Una decina di Paesi del continente africano appaiono ormai avvolti inesorabilmente in una spirale di violenza senza fine. In guerra, o cercando di uscirne, è rischioso andarci e spesso pericoloso viverci, perché costretti ad affrontare violenze che li destabilizzano. Questa analisi vuole tentare di dare un quadro d’insieme alla realtà che questo continente vive ogni giorno e che noi, troppo spesso e volentieri, dimentichiamo.

L’Etiopia ha ancora relazioni tese con il suo vicino eritreo, più di sei anni dopo la fine della guerra. Malgrado il riconoscimento della frontiera stabilita dalla Corte Internazionale di Giustizia, il Paese non ha ancora ritirato le sue truppe dalla regione di Badme, al Nord, assegnata all’Eritrea. Inoltre, l’Etiopia deve confrontarsi con due movimenti indipendentisti. Il primo, il “Fronte di Liberazione Oromo”, copre una regione strategica del Sud Ovest, che è la più popolata dell’Etiopia e la più ricca di risorse naturali. Il secondo, il “Fronte nazionale di Liberazione dell’Ogaden”, alla frontiera con la Somalia è dotato di una falange armata.

Il Burundi ha conosciuto la guerra civile, durata quindici anni. Le radici del conflitto erano le stesse che per il suo vicino rwandese: l’opposizione tra Tutsi (classe ricca e potente) e Hutu (in maggioranza, ma molto poveri). Il cessate il fuoco definitivo è stato stabilito nel 2008, quando il “Fronte nazionale di Liberazione”, in mano ai ribelli Hutu ha rinunciato alla lotta armata ed è diventato un partito politico. Le ultime elezioni, riconosciute valide dagli osservatori internazionali, sono state contestate dall’opposizione (Fln in testa).  Sono scoppiati nuovamente scontri violenti che ancor oggi fanno temere per una radicalizzazione dell’opposizione.

In Zimbabwe la situazione politica sembrava tranquilla da quando Mugabe (al potere dal 1980) e Tsvangirai si sono “divisi”  il potere nel 2009. Ma questa organizzazione bicefala era provvisoria e doveva servire come base per la redazione di una nuova Costituzione, preambolo di nuove elezioni presidenziali. Ovviamente la cosa non funziona, gli uomini di Mugabe hanno sabotato i tentativi del Primo ministro Tsangirai di elaborare la Costituzione. Le riunioni pubbliche sono state vietate scatenando saccheggi, razzie e di conseguenza arresti arbitrari. Con queste premesse le elezioni quest’anno non ci saranno.

Il Ciad ha sensibilmente migliorato la sua situazione grazie  alla normalizzazione dei rapporti con il Sudan anche se, nella regione del Darfur, i ribelli lasciati a loro stessi dal governo sudanese hanno ogni tanto dei sussulti di violenza. L’instabilità che regna al centro e al sud della Nigeria non si è calmata con la rielezione di Jonathan nell’aprile di quest’anno. Questo Paese, il più popolato d’Africa (155 milioni di abitanti), è segnato da un cruento conflitto tra cristiani e musulmani della regione di Jos (centro). Negli ultimi dieci anni ci sono stati 20mila morti.

Nel delta del Niger invece  l’azione dei terroristi del Mend (movimento per l’emancipazione del delta del Niger) spaventa non solo i locali, ma soprattutto il personale delle compagnie petrolifere, i rapimenti sono all’ordine del giorno. Il governo nigeriano non riesce ad arrivare a un accordo e ha perso più di un quarto della sua produzione petrolifera a causa degli attacchi.

Della Libia sappiamo tutto, o quasi, la sola cosa che si può dire è che la Nato è entrata in gioco il 20 marzo 2011 per un’operazione “lampo”. Ad oggi non si vede l’uscita.

Nella Repubblica Centrafricana, la rielezione di François Bozizé ha riacceso le tensioni al confine con Sudan e Ciad, dove, poco tempo dopo il ritiro delle truppe ONnu, la “Convenzione dei patrioti per la giustizia e la pace” ha ripreso la guerriglia. Molta più preoccupazione però è data dal “Lord’s Resistance Army di Joseph Kony”, che fa capo a un personaggio molto violento, sotto mandato di cattura internazionale dal 2005, che agisce nel Sud del Paese e ha affiliati in Uganda e Sud Sudan.

La Repubblica Democratica del Congo continua ad essere avvelenata dall’attività ai bordi estremi del suo territorio, da parte di gruppi armati terroristici concentrati all’Est del Paese, principalmente nella regione dei Grandi Laghi. I ribelli ugandesi coinvolti anche loro in atti di guerriglia nella zona Est, sono sospettati di avere legami con un gruppo di fondamentalisti somali, vicini a Al-Qaida.

Il Sudan, che oggi si è fatto in due, è un’incognita. Tutto dipenderà da se e come verranno rispettati gli accordi. Rimane sulla “lista nera” perché nessuno crede alla buona fede di Ali al-Bashir.

La Somalia è ancora in piena guerra civile. Dal 1991 vediamo opporsi il governo di transizione, sostenuto dall’Onu, a diversi gruppi di ribelli islamici, alcuni dei quali vicini ad Al-Qaida. Il governo di transizione non è riconosciuto all’interno del Paese ed è riuscito a imporsi solo in una parte della capitale Mogadiscio. Il terrore che regna nel Paese ha avuto come conseguenza lo spostamento di 1,9 milioni di persone, il venti percento della popolazione ha lo status di profugo e oggi è allo stremo delle forze per la siccità che flagella il Corno d’Africa da mesi. Il governo di transizione non riesce a imporre uno Stato operativo sull’insieme del Paese, come riuscirà quindi a organizzare le elezioni che dovrebbero portare a uno Stato federale? L’erba cattiva è difficile da estirpare. Ma la speranza non muore mai. Arriverà un giorno migliore anche per loro? Se stanno così è anche per colpa nostra, non ce lo dimentichiamo e non li dimentichiamo.

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