Proseguendo l’analisi della Manovra economica con i due punti lasciati in sospeso la settimana scorsa – i tagli alla spesa pubblica e le nuove forme d’introito – bisogna innanzitutto differenziare tra spesa pubblica strumentale e sociale. Con la prima si intende la spesa necessaria per sostenere i costi strumentali del funzionamento degli enti pubblici, mentre nella seconda si identificano i costi necessari per garantire al cittadino i servizi pubblici.

La riduzione della spesa strumentale nella Manovra appare molto ridotta, concentrata in tre articoli: l’articolo 1 che impone l’equiparazione della remunerazione parlamentare alla media europea, l’articolo 2 che limita le spese per le auto blu e l’articolo 5 che richiede la diminuzione delle spese di magistrature ordinarie, speciali e delle autorità amministrative indipendenti (Banca d’Italia, Consob, Agcom, ecc.) del 20% a partire dal 2012.

Tuttavia quest’ultimo non scende nel dettaglio della gestione dei tagli, che potrebbero mantenere intatti i privilegi, come le varie indennità, rimborsi spese e diarie, e influire invece sull’organico, traducendosi in una minore efficienza dei servizi.

Lo stesso dicasi dell’articolo 1, che non affronta la questione dei privilegi della politica né, come era auspicabile, delle pensioni dei parlamentari, che godono ancora di un sistema retributivo costosissimo per i conti pubblici e sostanzialmente iniquo verso il resto dei pensionati italiani.

Sia chiaro, non si intende qui dire che i tagli ai privilegi della classe politica potrebbero da soli salvare l’economia italiana, ma c’è un importante aspetto psicologico nella ripartizione dei sacrifici necessari, che agisce direttamente sulla credibilità delle scelte dei tagli e che rischia di sconfessare la classe politica, percepita in toto come ancora lontana dalla partecipazione alla responsabilizzazione collettiva delle spese.

In tal modo hanno un’eco molto maggiore e incontrano maggiore resistenza i tagli alla spesa sociale, come le modifiche al sistema pensionistico contributivo (che coinvolge la stragrande maggioranza degli italiani) anche quando siano giuste nel principio, come il graduale adeguamento del trattamento pensionistico femminile alle disposizioni comunitarie (ricordando che siamo ancora sotto la media sia come anni lavorativi che come età pensionabile rispetto agli altri Paesi europei) che si fondono, in un coro omogeneo di lamentele, con le modifiche invece più discutibili come il rinvio del pagamento del TFR di due anni per i dipendenti pubblici in pensionamento anticipato.

Per quanto riguarda le nuove voci di introito, appare evidente che il progetto sia incentrato sul breve e brevissimo termine, sia per la Manovra di luglio che per quella recentissima di Ferragosto.

Si colpiscono ancora una volta i tabacchi e la benzina, che porteranno 1,5 miliardi in più all’anno a partire dal 2012, si chiede un contributo di solidarietà, non troppo dissimile da quello richiesto dal Governo Prodi per l’ingresso nella moneta unica, allora criticatissimo dall’opposizione e adesso invece accettabile, si profila una tassa sui capitali rientrati con lo Scudo Finanziario (ma estremamente ridotta: si parla dell’uno o due percento) e si aumentano i costi per chilowatt per i mezzi a uso promiscuo.

Tutte operazioni senza nessun effetto sulla crescita ma dirette unicamente all’obiettivo di pareggio del bilancio, quasi come se ci si fosse dimenticati che l’austerità senza provvedimenti rivolti all’obiettivo crescita inibisce la capacità produttiva del paese, pur mantenendolo “a galla” nell’immediato futuro.

Manca, in entrambe le Manovre, la parte auspicata relativa alla gestione e privatizzazione dei beni immobiliari italiani in uso a titolo gratuito e in disuso, che secondo varie fonti ammonterebbe a centinaia di miliardi di euro (una stima precisa non esiste perché il Ministero delle Finanze non divulga il dato ufficiale), un passo coraggioso che si sarebbe potuto e dovuto compiere in questo frangente.

Manca altresì – e sarebbe ora di considerarla – una norma che indirizzi la gestione dei budget pubblici verso una governance efficiente, senza la quale troppo spesso le risorse date finiscono sprecate perché nessuno paga il conto delle proprie responsabilità e della propria capacità nella gestione e valorizzazione delle risorse disponibili (per esempio in Francia esiste un meccanismo simile da tre anni, che consiste in un report esteso prodotto dagli enti pubblici principali e sottoposto annualmente al Governo).

Infine merita una menzione speciale la volontà di ridurre le Provincie: in questo caso la teoria e la pratica si scontrano immediatamente, perché per quanto l’idea non sia giovane e sia assolutamente necessaria, le rivendicazioni personali o territoriali comportano un primo enorme ostacolo (tanto che, dati del “Corriere della Sera”, 48 ore dopo la decisione legislativa le Province da eliminare erano già passate a 25 dalle 36 iniziali), mentre il secondo giunge dalla mancanza di logica che in alcuni casi scaturisce dal criterio di eliminazione basato sul volume della Provincia stessa (sotto i 300.000 abitanti), che porta a situazioni come quella in Liguria, dove Genova è insieme capoluogo e sede della Provincia che si occupa di tutta la Regione, o come il Molise che resterebbe virtualmente senza alcuna Provincia.

Sarebbe stata adeguata una considerazione sulla funzionalità ed efficienza delle Province caso per caso, ma ovviamente questo avrebbe richiesto tempo e capacità, e la Manovra evidenzia che in Italia non abbiamo più né l’uno né l’altra.

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