Il tilt del sistema informatico di Poste Italiane S.p.A., che per la prima settimana di giugno ha bloccato la maggior parte dei servizi, ivi incluse la possibilità di ritirare pensioni e di pagare bollette o multe, con i disagi sociali ed economici conseguenti, facilmente immaginabili, ha riportato l’attenzione sul tema della liberalizzazione del settore postale.

Il recepimento della Direttiva Europea 6/2008 avrebbe dovuto garantire la fine del monopolio nel settore postale italiano già a partire dal 01/01/2009, ma un intervento parlamentare ne ha posticipato l’entrata in vigore al 01/01/2011.
A cinque mesi di distanza però il blocco dei servizi di Poste Italiane dimostrava chiaramente che la situazione di monopolio non era cambiata di una virgola.
In un mercato dal valore di 5 miliardi di euro all’anno, l’unico concorrente attualmente sulla piazza sembra essere Tnt Italia, una sussidiaria del gruppo di origine olandese che copre circa il 5% del mercato nel settore della posta indirizzata, con 5.000 addetti contro i 150.000 di Poste Italiane, mentre gli altri competitors come la Citypost di Pisa o Uniposta riescono a svilupparsi solo in settori particolari, come quello business, oppure rimangono territorialmente molto limitati.

In tempi di crisi della piccola e media impresa come quelli correnti, la liberalizzazione dei servizi postali era da molti attesa come una grande occasione di lavoro e d’innovazione del settore, ma ogni aspettativa si è scontrata con i privilegi che il decreto legge “liberalizzante” ha mantenuto per il colosso Poste Italiane.
Innanzitutto, le disposizioni inerenti il servizio universale, una forma di servizio pubblico svolto dall’azienda con maggior quota di mercato di un settore (in questo caso consistente nella consegna quotidiana di lettere anche in zone scarsamente abitate e quindi economicamente non profittevoli) e rimborsato annualmente dallo Stato, si sarebbero dovute modificare in modo da rendere accessibile anche ai concorrenti la possibilità di erogare il servizio, tramite gara d’appalto a livello locale.
Invece è stato espressamente previsto l’affidamento totale su scala nazionale a Poste Italiane (in quanto unico rientrante nei criteri espressi per legge) per i prossimi 5 anni, rinnovabili altre due volte, di fatto impedendo l’apertura concorrenziale del mercato.

Contestualmente, la conferma di un monopolio “di fatto” nel servizio universale costituisce un vantaggio competitivo enorme perché esenta l’azienda dal pagamento dell’Iva. In tal modo gli eventuali concorrenti per emergere si troverebbero nell’impossibile posizione di dover proporre un servizio qualitativamente almeno pari e possibilmente a prezzi più bassi, a fronte di una tassazione molto maggiore rispetto al colosso postale.

Senza considerare che il rimborso per gli oneri del servizio viene certificato da una società “con oneri a carico” di Poste Italiane, senza alcuna valutazione terza (e non si parla di spiccioli perché, ad esempio, per il 2006 il rimborso fu di ben 370 milioni di euro).

Se a questo si aggiunge, come rilevato a gennaio dal Presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà in una comunicazione ufficiale, che il Regolatore Indipendente, ovvero l’Autorità prefigurata dal decreto legislativo atta a supervisionare e favorire la liberalizzazione del settore postale, in realtà si traduce in un’Agenzia soggetta al potere di indirizzo del Governo, principale azionista di Poste Italiane S.p.A., risulta chiaro che la liberalizzazione proposta non sia altro che un grande bluff “all’italiana”, delle cui inefficienze e disservizi si faranno carico, ancora una volta, tutti i cittadini del Belpaese.

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