Si narra che quando nel marzo del 1804 Napoleone Bonaparte, allora primo Console di Francia e da lì a poco imperatore dei francesi, fece rapire oltreconfine  il duca di Enghien, ultimo discendente diretto del ramo Borbone-Condé, facendolo poi fucilare all’esito di un sommario processo dinanzi ad una corte militare, qualcuno dei suoi ministri e consiglieri (forse quello degli esteri Talleyrand, o quello di polizia Fouché) ebbe ad esclamare: “è stato peggio di un crimine, è stato un errore”.

Per la verità, il rapimento in territorio straniero, il sommario processo e poi la brutale fucilazione del giovane ed incolpevole duca fu insieme un crimine ed un errore; un crimine, perché venne assassinato chi non si era macchiato di alcun delitto ma aveva avuto il solo torto di essere un oppositore politico, per altro anche abbastanza innocuo; ed un errore, perché da quel momento in poi nessuno dei tanti principi europei si sentì al sicuro neppure in casa sua, e ne risultò così incentivata la spinta a quella grande coalizione europea, dagli urali all’atlantico, che, pur tra alterne fortune, avrebbe poi  messo fine all’epopea napoleonica.

Questa combinazione di “crimine” ed “errore” è ciò che mi è venuta in mente nel momento in cui ho riflettuto sull’ultima manovra economica del nostro Governo, che ha elargito agli italiani l’ennesima dimostrazione di iniquità e di insipienza, denunziate come tali anche da una parte della sua stessa maggioranza parlamentare.

Una manovra che è iniqua (e quindi in senso lato criminale), perché il c.d. “contributo di solidarietà” – così ipocritamente chiamato dai suoi ideatori – colpisce coloro che già dichiarano (per necessità o per convinzione) tutti i loro redditi, mentre esonera tutti quegli altri che continuano invece a nasconderli, evadendo ogni forma di imposizione.

Se la prende cioè con chi più dichiara, non già con chi ha maggiori possibilità, con ciò violando spudoratamente, oltre che il buon senso, anche il dettato costituzionale (art. 53 Cost.), secondo cui tutti sono tenuti a concorrere alla spesa pubblica in ragione della loro capacità contributiva e secondo criteri di progressività.

Ed è anche sprovveduta (e quindi erronea) perché, impoverendo ulteriormente il ceto medio già sin troppo tartassato, lo costringe a ritirarsi dai consumi, ancora di più di quanto non abbia già fatto, con inevitabili effetti sulla richiesta e quindi anche sulla produzione di beni e servizi, e quindi con un complessivo effetto recessivo, che aggraverà ulteriormente la situazione economica del Paese.

Qualcosa, tuttavia, va egualmente fatta, e le proposte non mancano, se si vuole usare il buon senso.

Già in occasione del voto parlamentare che ha portato il Governo sull’orlo della crisi, evitata il 14 dicembre scorso solo dall’irrompere sulla scena parlamentare dei così detti “responsabili”, i liberali avevano proposto di “fare cassa”, liquidando le partecipazioni finanziarie e la parte non istituzionale del patrimonio immobiliare dello Stato e degli Enti Locali, con una massiccia operazione di privatizzazioni e di liberalizzazioni che avrebbe potuto evitare al Paese l’umiliazione di farsi dettare l’agenda politica dal vertice franco-tedesco, com’è invece avvenuto appena otto mesi dopo.

Se quel consiglio fosse stato ascoltato, al di là della chiacchiera strumentale ed inconcludente con cui si fece finta di recepirlo nel maldestro tentativo di captare l’unico prezioso voto di cui allora il PLI disponeva alla Camera, ci sarebbe stato un po’ di tempo per mettere in cascina il fieno che già allora appariva necessario per passare la brutta stagione che si preannunziava, e forse saremmo giunti un po’ più preparati di fronte alla crisi di oggi.

