Dallo strappo finiano ad oggi l’accusa più diffusa è diventata quella di “tradimento”. I primi ad essere accusati di “tradimento” sono stati Fini e i finiani, per aver rotto il patto elettorale e per aver abbandonato definitivamente la propria storia politica, “la casa del padre”.

L’accusa poi è stata ribaltata su Berlusconi per non aver mantenuto fede al programma elettorale e alla promessa della “rivoluzione liberale”, sugli ex An a lui rimasti fedeli per aver tradito Fini, infine sui “Responsabili” e sugli Scilipoti. Il caso più paradossale è di quelli che sono stati accusati di tradimento due volte: una quando hanno abbandonato Berlusconi e una quando hanno abbandonato Fini per tornare da Berlusconi; non vengono considerati traditori solo quelli che sono passati col “nemico”, ma anche quelli che, sollevando semplici obiezioni, sono accusati di essere in procinto di passare al “nemico” e sono quindi considerati “collaborazionisti” è il caso di Urso e Ronchi in Fli o di Pisanu e Tremonti nel Pdl.

Alcuni pensatori ritengono il “tradimento politico” perfino benefico o necessario: il buon principe secondo Machiavelli deve avere “animo disposto a volgersi secondo ch’è venti della fortuna e le variazioni delle cose li comandano e non partirsi dal bene, potendo, ma sapere entrare nel male, necessitato”. Personaggi passati alla storia come “traditori” sono stati spesso riabilitati ed esaltati come esempio di coraggio e di virtù: Dante aveva relegato Bruto nella Giudecca, ad un passo da Lucifero, ritenendola una delle figure più ignobili della storia, mentre Robespierre e altri autori come l’Alfieri lo hanno “riabilitato” ed esaltato come un simbolo dei valori repubblicani e della lotta contro la tirannia.

Ma è possibile quindi definire il tradimento o esso è esclusivamente un giudizio soggettivo? Secondo lo storico Polibio il traditore è “chi consegna la propria città […] per garantire la propria sicurezza o per procurarsi dei vantaggi personali”, oppure chi lo fa “per nuocere ai propri avversari politici”, non chi viene meno ad un patto per amore di giustizia o di libertà ed ha come obiettivo il “bene comune” o comunque un interesse più alto del tornaconto personale.

Gli elettori dovrebbero giudicare i propri eletti in base alla definizione di Polibio, ma attualmente gli italiani sono privati di questo diritto perché non possono scegliere e giudicare direttamente i loro rappresentanti: con il sistema delle liste bloccate ci troviamo in una notte in cui tutte le vacche sono nere, in cui non è possibile distinguere tra chi dissente e chi mercanteggia, tra chi agisce “senza vincolo di mandato” e i trasformisti, tra chi tradisce gli elettori e chi il proprio leader, tra chi risponde alla coscienza o all’elettorato e chi risponde alla convenienza e ai “padroni delle liste”.

Che i rappresentanti abbiano la libertà di “tradire”, ma che restituiscano ai cittadini la libertà di giudicarli.

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