La riduzione (o meglio l’annullamento) della presenza dello Stato nell’economia nazionale, oltre a ridurre le spinte alla lottizzazione e disincentivare il clientelismo, avrebbe un effetto risanatore sui conti pubblici, con un immediato doppio vantaggio per i cittadini.

Una recente ricerca effettuata dall’Istituto Bruno Leoni, quantifica in 101,7 miliardi di euro il valore delle partecipazioni che lo Stato detiene direttamente o tramite la Cassa Depositi e Prestiti. Il portafoglio comprende però società strategicamente rilevanti, si pensi per esempio a Finmeccanica o Terna, la cui privatizzazione aprirebbe delicate questioni nel campo della difesa e dell’energia.

Inoltre, la recente cessione di Tirrenia ha messo in evidenza le difficoltà che possono caratterizzare il processo di privatizzazione. Lo scarso appeal delle società più o meno pubbliche, dovuto alla  redditività insufficiente e alle necessità di riorganizzazione, si traduce troppo spesso nella concessione di incentivi di vario genere: soldi dei contribuenti che, a volte, rappresentano l’unico asset delle imprese a partecipazione statale.

Per questo motivo, una scelta tecnicamente (ma non politicamente) più percorribile potrebbe riguardare la cessione dei pacchetti azionari detenuti dallo Stato-proprietario in società quotate in Borsa e quindi più facilmente liquidabili. Il ragionamento presenta tuttavia un punto debole legato al calo delle quotazioni borsistiche degli ultimi mesi: vendendo oggi si rischierebbe di subire eccessivamente il mercato depresso.

Un’alternativa è rappresentata dalla cessione a privati delle utilities pubbliche locali che, stando alle stime della Kpmg, la società che cura il rapporto «Privatization barometer» insieme alla Fondazione Mattei, potrebbe generare un incasso di 35 miliardi di euro. Una cifra consistente che avrebbe reso meno “pesante” l’effetto combinato della manovra correttiva approvata in luglio e la manovra di ferragosto per tentare di mettere al riparo il nostro paese dalla speculazione internazionale.

Peraltro, i benefici prodotti dalla cessione delle società controllate dagli enti locali e l’apertura al mercato di settori monopolizzati non si esaurirebbero nel breve periodo. Secondo studi della Fondazione Mattei, infatti, «più alta è la quota detenuta dai soggetti privati, migliore è il risultato in termini di redditività e di efficienza gestionale»; mentre una ricerca dell’Unioncamere  mostra come i risultati delle società possedute dagli enti locali si collocano sotto la media nazionale, la produttività del lavoro è più bassa e i costi operativi più alti.

Da liberali, riteniamo che lo Stato dovrebbe uscire dalle attività inessenziali risparmiando risorse preziose e lasciare l’economia al mercato e alla libera concorrenza. A ciascuno il suo, dunque: “libera impresa in libero Stato”.

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1 COMMENTO

  1. E’ entrata in vigore dal 1° settembre la legge Levi che limita gli sconti sui libri fino ad un tetto MASSIMO DEL 25 % in casi ECCEZIONALI. Siamo ancora qui a parlare di liberismo, liberalismo e concorrenza mentre si compiono questi scempi ai danni del privato cittadino. QUESTA E’ L’ITALIA!

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