Il tema degli Eurobond di cui si discute molto in questo momento, sia in sede tecnica che politica, non è affatto nuovo nel dibattito europeo. Già nei primi anni 90 si parlava di finanziare opere infrastrutturali strategiche di rilevanza comunitaria attraverso l’emissione di obbligazioni garantite dal bilancio dell’allora Comunità europea.

Ciò che è nuovo è  la ben diversa natura che tali bond europei (assai diversi dagli Stability Bond recentemente istituiti per emettere titoli atti a finanziare Stati membri in crisi) dovrebbero avere e, soprattutto, il contesto storico epocale che il mondo e l’Europa attraversano.

Chiunque capisce che garantire a livello di Unione Europea i debiti pubblici degli Stati della zona Euro, di questo stiamo parlando, è cosa davvero straordinaria che ha a che fare non solo con l’economia e la finanza ma, soprattutto, con la politica. Quella con la P maiuscola ,che sembra sparita dai radar dei leaders di tutto il mondo, con rarissime eccezioni.

Per questo credo sia utile ragionare sul tema in termini politici ,chiari e crudi, affinché tutti capiscano quale sia la posta in gioco e come essa tocchi le loro vite individuali ed il loro futuro.

E’ un’opinione diffusa, con la quale concordo, che l’attuale crisi sistemica, connessa ad una mutazione strutturale delle dinamiche economiche e sociali, sia principalmente dovuta alle carenze della politica ad ogni livello ed ovunque, specie nei paesi “guida” del mondo occidentale.

E’ ormai un luogo comune ribadire che nell’epoca della globalizzazione e,soprattutto, della velocità dei mezzi tecnologici con cui essa si manifesta nelle decisioni degli operatori economici ( non solo di quelli animati da intenti speculativi), la dimensione statuale appare inadeguata e gli strumenti ordinari della democrazia impotenti per la loro lentezza e, ancor più, per la endemica difficoltà dei leaders a spingere il loro orizzonte oltre il confine delle scadenze elettorali sempre troppo vicine rispetto ai possibili effetti benefici di lungo periodo che decisioni “nuove”, ma disagevoli nel breve periodo, possono determinare a loro immediato svantaggio.

Le decisioni impopolari, in democrazia, sono state prese quasi esclusivamente in momenti storici non solo di straordinaria drammaticità ma anche facilmente percepibili dai più come tali.

Le guerre ne sono l’esempio  estremo e chiaro, così come le grandi catastrofi od eventi simili.

In quei momenti è più importante decidere subito, anche in modo traumatico, per la sopravivenza comune. Le procedure ordinarie possono essere rinviate a tempi migliori e ciascuno parametra la sostenibilità del proprio sacrificio individuale al rischio estremo della sua stessa sopravvivenza.

Grandi leader positivi o grandi leader criminali emergono in simili tempi, come la storia anche recente insegna.

E’ dunque fondamentale saper riconoscere quei momenti e saper mantenere anche in essi,anzi soprattutto in essi,  lucidità di giudizio e vigilanza critica proprio perché decisioni veloci e straordinarie si renderanno necessarie da parte dei leaders.

Quanto al primo punto è mia fermissima opinione che il presente momento sia epocale e strutturale e che vada capito ed affrontato da tutti noi, europei e non solo, molto realisticamente  nella sua straordinaria portata storica e nei suoi effetti. Non piacevoli ma prevedibili, in via generale, da almeno 20 anni.

L’economia di mercato ha vinto la seconda guerra mondiale ma non ha saputo/voluto assumersi in pieno e nel lungo periodo la gestione lungimirante della vittoria e le complesse, mutevoli responsabilità che ne derivavano anche sul piano della redistribuzione sociale degli utili, della produzione e del consumo dei beni e dei servizi generati,  sia all’interno dei paesi occidentali, vincitori o vinti che fossero, sia al di fuori dei loro confini.