Il fatto si è che il problema dei problemi per la finanza pubblica italiana è quello del debito sovrano, che oggi ammonta ad oltre 1.900 miliardi di €, corrispondenti a circa il 120% del PIL, e sul quale si pagano ogni anno tra 70 ed 80 miliardi di € di interessi, che solo in parte vengono corrisposti ad investitori italiani; un debito, è appena il caso di ricordarlo, che è certamente il frutto avvelenato del passato remoto, ma che il passato più recente ha ulteriormente peggiorato, posto che nel 2008 era soltanto (si fa per dire) del 106%.

Mi sembra assolutamente evidente che, senza una significativa inversione di tendenza l’Italia non potrà riacquistare credibilità, gli investitori spariranno, la crescita del PIL si arresterà del tutto e, prima o poi, sarà necessaria l’ennesima manovra a spese dei soliti noti per coprire l’inevitabile deficit di bilancio.

In una fase recessiva come l’attuale, questa inversione non potrà esserci senza una generalizzata dismissione patrimoniale, come farebbe ogni famiglia di buon senso quando non riuscisse a contrarre adeguatamente la sua spesa per beni e servizi essenziali.

Tuttavia, un’operazione del genere, fatta nell’emergenza incombente, potrebbe apparire velleitaria e comunque intempestiva; bisognerà allora ricorrere nell’immediato ad una manovra emergenziale, che però non può ancora colpire quel ceto medio che ha sin qui onestamente contribuito alla finanza pubblica, spesso anche oltre ogni ragionevolezza.

Da liberale d’antan, attento alla platea di chi il reddito lo produce e lo investe piuttosto che a quella di chi lo tesaurizza, non esito a dichiarare che proprio questo sarebbe invece il momento di incidere sui grandi patrimoni accumulati nel tempo, anche perché essi sono l’unico segno visibile della probabile evasione che ne sta a monte, quando non corrispondano a redditi capaci di averli generati.

Ed un sacrificio ulteriore potrebbe essere richiesto anche ai patrimoni “scudati”, essendo stato scandalosamente minimizzato il prelievo a suo tempo richiesto dai vari condoni fiscali  con aliquote ridicole (dal 2,5% del 2001 al 5% del 2009), ben inferiori alla più bassa di quelle applicate ai più modesti contribuenti; il che, per altro, gioverebbe anche ad esorcizzare definitivamente la tentazione di altri scandalosi condoni, la cui attrattiva risulterebbe a quel punto definitivamente azzerata.

Né mi convincono i dubbi di chi sostiene che così lo Stato mancherebbe alla parola data in quelle occasioni, trattandosi di argomento che potrebbe essere utilizzato anche per contestare ogni prelievo straordinario, a cominciare da quello sui redditi dell’anno in corso, come prevede l’attuale manovra, in palese violazione dello Statuto del contribuente (art.li 3 e 4 della L. 212-2000).

Cominciando a tassare equamente i grandi patrimoni ed i redditi dolosamente evasi, si potrebbe evitare o almeno ridurre l’iniquo prelievo tributario sui redditi regolarmente dichiarati, con una complessiva operazione di equità fiscale che verrebbe salutata con rispetto anche da chi ne risulterebbe colpito, come ha opportunamente dichiarato Montezemolo

Con aliquote adeguate spalmate in un triennio, sarebbe allora possibile abbattere una parte, anche piccola, del debito pubblico, dando il segnale di una inversione di tendenza, che i mercati potrebbero recepire come segno di ravvedimento operoso, contestualmente liberando risorse corrispondenti ai minori interessi che lo Stato è quotidianamente costretto a sborsare.

Quanto al pareggio di bilancio nel triennio, un lieve aumento dell’IVA sui beni non essenziali consentirebbe di avere il necessario gettito aggiuntivo strutturale immediatamente sostitutivo del prelievo straordinario sui redditi onestamente dichiarati, le cui aliquote andrebbero anzi ulteriormente alleggerite; e con l’occasione andrebbe introdotta una qualche detraibilità dell’IVA anche a favore del consumatore finale, facendo così emergere una massa imponibile oggi occultata.

