«Bracciano, Roma – Per farsi vedere bene, la sposa ha indossato scarpe con tacco 120 fatte appositamente per lei da bambini indiani. Così era quasi 40 cm al garrese. Nell’invito faraonico, dietro c’era scritto in cirillico qualcosa tipo “не на высоком каблуке для женщин” (per le signore niente tacchi alti). Per fortuna la maggior parte delle signore non era polli-glotta. E quindi lei sembrava Pisolo. Il padre della sposa voleva scendere con l’elicottero direttamente nel giardino segreto del Castello. Al diniego, c’era il rischio di rovinare le torri, lui ha detto “uoz ve problem? Ai pei”: e certo, roba del 1200, lui “pei”. Io lo avrei passato per le armi. Non so ancora chi era più cafone, devo pensarci. La cosa più bella in assoluto è stato l’arrivo della sposa, in una Rolls Royce d’epoca, guidata da quel grandissimo gnocco di Jean Alesi. Lei sembrava una bambolina di porcellana: identica a quella psicopatica portatrice insana di alberghi di lusso, che sembrava il clone. Questa, in abitino grigio quasi sobrio era accompagnata dalla madre: una via di mezzo tra la Ekberg ultima maniera e Pussy Galore (salvando l’eternamente mitico Sean alias James): uno spettacolo deprimente, un tripudio di silicone, se sorrideva troppo correva il rischio si scucisse un occhio.

Con la giacca in spalla e la camicia  fuori dei pantaloni, tirava la calabrisella felice in tacco 24 un appesantito ragioniere, il cafone d’Italia. Avevano appena lasciato il figlio allo zoo nella gabbia dei rapaci;  sicuramente anche lui si serve dallo stesso chirurgo della duchessa, stessi zigomi. Quest’ultima  in fucsia acceso con un abitino che faceva risaltare i buchi della cellulite, era in compagnia di quelle due mostre con gli occhi a palla delle figlie. Per fortuna stavolta senza cappello.

Lui, il tappo padre della sposa in tight sembrava Gongolo. Un catering eccezionale, champagne a fiumi. Ma la cosa più fantastica è stata la canzone che ha aperto le danze degli sposi: a cantarla Eric Clapton, uno spettacolo. Lì, persa nella sua voce, sono rovinata addosso a un altro nanetto, quello basso basso amico di Luca. Ma le sorprese non finiscono mai: i fuochi d’artificio incredibili hanno rischiarato la notte: giochi meravigliosi sparati da tanti lati. Bellissimi. Tutti contenti, a parte i proprietari delle case della collina che ha preso fuoco. Ma che dire, danni collaterali. Insomma, lui “pei… uoz ve problem?”.»

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