Torniamo ad occuparci della Serbia. In termini assoluti, non certo per la sua rilevanza geopolitica. Abitata da una decina di milioni di persone e resa un landlocked country (stato senza sbocco a mare) dalla pedissequa applicazione delle teorie del nation-building (procedimento di costruzione e strutturazione dell’identità nazionale) che hanno portato all’amputazione del Montenegro, questa nazione certamente non rientra nei sofisticati scenari elaborati dai politologi dei think-thank di mezzo mondo.

Il reale motivo per cui la Serbia merita le nostre attenzioni è l’apparente irragionevolezza di alcune istanze sollevate periodicamente dall’opinione pubblica che fanno da cartina di tornasole alla nostra reale incapacità di comprenderne le motivazioni soggiacenti.

Possibile che la prospettiva di ingresso nel dorato mondo dell’UE non riesca a bilanciare la perdita della provincia più povera dello stato, che va sotto il nome di Kosovo? O che Vojislav Šešelj (fondatore del Partito Radicale Serbo), un “semplice” criminale di guerra sotto processo da parte del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia, sia ancora acclamato in Patria come un eroe?

C’è un sottile filo che lega questi avvenimenti fra loro e li avviluppa inestricabilmente: è lo stadio. Come già ai tempi dell’Anfiteatro Flavio in Roma, la “pancia” della vita politica serba si esprime tramite il Marakanà di Belgrado e le squadre cittadine, Stella Rossa e Partizan.

Per dovere di cronaca, i prodromi della guerra civile jugoslava possono ascriversi proprio ad una partita di calcio: il 13 maggio 1990 si giocava Dinamo Zagabria contro Stella Rossa. I numerosi aficionadosbelgradesi in trasferta erano armati di mazze, bastoni e molotov. Fu l’ultima partita prima del collasso della Federazione, sospesa dopo appena dieci minuti di gioco. Gli scontri, invece, andarono avanti per ore, con centinaia di feriti da ambo le parti.

La benedizione dello stadio si rivelò indispensabile anche per il “battesimo del fuoco” delle “Tigri” di Arkan (formazione paramilitare i cui componenti erano stati reclutati in buona parte fra gli ultras dellaCrvena Zvezda), che durante un derby contro i “nemici” del Partizan esposero i cartelli stradali di Vukovar e delle altre città croate espugnate nelle prime settimane della fulminea avanzata serba. Giocatori in campo fermi ad osservare gli spalti, Arkan e i suoi – per l’occasione in divisa sugli spalti – entusiasticamente acclamati bipartisan. Lo stesso Milosevic dovette scendere a patti con il comandante militare, che stava montando una pericolosa contestazione al regime in un momento molto delicato della storia serba.

Al giorno d’oggi, poco o nulla è cambiato; Putin ha ritenuto – saggiamente, dal punto di vista russo – di ribadire il vincolo di sangue che lega Russi e Serbi proprio durante un’amichevole fra Stella Rossa e Zenit di San Pietroburgo. Come se Obama, in visita a Roma, sentisse necessario avvalorare la solidità dei legami euro-atlantici rendendo omaggio alla Curva Sud dell’Olimpico.

La pur sommaria disanima, sulla quale torneremo a breve in maniera più specifica, rende chiaro in che modo in Serbia il mondo del tifo organizzato (ha ancora senso chiamarlo così?) eserciti sfere d’influenza che, da noi, sono appannaggio di ben altre formazioni politico-sociali. Come estrema forzatura esemplificativa, potremmo pensare a lobbies estremamente influenti e consapevoli del loro “peso”. Dal nostro punto di vista, possiamo quindi tranquillamente stigmatizzare l’operato e l’impronta valoriale di queste organizzazioni: retrograde, illiberali, finanziate illecitamente, antieuropee e razziste.

Certamente, la nostra stigma morale non impedirà a tali formazioni pseudo-calcistiche di continuare a fare proseliti, facilitate – questa volta senza alcun dubbio – dallo stato di abbandono economico e politico in cui abbiamo lasciato la Serbia dopo averla bombardata.

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