[Nota della Redazione: inauguriamo con questo intervento la rubrica “Liber’Alé” che intende ospitare personali “pensieri in libertà” di chi firma su temi e fatti d’attualità]

«E va bene, siamo una nazione di 150 anni ma li portiamo male anzi malissimo! Non voglio entrare in merito ai festeggiamenti: accetto e rispetto le opinioni di tutti e mi riservo di essere meridionale e quindi diversamente italiana. Quello che mi fa molto pensare è che mai come ora gli italiani vanno rifatti. Scrivo pensando ad alcuni giovani, a quei giovani che magari sono laureati in Scienze della Comunicazione (che si dovranno comunicare poi?) e pensano che Redipuglia sia una ridente cittadina vicino a Bari o che l’Ofanto sia una malattia tropicale… ecco, la civiltà di una Nazione dovrebbe essere misurata dalla cultura e dal senso civico dei suoi abitanti. Questi due parametri latitano. L’esempio peggiore ci viene dai famosi palazzi del potere, dove una mandria di sottoculturati università-esenti decidono del nostro futuro.

Allora mi chiedo, se io fossi giovane appena uscito da un liceo che forse mi ha insegnato a usare un computer ma mi ha lasciato decidere se Amatrice fosse una ridente cittadina o una licenziosa cittadina, guardando il livello dei nostri governanti , avrei sicuramente seguito un pensiero logico. Se c’è riuscito quello, ci provo anch’io, che dalla mia almeno ho la gioventù. Poi se ho fortuna magari divento sindaco di una grande città. In questi casi è l’arroganza la qualità richiesta. Insomma, mi chiedo, ma che esempi hanno questi ragazzi? Crescono con la consapevolezza di avere diritti ma dimenticandosi dei doveri. Osservano da guardoni trasmissioni di scarti umani molto attraenti (palestra-dipendenti che smadonnano nel Grande Fratello), cambiano canale e osservano autopsie verbali di conduttori televisivi vampiri che fanno audience con le tragedie. Oppure ascoltano insulti tra politici di parte avversa, luciferini ministri e conduttori di trattori prestati alla politica.

Insomma quale conclusione? Dobbiamo tutti fare un passo indietro, ritornare alle maniere gentili, ai doveri prima dei diritti, alla tolleranza e alla compassione. Dobbiamo farlo per i nostri giovani dove le famiglie non arrivano, dobbiamo farlo per i nostri vecchi affinché pensino di aver fatto una buona semina. Dobbiamo farlo per noi. Per avere sul serio l’orgoglio d’appartenenza, per avere davvero valori di cui andare fieri.»

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