La caduta del comunismo, consumatasi visivamente nell’89, ha liberato il mondo da un falso idolo ma ha anche indotto a ritenere che, venuta meno l’illusione di una alternativa a sé, il sistema dell’economia di mercato non avesse più bisogno di auto regalarsi/moderarsi, in una visione strategica, attraverso gli strumenti di governo di una buona  politica seduta alla guida degli Stati, nazionali, delle confederazioni, o degli Organismi internazionali. Capaci di orientare individui, gruppi di interessi e corporations verso obiettivi generali di lungo periodo utili non solo al perseguimento di un sano profitto personale, lobbystico ed aziendale ma anche a motivare, premiandole, le migliori qualità lavorative, creative ed etiche dell’uomo  e non i più bassi istinti presenti in natura così come efficacemente ha scritto Bertrand Russel ( Autorità e Individuo) nell’ ormai lontano 1947 descrivendo mirabilmente quale debba essere la principale,fondamentale e nobile funzione, circoscritta ma forte ed autorevole, di uno Stato liberale.

Cosa temere dunque, dopo il 1989 ?

Da questa falsa premessa è nato il ritrarsi di quella buona politica che nel secondo dopoguerra seppe dare tante prove di esistere attraverso uomini capaci di disegnare  grandi architetture politiche sopranazionali anticipatrici e di cui il nuovo mondo avrebbe avuto bisogno: la Comunità Economica Europea fu una delle principali fra esse.

Anche in democrazia ben governare significa saper anticipare il futuro, magari al prezzo della impopolarità immediata, e non subirlo appesi ai sondaggi del day by day.

Sul finire degli anni 80, al contrario, è sembrato bastasse solo lasciar dispiegare le logiche dell’economia globale e favorire  il consumo di massa per mantenere una accettabile pace sociale attraverso un benessere diffuso raggiunto non tanto attraverso la redistribuzione della maggior ricchezza generata ma piuttosto attraverso l’indebitamento pubblico e/o privato grazie al lavoro a basso costo dei paesi emergenti. E ciò proprio mentre, con lo sviluppo delle tecnologie informatiche e della robotica, il tradizionale fattore occupazionale diveniva comunque meno necessario per  la creazione della  ricchezza.

Chi fra i politici ha ragionato su questi scomodi scenari? Chi ha avuto una visione del futuro di lungo periodo? Dell’impatto sul lavoro, sulle pensioni, sul welfare, sugli equilibri geopolitici del potere mondiale?

L’America da una parte, la Cina dall’altra, l’Europa incompiuta nel mezzo.

Così è stata combattuta e persa dai nostri generali, negli anni 90, la terza guerra mondiale, senza scontri militari estremi all’interno delle mura domestiche e senza che i nostri popoli nemmeno se ne rendessero conto.

In buona sostanza le classi dirigenti politiche americane ed europee hanno lasciato sostanzialmente libera da regole la grande economia/finanza di respiro globale, attente solo alle decisioni “corte”e “locali”connesse all’esigenza di sostenere i propri costi e di perpetruarsi attraverso il voto dei loro elettori di riferimento alle singole scadenze imposte dalla democrazia.

Come stupirsi se oggi la Apple dispone di maggior liquidità del Governo Federale USA, mentre il debito pubblico e privato che ha sostenuto il benessere di massa degli americani è giunto a livelli stratosferici e non più sostenibili?

Indagare  su ciò con calma è utile per imparare qualcosa dagli errori passati ma oggi è soprattutto urgente uscire da questo angolo al più presto.

I “danni di guerra” ci vengono richiesti dai vincitori, BRIC e Cina in testa. Ma il loro interesse è che noi possiamo pagarli, non che falliamo miseramente e ci avvitiamo nella disperazione, madre delle decisioni più estreme e catastrofiche per tutti.

Certo gli equilibri del potere globale non saranno più gli stessi per un lungo ciclo storico. Una ritrovata supremazia geopolitica del nostro mondo è forse auspicabile ma non è all’ordine del giorno. Tuttavia fra l’essere debitori falliti, sotto tutela e fuori gioco, ed essere codecisori solvibili del futuro prossimo vi è grande differenza.