Ci sarebbe allora il tempo di realizzare il consiglio di tutti quei liberali, dentro e fuori dalla maggioranza parlamentare, che non si sono mai stancati di invocare una drastica riduzione della spesa statale, con un complessivo ripensamento della struttura istituzionale dello Stato.

Senza alcuna necessità di ricorrere ad inutili, improbabili e comunque difficili riforme costituzionali, si potrebbe cominciare proprio con la radicale riforma dell’attuale ordinamento delle province, realizzabile anche a Costituzione invariata, sostituendo agli attuali consigli provinciali, man mano che andranno a scadere, le assemblee dei sindaci dei comuni interessati a consorziarsi, invece di promettere l’abolizione di alcune province, che è operazione praticamente impossibile per l’insorgere delle gelosie localistiche e delle proteste popolari, che solo una generalizzata tagliola potrebbe sopire; e si potrebbero anche introdurre massicce dosi di deregolamentazioni, liberando il mercato da lacci e laccioli che oggi ostacolano ogni nuova intrapresa.

Nel frattempo, si potrebbe mettere in cantiere la vendita del patrimonio pubblico per il quale chiaramente occorrono tempi non brevi e procedure non semplici, per evitare di inflazionare il mercato e di svendere i pezzi pregiati ai soliti noti.

E quando le privatizzazioni, nell’arco di due/tre anni, avranno dato i loro frutti, si potrebbe anche pensare di restituire ai “contribuenti straordinari” colpiti nell’occasione (meglio se su loro espressa loro richiesta) parte di quel contributo straordinario, non senza la doverosa istruttoria su come quei grandi patrimoni si siano nel tempo formati, spesso nella disattenzione di chi doveva vedere e provvedere: una restituzione già praticata nel 1996 per il contributo straordinario per l’Europa, e nulla impedirebbe di ripeterla, trattandosi per l’appunto di un contributo di solidarietà dedicato ad uno scopo emergenziale ben preciso.

Ripartendo poi i sacrifici sul piano normativo piuttosto che su quello economico, si potrebbe portare subito a 65 anni, come si è fatto dall’oggi al domani nel pubblico impiego, la soglia di pensionamento per le donne nel settore privato (salvo che per i lavori usuranti), e si potrebbe generalizzare il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, utilizzando il conseguente risparmio per ridurre il prelievo previdenziale su lavoratori ed imprese.

E si potrebbe elevare subito da 15 a 30 dipendenti la soglia stabilita oltre quaranta anni fa (in una situazione di microimprenditorialità oggi assolutamente inattuale) per accedere alla tutela reale (reintegrazione nel posto di lavoro) prevista dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, che scoraggia qualsiasi ipotesi di sviluppo aziendale, salvo restando l’ammortizzatore della tutela obbligatoria (indennità una tantum) a carico delle imprese.

Non sono uno studioso di modelli econometrici, e quindi non mi compete di dare i numeri, ma solo di lanciare delle idee, anche per evidenziare che ci sono proposte liberali che ben si differenziano dai semplicistici ed irrealizzabili slogan cavalcati dai nostrani epigoni del tea party americano.

Credo che il combinato disposto delle ipotesi qui formulate, in cui tutto si tiene, farebbe certamente sparire qualche iniquità di troppo, mentre l’economia del Paese potrebbe subire una scossa antidepressiva tale da rimettere in moto la crescita della produzione e dei consumi, facendoci uscire dal piano inclinato che ci sta portando verso il baratro della recessione.

Senza alcun “crimine” e con qualche “errore” in meno!

