L’UNESCO ha voluto dedicare la giornata del 23 Agosto alla memoria della tratta degli schiavi e ricordare così una tragedia dell’umanità a lungo occultata. La giornata commemora la notte tra il 22 e 23 Agosto 1791, quando a Santo Domingo vi fu la prima grande rivolta degli schiavi, guidata dal primo generale maggiore di colore Toussaint Louverture, che segnò la prima vittoria degli schiavi contro gli “oppressori”. Il rischio è che, sopraffatti da questioni interne ed internazionali di maggiore rilievo, giornate come queste non lascino traccia, ed è un vero peccato, perché, pur essendo stata ufficialmente abolita alla fine del XIX secolo, ufficiosamente la schiavitù esiste ancora. Non ci riferiamo a quei casi di abuso su minori, sottomissione delle donne e sfruttamento dei lavoratori clandestini perpetrato in tanti Paesi, compreso il nostro. Ci riferiamo a quei casi dove, come in Mauritania, lo schiavo non è scindibile dalla forza lavoro che incarna, ma è la forza lavoro e quindi, anche strumento di lavoro, privato di qualsiasi forma di individualità ed umanità. Qui la vittima non è “in relazione” (per quanto condannabile, brutale, forzata) con il suo datore di lavoro, ma è di sua proprietà privata, e ne ha il completo dominio: usus, fructus et abusus. L’idea stessa che esistano degli schiavi nel XXI secolo pare inverosimile, ma questa è la realtà.

La società in Mauritania si divide in due grandi gruppi etnico-culturali: gli Arabo-berberi (Mori) e i Negro-africani (africani della Mauritania). Fanno parte degli Arabo-berberi i “Mori bianchi” (Beydane) e i “Mori neri” (Haratine). I Negro-africani raggruppano gli Halpulaaren, i Soninké, i Wolof e i Bambara. Al dilà della discriminazione razziale, legittimata nella forma di governo, che ha come unico scopo la “demaurizzazione” di massa  e cioè trovare il mauritano chimicamente puro, il Beydane che parla arabo in nome della Repubblica Islamica di Mauritania, rinnega gli avi, e fa del Paese lo Stato più razzista (verso i Neri) che esista  (nel 1989 c’è stata una prima ondata di “pulizia” etnica, alla quale si è “riparato” facendo rientrare in “patria” i deportati, ovviamente con scarso entusiasmo da entrambi le parti), il regime tollera per non dire copre le gravi tare sociali come la schiavitù. In questo Paese la pratica della schiavitù è un uso ben radicato nei tempi (nel XVIII secolo veniva praticata anche dai Negro-africani). “. Gli Heratine (o abid) sono quelli che fanno tutto e non hanno diritto a niente, i padroni quelli che non fanno niente e…hanno diritto a tutto. Quando si parla di schiavitù in Mauritania il potere grida sempre al “complotto internazionale scatenato dal mondo occidentale e dai suoi valletti, contro il mondo musulmano”.  Chi nasce schiavo lo rimane per sempre. Il peso della tradizione, la servitù accettata come retaggio culturale e l’assenza di una vera e propria protezione legale fanno si che sia difficile, ancora oggi, spezzarne le catene. Ma è stata un’abolizione “di cortesia”, destinata a far diminuire la pressione internazionale. Gli schiavi sono creature senza nome. Nato in schiavitù, un “abd” prende il nome della famiglia del suo padrone, condannato a non sapere nulla delle sue origini. Qui si prestano o affittano gli “Uomini” sia per un lavoro umile, sia come stalloni per fecondare “donne-schiave”, proprietà di un’ altro padrone. Qui, gli schiavi non si sposano che in funzione dei bisogni del padrone, i bambini sono separati dalle madri a due anni; possono essere mutilati per “gravi colpe. Le autorità hanno ceduto “per cortesia” alla pressione internazionale e a quella delle associazioni locali contro la schiavitù (IRA – Initiative pour la Resurgence Abolitionniste -, SOS Esclaves, l’AFCF – Association des Femmes Chefs de Famille – ecc…), permettendo obtorto collo, alcuni processi (risultati manipolati) contro schiavisti colti in flagranza di reato, o qualche manifestazione (subito repressa). Ma il 90% della comunità Heratine è vittima della discriminazione massiccia da parte della minoranza Beydane (Mori) che dispongono ancora di un’ascendente naturale di padrone sullo schiavo. Gli autori di questi atti non sono sottoposti ad alcuna pena da parte delle autorità locali che sono complici in quanto anch’esse schiaviste.

La Mauritania ha vietato la schiavitù nel 1981. Nel 2007, il governo ha adottato una legge che impone una multa che va da 200000 a un milione di ouguiya a chiunque venga riconosciuto colpevole di traffici di essere umani. Malgrado queste disposizioni  la schiavitù viene considerata un tabù coperto dall’omertà e questo vanifica l’efficacia di queste leggi. Le leggi in effetti non sono che delle cornici vuote,  cornici indispensabili che vanno però “animate”, altrimenti una legge non rimane che una formula inerte. Possiamo parlare di legge “viva” nel momento in cui la sua applicazione diventa un riflesso quasi incondizionato. L’elaborazione deve diventare applicazione che a sua volta si trasforma in interiorizzazione. Solo allora si potranno vedere i frutti, e vedere trasformate positivamente le consuetudini ancestrali in regole normative. Se ne 2007 i media avessero partecipato meno timidamente alla causa, come stanno cominciando a farlo oggi alcuni giornalisti hanno creato un gruppo di difesa dei Diritti dell’Uomo, garantendo un’informazione  corretta che non miri all’odio, ma alla tolleranza), questo dibattito avrebbe guadagnato terreno. Se le autorità fossero state più “attente” e avessero fatto seguire alla promulgazione della legge degli slogan del tipo “stop schiavitù!”, portando avanti delle campagne di sensibilizzazione di massa e a degli arresti, avrebbero fatto la loro parte legittimamente e nessuno avrebbe potuto dire niente. Ma la connivenza dello Stato è troppo radicata. Così com’è troppo radicato il problema della riconciliazione nazionale. Non c’è alcuna volontà di creare uno stato unitario. Quello che succede in Mauritania è frutto di un razzismo di Stato che va denunciato a tutti i livelli, perché le autorità mirano ad annientare la maggioranza negro-africana. Ed è questo il punto più importante. E’ nell’indole dei Negro-africani giustificarsi e porsi come vittime. Ma i popoli non sono mai completamente innocenti nella loro sottomissione. Qualsiasi popolo, anche se in minoranza, se lo vuole, può creare le basi per la sua liberazione. Gli americani non sono stati sottomessi dai Vietcong? Il Sud-Sudan non è riuscito ad affrancarsi dalle tribù del Nord? I Mori sono riusciti, grazie a questo atteggiamento un po’ codardo dei neri, i Mori sono riusciti a consolidare il loro dominio.

Il problema sta nel fatto che la liberazione di un popolo deve inesorabilmente passare per un movimento di massa. I Neri devono uscire insieme allo scoperto per difendere i loro diritti. Non bastano i seminari e le conferenze stampa di denuncia. Ma finché la comunità nera sarà minata dalle divisioni, da una ”feodalità” profonda, un’ignoranza devastante e una codardia contagiosa, la lotta per la sua dignità è a rischio e continuerà ad essere dominata. Il potere dei Mori sa dove vuole arrivare, assicurare il suo dominio, arabizzare il Paese con ogni mezzo.  I Neri continuano ad annegare nell’ebbrezza delle parole.

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