Il bilancio arriva in scatola. Una tradizionale scatola rossa, famosa perché ogni anno davanti al n°10 di Downing Street, il cancelliere dello scacchiere, il nostro ministro delle Finanze, si presenta con in mano la suddetta valigetta a forma di abaco contenente il discorso con il quale presenterà al Regno Unito il bilancio dell’anno a venire. Alistair Darling cancelliere dell’ex governo Brown, tre volte si è presentato davanti alla stampa con annessa valigetta e per farlo ha scelto gli anni più burrascosi del decennio precedente: 2008-09-10, piena crisi economica. Di questi tre anni stanno per essere svelati retroscena, presunti complotti e inimicizie che hanno contribuito a portare il Partito laburista alla sconfitta del 2010.

Alistair Darling ha pubblicato, due giorni fa, il 7 settembre, le sue memorie contenute in un volume intitolato: Back from the Brink: 1000 Days at Number 11 (Ritorno dal Baratro: 1000 Giorni al Numero 11), dove il numero 11 è il civico di Downing Street, ovvero letteralmente la casa di fianco a quella del primo ministro che oggi ospita non il cancelliere, ma il vice primo ministro Nick Clegg. Dalle anticipazioni pubblicate sul “The Sunday Times” di domenica scorsa, emergono retroscena molto importanti che possono aiutare, anche con piccoli aneddoti, a capire una delle fasi più difficili non solo dell’Inghilterra ma dell’intero Occidente.

Al momento della nomina di Gordon Brown a primo ministro, dopo le dimissioni di Tony Blair avvenute il 27 giugno 2007, i movimenti per il rimpasto di governo erano frenetici e per Darling si trattava di scegliere se andare al ministero dell’Interno, a quello degli Affari esteri o al Tesoro. Scelse quest’ultimo e così iniziò il suo travagliato cammino sotto l’egida di un primo ministro da lui descritto sospettoso, mal organizzato e dispotico. “Brown era così illuso – dice Darling – che addirittura credeva che la crisi economica sarebbe durata circa sei mesi e che il recupero fosse dietro l’angolo”. Darling tratteggia un primo ministro che non si fida dei consigli dei suoi ministri e spiega come l’aria che si respirava era di continua crisis and chaos.

Il posto scelto da Darling probabilmente non era dei più comodi per svariati motivi. Innanzitutto, non si deve dimenticare che Gordon Brown era, prima di diventare primo ministro, anch’egli cancelliere e dunque presumibilmente in politica economica voleva avere sempre l’ultima parola. Testimonianza ne sono appunto le memorie di Darling, il quale descrive, a esempio, la presentazione del Bilancio 2009, il più controverso, come “forzata (da Brown) e senza credibilità”. Secondo motivo: in corsa per lo stesso posto c’era Ed Balls, uomo di Brown, quindi in un certo senso Darling avrebbe preso il posto di qualcuno molto più accondiscendente di lui e che ipoteticamente avrebbe creato meno problemi.

Alistair Darling politico navigato, da vent’anni viaggia di ministero in ministero prima come parte del governo ombra, poi come uno dei punti sicuri dei tredici anni targati doppia BB (Blair-Brown), dal temperamento mite ci racconta di un’amicizia incrinata dall’atteggiamento di rifiuto di Brown di accettare la realtà dell’Inghilterra, sia in campo economico che in quello politico. E di un primo ministro che si scaricava su Darling e colleghi che tentavano di proporre alternative alle sue proposte e alle sue decisioni.

I rapporti tra Brown e il suo governo erano arrivati ad un punto tale per cui era ipotizzato addirittura che vi fosse un complotto per destituire Brown e cambiare primo ministro. L’episodio in realtà non si può identificare come complotto, ecco come lo descrive Darling: “Nell’estate 2009, due anni dopo il cambio della guardia a Downing Street, Brown decise che era tempo di un ennesimo rimpasto di governo e vi sarebbe stato sicuramente un avvicendamento al posto di cancelliere. Brown voleva, come già anticipato Ed Balls e aveva offerto a Darling il posto di ministro degli Esteri. Il nuovo rimpasto fu però bruscamente fermato dalle dimissioni improvvise di James Purnell ministro del Welfare e delle pensioni.

“Dopo le dimissioni di James, io e David Miliband ci incontrammo in una villa di un amico nell’Essex con le nostre famiglie. Avevamo concordato che dovevamo parlare, anche se avevamo avuto già qualche scambio di battute. Non ci eravamo mai seduti con calma per affrontare il tema della leadership nel partito e sapevamo che dovevamo farlo lontano da Downing Street. Eravamo consci che era stata una settimana spaventosa e io dissi subito a David che Gordon mi aveva offerto il suo posto al ministero degli Esteri ma che io avevo rifiutato. Volevamo discutere se vi fosse la possibilità che il governo evitasse un trionfo dei Conservatori alle prossime elezioni che erano previste a meno di un anno. Entrambi sapevamo che la questione non era se avremmo vinto o perso ma quella di evitare una sconfitta eclatante. Analizzammo anche la possibilità di liberarci di Gordon. Io dissi subito che  lui non se ne sarebbe andato volontariamente. Io, da parte mia, avevo lavorato per vent’anni a fianco di Gordon e trovavo veramente difficile prendere parte a un complotto ai suoi danni. Quel pomeriggio, camminando nel parco della villa, non raggiungemmo una conclusione politica soddisfacente: Gordon non avrebbe lasciato, non vi erano leader alternativi in vista e noi dovevamo rigorosamente rimanere al nostro posto”.

Così i Labour si avviarono certi della sconfitta alle elezioni del 2010 dove, appunto per mancanza di un nuovo leader credibile fu candidato ancora Gordon Brown e dove si pose fine a un dominio incontrastato dei labour che durava da 13 anni consecutivi. La vittoria schiacciante dei Conservatori fu evitata, tuttavia, grazie anche all’exploit del partito Liberal-Democratico.

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