CONDIVIDI

6 COMMENTI

  1. Sono Frances conosco bene la frase.
    La politica Italiana ( e la stroria ) si fa con slogan, demonizzazioni, cambiamenti di casacca , semplificazioni eccessive ecc. ma ragionando raramente
    Sono d’accordo : Tutti dobbiamo pagare le tasse e io personalmente le pago.
    Ma dire tutti quelli che hanno scudato sono evasori è falso (vedi gli stranieri come me che hanno regolarizzato soltanto casa all’esteo ereditata dai genitori ma non inserita nel quadro RW , errore formale senza danno per l’Erario ), dire che tutti dipendenti sono onesti è falso ( vedi insegnanti con ripetizioni per fare un esempio) .E la chiesa predica bene ma razzola male ?perche non partecipa allo sforzo nazionale ? perchè parlare di quello è tabu.
    )

    • Ovviamente, ciò che ho detto per la probabile evasione che sta a monte dei patrimoni scudati non vale per chi possa dimostrare la provenienza fiscalmente lecita di quel patrimonio, e nel caso del cortese interlocutore francese questo “va sans dire”!
      Per altro, quando penso allo scudo mi riferisco sempre ai grandi patrimoni (specie finanziari) che meriterebbero una particolare attenzione, sempre che ciò sia tecnicamente possibile in ragione della natura c.d. riservata della relativa dichiarazione di emersione.
      Quanto al patrimonio dei vari enti ecclesiastici, credo anch’io che dovrebbe essere attratti a tassazione tutti quelli che non hanno fine di culto o fini istituzionali ecclesiastici, e quindi almeno quelli che siano utilizzati a fini commerciali.
      In ogni caso, in un articolo non è possibile inserire tutto l’universo mondo.
      Quanto alle proposte che ho cercato di veicolare col mio articolo, esse sono tutte finalizzate ad uscire dall’emergenza e ad avviare la crescita; e si tengono tutte insieme, perché tendono non già a rappresentare gli interessi di una parte (o di un partito) ma gli interessi generali del Paese, che deve uscire dalla fase di recessione in cui oggi si trova.
      Provo a sintetizzarle nei seguenti punti, per semplificare:

      1- eliminare del tutto l’iniquo contributo straordinario che grava solo sul ceto medio che già dichiara tutti i redditi, e sostituirlo con le seguenti misure:
      2- nell’immediato, affrontare l’emergenza stabilendo un contributo straordinario di solidarietà a carico dei grandi patrimoni, anche se scudati (per questi ultimi, salva la verifica della fattibilità tecnica);
      3- alzare di uno o due punti l’IVA sui consumi non essenziali e rendere tutta l’IVA detraibile anche per il consumatore finale (ciò farebbe emergere subito buona parte dei 60/70 miliardi di IVA evasa ogni anno, mentre nell’anno successivo il minore gettito di IRPEF per la detrazione verrebbe compensato dall’IRPEF sui redditi emersi);
      4- portare subito a 65 anni il pensionamento di vecchiaia per le donne anche nel settore privato ed eliminare il pensionamento di anzianità (salvo che per i lavori usuranti);
      5- passare subito dal sistema retributivo a quello contributivo per tutti i futuri trattamenti pensionistici (pro quota) e contestualmente ridurre drasticamente il costo previdenziale per imprese e lavoratori;
      6- portare subito da 15 a 30 la soglia per la tutela reale (obbligo di riassunzione) prevista dallo Statuto dei lavoratori, salva restando la tutela obbligatoria (indennità una tantum);
      7- semplificare al massimo gli attuali adempimenti burocratici per ogni nuova iniziativa imprenditoriale con una massiccia deregolamentazione;
      8- man mano che andranno a scadere i consigli provinciali, sostituirli tutti con assemblee dei sindaci della provincia senza indennità o poteri aggiuntivi se non quelli di fare funzionare i pochi servizi ancora di competenza della provincia (ovviamente, ciò non esclude anche altri interventi per la riduzione dei costi della politica, che però potranno avere solo un significato simbolico);
      9- nel frattempo, avviare le procedure per la liquidazione del patrimonio mobiliare dello Stato (Enel, Eni, Finmeccanica, Poste, Rai, etc.) e degli Enti locali (partecipazioni nei servizi pubblici locali) e del patrimonio immobiliare non istituzionale;
      10- quando la manovra sarà a regime e si sarà riavviata la crescita dell’economia, restituire (in tutto o in parte) il contributo straordinario oggi prelevato sui grandi patrimoni, e però dietro espressa richiesta di chi l’abbia versato, che dovrà nell’occasione dichiarare come quel patrimonio si sia formato (redditi dichiarati, eredità, liberalità, guadagni di borsa, affari particolarmente lucrosi, compravendite vantaggiose, etc.).
      Capisco che alcune cose possano piacere ad un liberale, ed altre meno; e magari altre ad un socialista ed altre meno; ma se non si fa un’operazione in cui tutti ci mettano qualcosa, non se ne esce!

