagine “né tragica né leggera” ma semplicemente “evenemenziale” o “non evenemenziale”.

La censura vigilava affinché niente potesse minacciare le istituzioni ed incoraggiare dissensi morali e politici, mostrandosi però più liberale in materia morale, e più intransigente in materia politica. Per difendere l’esercito e le cosiddette “opérations de maintien de l’ordre en Algérie”, alcuni film pacifisti, anticolonialisti e antimilitaristi subirono tagli e modifiche o non videro mai la luce, altri invece non poterono essere realizzati sotto i colori francesi, rischiando l’interdizione in Francia come film stranieri.

Nel 1950 il regista francese Claude Autant-Lara intraprese la realizzazione di L’objecteur. Approvato dalle autorità nel 1956, il film venne prodotto solamente nel 1961 con il titolo di Tu ne tueras point (titolo italiano, Non uccidere), dopo aver subito una lunga serie di vicissitudini censorie. Presentato al festival di Venezia dello stesso anno come film “jugoslavo”, suscitò molteplici discussioni per la tematica affrontata: l’obiezione di coscienza, tabù nella Francia degli “anni algerini”, che, sotto la pressione dell’esercito, lo interdì fino al 1963, sopprimendone tredici sequenze.

Nove anni prima, Louis Daquin, membro del Parti communiste français, volle portare sullo schermo Bel Ami, romanzo di Maupassant sulla conquista francese dell’Algeria avvenuta nel 1830. Non trovando in Francia alcun produttore disposto ad investire, venne realizzato a Vienna, con attori, tecnici e sceneggiatori francesi, ma con mezzi e capitali austriaci. Al termine delle riprese però, l’allora ministro dell’Informazione André Morice, venendo meno a ciò che aveva deciso la commissione di controllo del CNC, si rifiutò di accordargli la nazionalità francese e, solo dopo una battaglia durata tre anni, il film poté uscire nel 1957, amputato di tutte le allusioni al colonialismo e al mondo arabo.

Il 1957 fu anche l’anno di Orizzonti di gloria, film made in USA realizzato da Stanley Kubrick. La pellicola venne ostinatamente censurata fino al 1975, data di uscita nelle sale francesi, a causa della feroce denuncia antimilitarista nei confronti dell’atteggiamento tenuto dalla Francia durante la prima guerra mondiale. L’uscita tardiva contribuì così a stemperare la forza esplosiva del soggetto che, con cinismo e profondo pessimismo, mostrava i conflitti in seno all’esercito, le lotte d’interesse e il ruolo giocato nella guerra dalla politica, dai giornali e dall’opinione pubblica. Anche Les oliviers de la justice, ultimo film ambientato in Algeria prima degli accordi d’Évian, fu opera di un regista americano, James Blue, che lo girò tutto d’un fiato dal settembre del 1961 al gennaio del 1962. Promuovendo la riconciliazione tra le comunità franco-algerine, attraverso la rappresentazione di una sorta di “età dell’oro coloniale”, il film evocava la guerra attraverso la storia di un giovane pied-noir che ritornava in Algeria per occuparsi del padre gravemente malato, decidendo di riallacciare i rapporti con il proprio paese natale, in un momento in cui il divorzio tra le due rive del Mediterraneo si era ormai consumato. Tratto dall’omonimo romanzo di Jean Pélégri e girato tra le pianure della Mitidja e le strade di Algeri, con attori per la maggior parte non professionisti, Les oliviers de la justice, uscì, “crudelmente”, in un momento in cui l’esodo dei francesi d’Algeria era al culmine, fatto, quest’ultimo, che lo rese “terribilmente inattuale” causandone l’insuccesso.

Nel 1961 il cineasta svizzero Alain Cavalier consacrò il suo primo lungometraggio, Gli amanti dell’isola, all’attualità politica del momento. Pur non riferendosi in maniera diretta alla guerra d’Algeria, il film alludeva esplicitamente alle azioni terroristiche dell’OAS in Francia, attraverso la vicenda di un estremista di destra responsabile di un attentato contro un deputato della sinistra anticolonialista. Per questo motivo, venne preso di mira dalla censura, che ne ritardò l’uscita di due anni. Stessa sorte per il primo lungometraggio del regista francese di origine italiana Robert Enrico, La belle vie, incentrato sul difficile riadattamento alla vita normale di un soldato reduce dalla guerra d’Algeria. Girato nel 1962, e presentato al Festival di Venezia del 1963, poté uscire sugli schermi francesi solamente nel 1964, dopo aver subito una serie di tagli significativi.

Altri films grand public come Les suspects (1957) di Jean Dréville, Sergent X (1959) di Bernard Borderie, e Le Sahara brûle (1960) di Michele Gast, nonostante le timidissime allusioni al conflitto, ebbero non pochi problemi con la censura. Al contrario, Le distrazioni (1960) di Jacques Dupont, che magnificava il mito parà e l’amicizia cameratesca tra i combattenti, rimpiangendo le bon vieux temps trascorso in Algeria, non incontrò ostacoli censori.

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