François-Marie Arouet de Voltaire (1694-1778) appartiene alla generazione di illuministi francesi impegnati nella lotta, non solo filosofica ma anche politica, a favore dell’idea di libertà e del principio di tolleranza. A proposito dell’idea di libertà egli afferma: “Volere e agire sono precisamente la stessa cosa che essere libero”. E prosegue, “È certissimo che ci sono uomini più liberi di altri, per la stessa ragione che non siamo tutti in egual misura intelligenti e robusti. La libertà è la salute dell’anima; pochi la possiedono intera e inalterabile”.

Voltaire accerta, con limpida chiarezza, un’unità storico-antropologica dell’uomo. Dalle sue parole emerge un’intensa, ma anche pratica, elaborazione della libertà umana strettamente legata al principio di tolleranza. Essendo gli uomini limitati dai propri errori, dalle proprie passioni, soffrendo, in molte situazioni, della mancanza di ragione e quindi di completa libertà, “La tolleranza è una conseguenza necessaria della nostra condizione umana. Siamo tutti figli della fragilità: fallibili e inclini all’errore. Non resta dunque che perdonarci vicendevolmente le nostre follie. È questa la prima legge naturale: il principio a fondamento di tutti i diritti umani. Il diritto all’intolleranza è assurdo e barbaro, è il diritto delle tigri, anzi ben più orrido, perché le tigri si fanno a pezzi per mangiare, noi ci sterminiamo per dei paragrafi.

Costretto più volte a fuggire in esilio per sottrarsi alle persecuzioni delle autorità governative francesi, nonché agli odi di tutti gli ambienti religiosi – dai gesuiti, di cui era stato allievo, ai giansenisti – Voltaire combatte contro la superstizione, l’intolleranza e la tirannide chiesastica. Il suo pensiero può essere definito come una forma di illuminismo tollerante che esalta la religione naturale: l’uomo tollerante è pronto ad aderire ad una religione puramente razionale, la più utile al governo e agli uomini, che accetta l’ipotesi dell’esistenza di un Essere Supremo, formulata dalla ragione. Voltaire crede profondamente nella ragione umana e nel progresso, ed è convinto che tutti i mali di cui soffre l’umanità siano dovuti alla mancanza di chiarezza mentale, all’intolleranza e al fanatismo; strenuo difensore del libero pensiero contro ogni costrizione, combatte contro tutte le religioni ed esalta la tolleranza quale idea necessaria dell’umana civiltà.

Ragione, tolleranza, umanità sono le parole all’ordine del giorno nella “società dei salotti” dell’illuminismo francese. In modo particolare la tolleranza diventa la grande bandiera dell’intera filosofia del Lumi. Un passo tratto dalle Lettere filosofiche (1734) di Voltaire illustra, in maniera esemplare, il posto che il concetto occupa nella battaglia illuministica: “Entrate nella borsa di Londra, questo luogo più rispettabile di tante Corti, vi vedrete riuniti i deputati di tutte le nazioni per l’utilità degli uomini. Là il giudeo, il maomettano e il cristiano trattano l’uno con l’altro come se fossero della medesima religione, e non danno l’appellativo di infedeli se non a coloro che fanno bancarotta; là il presbiteriano si fida dell’anabattista e l’anglicano accetta la cambiale del quacchero. (…) Se in Inghilterra vi fosse una sola religione, ci sarebbe da temere il dispotismo; se ve ne fossero due, si scannerebbero a vicenda; ma ve ne sono trenta, e vivono felici e in pace”.

In particolare l’obiettivo del “Trattato sulla tolleranza” (1763), l’opera di polemica civile e politica che ha contribuito a procurare a Voltaire la fama di combattente contro le ingiustizie provocate dal fanatismo clericale, è quello di “rendere gli uomini più tolleranti e più miti”. Il Trattato prende le mosse da un fatto di cronaca: l’ingiusta condanna a morte di un pastore protestante ugonotto, Jean Calas, decisa dai giudici di Tolosa. Il movente è il suicidio del figlio di Jean Calas, Marc-Antoine, che a causa della sua religione non riesce a trovare lavoro. Il giovane decide così di convertirsi al cristianesimo. Il padre Jean non condivide la scelta del figlio ma non lo ostacola. La sera prima del suo battesimo Marc-Antoine viene però trovato impiccato. Il pastore ugonotto impedisce ai presenti di rivelare che il ragazzo si era suicidato, perché in quegli anni a Tolosa era usanza spogliare i suicidi, metterli a faccia in giù sul graticcio e trascinarli per le strade. Calas voleva risparmiare al figlio una tale ingiuria ma questo si rivela fatale per lui. In un clima assediato dal fanatismo religioso, infatti, nonostante non ci siano prove sufficienti, la vox populi comincia a mormorare che il ragazzo sia stato ucciso dal padre per impedirne la conversione. L’uomo viene così imprigionato, giudicato colpevole e mandato a morte “per ruota”, cioè per tortura, il 9 marzo 1762.  Dopo aver esposto il caso, con argomentazioni puntuali e serrate Voltaire dimostra il carattere razionale della scelta a favore della tolleranza che “non ha mai provocato una guerra civile, mentre l’intolleranza ha coperto la terra di massacri”. Egli sottolinea, inoltre, che esaminando il Vangelo “vi sono pochi passi da cui lo spirito di persecuzione abbia potuto concludere che l’intolleranza e la costrizione sono legittime”.