Diciamo chiaro che questa volta l’America non ce la può fare da sola e diciamo chiaro che solo l’Europa ha cultura, dimensione e risorse per aiutare il nostro comune sistema a rigenerarsi rilanciando il libero mercato in una visione politica di livello superiore che sappia ridare slancio all’iniziativa dei singoli nel quadro di una governance pubblica capace di imporre le regole della legalità,del lavoro produttivo, della concorrenza e dell’equità sociale.

Le belle parole non servono in questi momenti, ciò che serve è che una Europa consapevole,che è giunta fino alla tappa della moneta unica, ultima delle grandi architetture strategiche ma priva di anima e forza politica,si renda conto che deve, pena il declino collettivo, darsi immediatamente anche quest’anima e questa forza. Una sola moneta vale davvero solo se alla sua base vi è una sola politica economica, fiscale e sociale capace di imporsi su scala planetaria.

E questo creditori, mercati e speculazione lo sanno benissimo.

E’ il momento della forza; ai paesi creditori, ai mercati ed alla speculazione bisogna dare una risposta che non lasci dubbi: i debiti saranno pagati previa ragionevole negoziazione (si pensi agli attuali, anomali rapporti di cambio con lo yuan), i mercati possono avere fiducia in una Europa responsabile ed autorevole, la speculazione dovrà rassegnarsi alle regole ed al fatto che la stabilità del mondo non si gioca al casinò.

A questo punto è bene prendere subito e realisticamente nota del fatto che in Europa ha vinto la Germania. Ciò che non hanno potuto unificare sotto il loro dominio, fortunatamente, i panzer nazisti lo ha fatto la serietà del lavoro duro. Prendiamone nota noi e ne prendano nota i Tedeschi liberi e democratici.

L’emissione degli Eurobond sui debiti pubblici dei paesi dell’area Euro deve essere il primo segnale di questa svolta politica storica. Essi rappresentano di fatto una fidejussione tedesca sul debito di altri Stati e certamente rappresentano anche una cessione ufficiale di sovranità per questi ultimi. Siano consapevoli i Tedeschi di questo ruolo che anche a livello internazionale verrà loro riconosciuto.

Per noi Italiani, in particolare, sarà la cessione di una sovranità che già non esiste più da tempo ma che potremo recuperare a livello europeo grazie agli uomini capaci di cui, fuori dalla politica dell’oggi, disponiamo in abbondanza. Draghi alla BCE ne sarà il capofila.

Per i Tedeschi, si sforzi la Merkel di spiegare ai suoi concittadini, al di là dei timori elettorali di corto respiro,che neppure loro da soli possono farcela e che stare fermi o tornare indietro è impossibile. Adenauer e Koll ne sarebbero stati capaci.

Come fidejussori garantiranno certamente qualche conto salato per i bagordi altrui ma potranno imporre le loro regole di governo a chi non ne ha voluto fino ad oggi sapere e parleranno al mondo nel nome e nell’interesse di un intero continente.

Sono certo che la Cina capirebbe al volo cosa di profondamente politico, nel senso storico del termine,sta dietro agli Eurobond sui debiti sovrani e con lei capirebbero i mercati finanziari.

Le manovre nazionali lacrime e sangue da sole non servono quasi a nulla e non  convincono nessuno a questi livelli.

Che l’Europa dimostri di avere un vero governo, sì.

L’ottovolante si fermerebbe subito e,credo, permetterebbe anche una credibile rinegoziazione del colossale debito USA, magari con l’aiuto politico della nuova Europa.

Ma soprattutto darebbe senso e speranza in un futuro da costruire con la forza delle energie più vitali ed innovative dell’impresa e del lavoro in un sistema, quale è il nostro, che resta unico nella capacità di premiare i meriti senza calpestare i diritti fondamentali.

Questo è il primato della politica, il resto è piccolo cabotaggio e non serve se non a gestire una liquidazione fallimentare.

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