Osservando l’andamento dei risparmi delle famiglie italiane si nota come, con un reddito disponibile sostanzialmente invariato tra il 1990 e il 2010, il risparmio reale annuo si sia ridotto di quasi il 60% nel ventennio, dall’equivalente di 4000 euro pro capite nel 1990 a 1700 euro nel 2010, seguendo l’andamento della propensione al risparmio, più che dimezzata nello stesso arco di tempo (circa 10 euro ogni 100 di reddito nel 2010, dai 23 del 1990).

Di questo (magro) risparmio bisogna evidenziare che buona parte, quando possibile, finisce in investimenti di tipo immobiliare.

La dinamica di questi meccanismi è alla base della comprensione del ruolo della disoccupazione nella crisi economica. Troppo spesso si da’ per scontato che una diminuzione della disoccupazione si traduca in un miglioramento delle condizioni macroeconomiche, sul semplice assunto che più persone occupate significa più persone che spendono e “fanno girare” l’economia.

Ma il passaggio non è affatto così semplice. Anche se accantonassimo per un momento tutto il percorso storico che ha portato alla creazione degli stipendi minimi e immaginassimo un mondo del lavoro dove tutti possono, a una qualsiasi cifra (anche ridicolmente bassa), trovare un’attività lavorativa, assicurandoci cosi un tasso di occupazione altissimo, immagineremmo un mondo senza diritti e con un guadagno economico molto ridotto.

La chiave del ragionamento non e’ infatti l’occupazione di per se stessa, ma la capacita’ di avere a disposizione un risparmio reale.

Se il potere d’acquisto è troppo basso e le spese quotidiane non permettono al bacino di risparmi di espandersi, non importa il tasso di occupazione, né quanto i tassi di interesse delle banche siano artificialmente bassi: se non c’è  un risparmio reale che sostiene i prestiti il risultato di tali politiche monetarie è solo un aumento nell’offerta di denaro, che ne diminuisce il valore assoluto, aggravando la situazione.

In questo contesto anche le politiche di ridistribuzione del reddito sono potenzialmente pericolose perché rischiano di bloccare la capacità di risparmio di tutte le classi di lavoratori, per non parlare dell’effetto psicologico sulla propensione al risparmio, che in un clima di incertezza si riduce e si indirizza a beni materiali (come appunto gli immobili, o la bolla che si sta creando sul valore dell’oro) che non sono produttivi nell’economia reale.

Per queste ragioni un’operazione di politica economica concepita come quella delle Manovre finanziarie da poco varate, che si traduce in un aumento delle spese delle famiglie sia in maniera diretta (dalla benzina ai contributi di solidarietà) che indiretta (le spese dovute al taglio di servizi degli enti locali) mina profondamente la capacità di ingrandire il bacino di risparmi reali, con la conseguenza insensata di affossare la ripresa nel lungo termine per raggiungere un obiettivo di pareggio nel breve termine.

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