  2. Alcuni punti sono condivisibili, altri lasciamoli a Bersani & co.
    Condivisibile il taglio delle provincie e la dismissione del patrimonio pubblico, assolutamente non condivisibile la ri-tassazione dei capitali scudati (iniqua e furbesca, nel medio lungo periodo controproducente), non condivisibile la semplicistica equazione capitali scudati = reddito evaso (tutta da dimostrare) e l’astio che traspare verso il capitale e la proprietà privata in genere, veramente sorprendente per un politico che si definisce liberale.
    Nessun cenno infine alla cosa più importante: la riduzione del costo e soprattutto del peso della politica sul paese, e la riorganizzazione e semplificazione in termini di maggiore efficenza della macchina pubblica, legata adesso come adesso a logiche clientelari più che di servizio.
    No, senatore Palumbo. Così non ci siamo.

    • Caro Rossi, grazie per il commento, critico ma garbato, al quale replico volentieri.
      1- Comincio con Bersani: quello che vorrei tentare di fare è proprio di evitare che il “liberale” lo faccia Bersani, il quale, quando ci ha provato nel 2006, proprio in questi giorni, ha fatto più di un pasticcio, che allora non ho mancato di commentare criticamente in un apposito articolo (Liberalizzazioni vere e presunte, che metto a Sua disposizione), e poi in un apposita tavola rotonda al Rotary di Messina; da tempo vado ripetendo, per lo più inascoltato, che la sinistra è liberale sino a che le riesce (e Bersani allora non vi riuscì), e la destra lo è sino a che le conviene (come si sta dimostrando anche in questa occasione, in cui ognuno difende il suo orticello, con le unghie, coi denti, e, qualche volta, cogli insulti); ecco, per dirla tutta, io cerco di essere un liberale sempre, anche quando non mi conviene; talvolta posso anche non riuscirci, ma lo faccio sempre in buona fede, e sono pronto a correggermi ogni volta che mi si dimostri l’errore, il mio metodo di lavoro essendo, da liberale,quello stesso suggerito da Popper, e cioè quello del tentativo e dell’errore.
      2- Non c’è in me alcun astio per il risparmio privato (tutelato dall’art. 47 Cost.) e per le proprietà che con quel risparmio sia possibile acquisire (a cominciare dall’abitazione, ma non solo); anzi, c’è un gran rispetto per chi, lavorando, investendo e rischiando, è riuscito a realizzare un patrimonio anche ragguardevole; considero infatti l’accumulazione capitalistica un indispensabile volano per l’economia, di cui rappresenta (assieme al lavoro ed alla gestione) uno dei fattori essenziali.
      3- C’è invece una più che legittima ostilità per l’accumulo di capitali realizzato con metodi criminali (dalle varie mafie) o illegali (con l’evasione fiscale) in danno di tutti quei cittadini (in Italia, troppo pochi) che invece lavorano duramente e pagano le tasse sino all’ultimo cent., come fanno per necessità tutti i lavoratori dipendenti (salva l’evasione nascente dal doppio lavoro) ma anche quelli autonomi fiscalmente onesti; e siccome i patrimoni con origine più o meno illecita non portano scritto in faccia quale sia stata la loro dubbia provenienza, qualche accorgimento per saperne di più mi pare assolutamente ragionevole.
