Accanto ai film concepiti generalmente per il grande pubblico, si sviluppò un “cinema  parallelo” fatto da militanti anticolonialisti che decisero di sposare la causa algerina, mettendo la propria macchina da presa al servizio del FLN. È il caso di Réfugiés algériens, L’ALN au combat e Sakiet Sidi Youssef, girati tra il 1957 ed il 1958 da Pierre Clément, il quale, per la sua militanza all’interno del FLN, fu arrestato dalle autorità francesi nell’ottobre del 1958, e condannato a dieci anni di prigione. La stessa sorte toccò poi a Cécile Decugis, che per il suo Les Réfugiés, girato col sostegno del FLN, fu imprigionata per due anni alla Prison de la Roquette a Parigi. Il pioniere di questo gruppo di militanti fu però René Vautier, uno dei più grandi “censurati” della storia del cinema francese. Già conosciuto per Afrique 50, primo film anticolonialista francese, girato nel 1950, ed interdetto in Francia per più di quarant’anni, realizzò, nel 1954, Une nation, l’Algérie, riportando in immagini la vera storia della conquista dell’Algeria. Per una frase presente nel commento alle immagini, “L’Algeria sarà ad ogni modo indipendente”, Vautier fu accusato di “attentare alla sicurezza dello Stato”, e il film venne proibito. Tre anni dopo, quando già si trovava in Algeria, realizzò, con l’aiuto del FLN, Algérie en flammes, documentario sulla “reale” vita algerina, volto alla demistificazione della propaganda ufficiale francese. Girato per la maggior parte clandestinamente, fu sviluppato nella Germania dell’Est, e proiettato per la prima volta ad un gruppo di algerini a Il Cairo. Dopo essere stato in prigione per lungo tempo, a causa delle sue vicinanze al movimento indipendentista, realizzò, nel 1962, Cinq homme et un peuple, sul ritorno in Africa del Nord dei capi storici del FLN, all’indomani del cessate il fuoco. Successivamente si consacrò al cinema algerino nascente, diventando direttore del Centre audiovisuel d’Alger, dove si formarono numerosi registi.

Per il suo costante impegno contro le guerre coloniali e per la sua incessante propensione verso i più deboli, René Vautier fu il maggior esponente di questo “cinema paralello”, fenomeno di controcultura e controinformazione certamente significativo, ma anche, purtroppo,  irrimediabilmente marginale.

I temi trattati dalle pellicole militanti toccarono in Francia un numero di spettatori molto ridotto, lasciando indifferente il grande pubblico. Uno dei motivi principali fu sicuramente la loro diffusione, che avvenne in maniera totalmente clandestina. Le proiezioni infatti erano quasi sempre private, organizzate nei locali sindacali o nei ciné-club della sinistra anticolonialista, che spesso erano luogo di attacchi improvvisi da parte della polizia. Tuttavia, alcune di queste pellicole militanti, riuscirono a superare il muro dell’anonimato, grazie alla partecipazione a dei festival indipendenti, come Évreux, Évian o Parigi (Festival du film libre, presto decentralizzato a Caen, Colmar, Saint-Étienne, Grenoble o Montpellier). Si trattava quindi di una scarsa possibilità di fruizione del prodotto cinematografico ma, allo stesso tempo, anche di uno scarso interesse della maggior parte del pubblico verso il tema della guerra d’Algeria.

È innegabile che la censura di Stato in Francia fu determinante per la ricezione del prodotto filmico, a tal punto da produrre delle distorsioni spazio-temporali, che sconvolsero ogni punto di riferimento percettivo del pubblico. La memoria delle immagini cinematografiche del conflitto, alterata dalla censura, divenne traffico dell’apparenza, e la conseguente atemporalità, accompagnata dalla non-spazializzazione, derealizzò una guerra che non si voleva mostrare nella sua autenticità. Non riconosciuta, poiché si trattava di “operazioni di polizia” per “restaurare l’autorità dello Stato” in un dipartimento francese, la guerra d’Algeria non fu né mostrata né raccontata, ma solo censurata.

Come notò Jean-Michel Frodon, “gli anni sessanta furono quelli di un cinema più difeso, ma anche quelli in cui più cose gli furono vietate”. Quaranta pellicole furono censurate dal 1953 al 1962, delle quali la metà dal 1954 al 1957. Tra il 1952 e il 1959, centocinque film che gli autori si rifiutarono di modificare, non poterono uscire in sala, o dovettero subire un lungo periodo di purgatorio. Il 1960 poi, nella sua integralità, fu senza dubbio uno dei peggiori momenti della storia della libertà cinematografica in Francia, con dieci film interdetti, quarantanove riservati ai più di diciotto anni e trentuno autorizzati solamente al prezzo di numerosi tagli.

A causa di questa censura occhiuta, le immagini cinematografiche non riuscirono ad imprimersi in maniera significativa nella coscienza collettiva francese. Un sentimento inquietante di “assenza” del conflitto algerino nel cinema francese cominciò così a consolidarsi. Quando scomparve il “tabù indocinese”, dopo la sconfitta decisiva di Dien Bien Phu, che costrinse le truppe francesi ad abbandonare l’Indocina, spuntò il “problema algerino”, soggetto sul quale regnerà la legge del silenzio fino al 1962. Quasi nessun cineasta francese, infatti, tra il 1954 e il 1962, si avventurò in maniera vera e propria nella realizzazione di un grande film sulla guerra d’Algeria, tranne i già citati René Vautier, Pierre Clément e Cécile Decugis, i cui lavori, però, non poterono essere mostrati se non clandestinamente. Pochissimi scelsero per le proprie pellicole i normali canali di produzione e distribuzione, poiché il loro impatto veniva attenuato dal ritardo sull’evento, dovuto all’uscita in sala posticipata. Nessuno tra i grandi registi francesi si assunse la responsabilità storica di questa guerra, come invece avevano fatto Renoir, Carné e Duvivier all’epoca del Front populaire e del movimento antifascista.

La differenza con il periodo successivo alla Liberazione era enorme. Il cinema francese aveva celebrato rapidamente la Resistenza e i suoi eroi. Nessuna divisione, nessuna ambiguità, un intero popolo unito per difendere la Francia dai nazisti e dai collaboratori del regime di Petain. I film della Resistenza avevano difeso con fermezza l’idea di un consenso nazionale, rigettando nell’ombra la realtà di una Francia comandata da un governo fantoccio. Niente di tutto ciò a proposito dell’Algeria. Le divisioni dei vari gruppi impegnati direttamente o indirettamente nel conflitto vennero riprodotte sugli schermi, impedendo, a guerra finita, una riconciliazione che era forse possibile attraverso le immagini. L’assenza “parziale” di film francesi sul conflitto algerino durante il suo svolgersi, oscurò così il paesaggio visuale di un’industria cinematografica che, tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio degli anni sessanta, stava vivendo il suo momento di massima crescita quantitativa e qualitativa.

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