Con l’affaire Jean Calas la lotta del partito filosofico a favore della tolleranza giunge ad una svolta decisiva: per la prima volta, attraverso un’incessante e massiccia propaganda su uno dei fatti “che meritano l’attenzione dell’età nostra e della posterità”, le parole d’ordine lanciate dalla penna di Voltaire penetrano in ogni luogo della società e su di esse si catalizza, per lungo tempo, l’attenzione di tutto il pensiero occidentale. Jean Calas diventa il martire dell’intolleranza, il simbolo dei crimini provocati dal fanatismo omicida che spezza tutti i vincoli della società. Con le sue iniziative nell’ambito dell’affaire Calas Voltaire trasforma l’opinione pubblica in un nuovo ed efficace strumento per il controllo sulla vita della comunità civile, conferendo, per primo, alla parola ‘opinione’ questo significato fondamentale. Non a caso nell’Olympie (1764), in quegli anni non ancora portata a termine, emerge il verso “L’opinion fait tout; elle t’a condamné”, attraverso il quale il filosofo francese dimostra di aver tratto le debite conclusioni da quanto aveva dichiarato in altra sede: “Le leggi sono fatte dall’opinione pubblica”. Il clamoroso successo della campagna d’opinione – il 9 marzo 1765, il Consiglio di Stato dichiarava la famiglia Calas innocente e riabilitava la memoria del padre – danno ragione alle argomentazioni di Voltaire: la minoranza illuminata, che riesce ad imporre la propria opinione, definisce le sorti di un’epoca e plasma il bagaglio di idee e di credenze nelle quali i popoli e le nazioni si riconoscono. L’opinione è il vero motore della Storia e i cambiamenti dell’opinione possono produrre grandi rivoluzioni. Dalla rivoluzione dell’opinione che il partito filosofico proclama in nome della ragione la società si attende, in particolare, il bene materiale e morale.

Il Trattato sulla tolleranza rappresenta un testo fondamentale a proposito della riflessione sulla libertà di credo, sul rispetto delle opinioni e di molte caratteristiche con cui oggi viene identificata una società civile, democratica e liberale. I pesanti contrasti ideologico-religiosi presenti nella Francia della metà del Settecento portano Voltaire a battersi contro quella che egli definisce come “superstizione”: un misto di fanatismo religioso e di irrazionalità. In particolare, secondo Voltaire “Di tutte le superstizioni, la più pericolosa è quella di odiare il prossimo per le sue opinioni” e, in quest’ottica, è celebre il suo motto: “Disapprovo ciò che dici, ma difenderò sino alla morte il tuo diritto di dirlo”. Voltaire conclude il Trattato lanciando un ultimo appello: “Questo scritto sulla tolleranza, è un’istanza che l’umanità presenta molto umilmente al potere e alla prudenza”. Spinto dall’ottimismo che nutre nelle spontanee facoltà razionali del genere umano, Voltaire si appella, in particolare, alla capacità di ragionare propria di ogni uomo: Supplico il lettore imparziale perché pesi queste verità, perché le rettifichi e le propaghi. Gli attenti lettori che si comunicano i loro pensieri sono sempre più efficaci dell’autore stesso”. Ogni uomo è quindi chiamato a lottare per la tolleranza e la giustizia della religione naturale che, facendo ricorso all’azione illuminatrice della ragione, rinuncia al patrimonio dogmatico ed unisce spiritualmente tutti gli uomini al di là delle differenze di costumi, di usanze e di religione.

La parte più interessante del pensiero politico di Voltaire risiede nella laicizzazione assoluta e radicale del potere dello Stato da realizzare attraverso una riforma sociale, amministrativa e giudiziaria sul tipo di quella attuata dagli inglesi. Egli si avvicina alla posizione di Montesquieu ma non rimane strettamente fedele agli ideali del liberalismo inglese. Voltaire distingue con lungimirante chiarezza fra la sostanza della democrazia e le particolari forme in cui essa si concretizza, in una determinata situazione storica. In pratica, è soprattutto la sostanza della democrazia che egli cerca di indagare ed è all’attuazione di essa che dedica, fino alla fine della sua lunga vita, tutte le risorse della sua intelligenza. A distanza di più di due secoli, le parole di Voltaire a proposito della tolleranza sono sorprendentemente attuali. Egli sembra rivolgersi agli uomini del XXI secolo, chiamati ad affrontare la sfida culturale e politica dell’integrazione: un’impresa non semplice sul piano sociale, civile e religioso, per realizzare la quale è indispensabile abbandonare pregiudizi o atteggiamenti intolleranti, dal carattere perennemente anacronistico.

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