      4- Io credo di avere formulato alcune proposte, che vanno viste tutte insieme e per la cui sintesi rinvio alla mia replica al commento di Gandolfi; altre potrebbero essercene, e chi ha idee si accomodi a proporle, senza fermarsi alla “pars destruens” delle proposte altrui, ma passando alla “pars construens”, in termini che siano di consistenza adeguata alle necessità dell’oggi.
      5- Quanto al contributo straordinario sui grandi patrimoni (che per altro servirebbe a rendere meno unidirezionali e quindi più praticabili i sacrifici richiesti con la parte lavoristica e previdenziale delle mie proposte) credo che in questo momento, che è assolutamente straordinario essendo lo Stato sull’orlo della bancarotta, non sia possibile aggravare l’imposizione fiscale a carico di chi già dichiara tutto (ed in Italia sono troppo pochi); se un prelievo straordinario va introdotto, esso va chiesto a chi ha grandi patrimoni e (se appena tecnicamente possibile) anche a chi li ha scudati tra il 2001 ed il 2009, introducendo un prelievo, per l’appunto straordinario, a loro carico; dopo di che, una volta che si sia dato corso alle riforme, economiche e normative suggerite (ma potrebbero essercene anche altre), e che si sia liquidato il patrimonio mobiliare e mobiliare dello Stato e degli Enti Locali, e quando la crescita del Paese sarà presumibilmente ripartita in ragione delle riforme e della diminuzione della spesa per interessi sul debito sovrano, allora si potrà restituire ai contribuenti straordinari quanto abbiano pagato a tale titolo, e però a loro richiesta (e non in automatico), chiamandoli cioè ad un atto di sincerità fiscale che sarà innocuo per chi potrà dichiarare una provenienza lecita e lo sarà ovviamente di meno per gli altri; che magari, la richiesta di restituzione nemmeno la faranno, con il che la vicenda, per quanto mi riguarda, si potrebbe chiudere lì;
      6- Quanto ai c.d. costi della politica, se anche si azzerassero (e non è possibile, perché si azzererebbe anche la Democrazia) il ricavato sarebbe assolutamente incongruo rispetto alle necessità; tuttavia, può starci anche questo, anche se penso che in tale materia ci sia molta ipocrisia (l’omaggio che il vizio rende alla virtù), come dimostra il recente voto bipartisan di quasi tutti i parlamentari contro l’abolizione delle province; in particolare, sono curioso di vedere come voteranno deputati e senatori quando saranno chiamati a decidere sul loro dimezzamento, che condannerebbe la metà di loro a non essere certamente rieletti.
      7- Ho comunque suggerito di cominciare proprio con le province, i cui organismi potrebbero essere lasciati morire man mano che andranno a scadenza, sostituendoli con le assemblee dei sindaci; ovviamente, si può proseguire in questa direzione, abolendo le comunità montane (e non solo riducendole), i consigli circoscrizionali (salvo che nelle grandi città), e via ragionando.
      8- Aggiungo che, se la politica uscirà dalle società pubbliche o parapubbliche, a Roma ed in giro per l’Italia, buona parte del problema del clientelismo si risolverà da sé, per mancanza di materia clientelare da scambiare (incarichi dirigenziali, contributi illeciti, assunzioni senza concorso, etc.)
      E qui mi fermo, perché l’ho fatta anche troppo lunga.
      Con viva cordialità.

  3. Caro Enzo è il momento di insistere come stai facendo ( e da tempo) per evitare, visto che citi Napoleone di dire dopo la Waterloo che ci aspetta se non si interviene, merde come disse Cambronne!!!
    un salluto tuo Giancarlo Colombo

Comments are closed.