Flip-flopping. Così il Financial Times sul Governo italiano dopo la quinta versione della manovra, legge dal 13 Agosto ma cambiata prima e dopo il passaggio al Senato, che è giunto all’assurdo di discutere in aula la versione vecchia, mentre le agenzie di stampa già battevano quella nuova. Una manovra perpetua, con proposte da film dell’orrore zigzaganti come gli umori dei boss della maggioranza: l’addizionale sui redditi alti, il tonitruante “le pensioni non si toccano”, l’aumento dell’I.V.A. con l’impareggiabile siparietto “aumenta ma solo per tre mesi”, il balletto delle province.

“C’è della follia in questo metodo”, avrebbe detto Polonio. E il metodo è tutto, perché la manovra deve essere efficace per l’Italia ma soprattutto credibile per il mondo. Alla fine è stata imposta dalla BCE. Vedremo i mercati. Che non sono “i cattivi” dei film, ma il giudizio internazionale sulle prospettive future della nostra economia, e quindi sulle capacità presenti della nostra politica. Il punto debole dell’Italia: un paese ancora ricco, anche se non più paragonabile ai concorrenti di un tempo, come Francia e Regno Unito; ma scivolato a fondo classifica negli indici che influenzano il futuro – crescita, competitività, investimenti diretti esteri, trasparenza, lotta alla corruzione, rapidità dei processi – e salito sul podio per debito pubblico e tasse. E con tasse (45% del PIL) e debito ai primi posti del mondo, o si hanno beni e servizi pubblici da primato mondiale – assistenza, scuola, sanità, giustizia, ricerca, infrastrutture – oppure è un fallimento politico epocale. Confermato dal merito del provvedimento, che ancora insegue con maggiori tasse (quattro quinti della manovra) la maggiore spesa, vero costo della politica, e definisce “tagli” l’ultimo quinto, in realtà solo un rallentamento nella crescita della spesa. Il contrario dello spirito liberale che questa maggioranza voleva portare.

E da dove poteva partire la rivoluzione liberale dell’Italia, se non da una seria riforma delle tasse e della spesa pubblica? Un fisco severo ma equo, che recuperi i 130 miliardi di gettito evaso (il 22% delle entrate fiscali, contro il 10 della Germania e il 7 della Francia), il triplo della manovra, non lasciando sacche di scandalosa evasione, tollerabili se il paese è in crescita, insopportabili se è in recessione. E una riforma della spesa e dello Stato, affinché pagare le tasse serva al benessere del paese e delle future generazioni, non a ingrassare le molte caste formatesi negli anni delle vacche grasse. E se altrove intorno all’evasore si crea un cordone sanitario di riprovazione sociale, da noi si somma l’italico elogio della furbizia all’alibi fornito al contribuente dalla deriva della spesa e da un fisco iniquo nella sua impostazione normativa, più che nella sua gestione. La supertassa colpirà quei pochissimi (meno dello 0,5%) che già oggi dichiarano e pagano di più. Non i gioiellieri (che dichiarano 14 mila euro lordi all’anno), non i dentisti (46 mila), non i patrimoni, non le rendite finanziarie né quelle da locazione, tassate alla fonte rispettivamente al 20% e al 21%. L’imposta patrimoniale, insegna Einaudi, è iniqua se il patrimonio ha già pagato tasse sui redditi quando si è formato. O consistenti tasse di successione alla sua trasmissione ereditaria, per la logica liberale degli uguali punti di partenza. Ma che dire di patrimoni formati illegalmente e condonati da qualche scudo con cui lo stato cancella anche il reato, a condizione di ricevere una piccola parte della refurtiva? Come faceva, in un racconto di Camilleri, un vescovo di molti secoli fa nei confronti di chi commetteva un furto ma poi si confessava.

Quale migliore occasione per riformare la lotta all’evasione introducendo contrasti di interesse fra prestatore d’opera e cliente, e rendendo tracciabili i pagamenti ai fornitori? Per riformare la progressività delle aliquote oggi schiacciata sui redditi bassi? Per eliminare aiuti alle imprese oggetto di malversazioni, riducendo in pari misura le tasse alle imprese? Macché. Si preferisce accusare le imprese in perdita in questi anni terribili di essere società di comodo in mano ad evasori, lasciando loro l’onere di dover provare il contrario. O inasprire le pene per gli evasori, sapendo che quel che è efficace non è la gravità della pena, ma la sua certezza, mentre in Italia la certezza dell’impunità è stabilita da periodici condoni.

Quanto alla spesa pubblica: siamo da anni in “avanzo primario”. Le entrate dell’anno sarebbero maggiori delle uscite, se non ci fossero gli interessi per il debito preesistente. Bisogna allora agire sullo stock del debito: vendendo il patrimonio pubblico, immobiliare e mobiliare, le fondazioni bancarie, le società comunali. Il debito, oggi al 120% del PIL, scenderebbe all’80% (il parametro europeo è 60%), riducendo gli interessi di 35-40 miliardi, quasi l’entità della manovra. Ma non si è neppure cominciato. Si preferisce mantenerlo, quel sottobosco di commistioni fra economia e politica, con nomine, lauti stipendi, appalti a società che restituiscono favori ai politici, con corredo di faccendieri, ruffiani e troie di regime. Si potevano collegare i patrimoni privati alla riduzione del debito pubblico, per esempio assoggettando i patrimoni alternativamente al pagamento di un’imposta o all’acquisto a prezzi di mercato del patrimonio pubblico. Si poteva affrontare il nodo delle pensioni adeguandoci al contesto europeo, visto che oggi veniamo salvati dall’Europa, e di fatto dalla Germania, dove si va in pensione assai più tardi che da noi.

Questa manovra non va soprattutto per ciò che non fa: non inverte il rapporto entrate/spese, non riduce il debito pubblico, non alleggerisce la macchina burocrazia, non riforma né riduce le tasse. Le riforme di sistema che renderebbero l’Italia più competitiva, promesse mille volte e fatte mai. La credibilità si inabissa e con essa il Paese. Dal flip-flop al crack il passo è breve.

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2 COMMENTI

  1. Caro Senatore Musso grazie un articolo chiarissimo con un meraviglioso tocco di malizia, quella battuta su Camilleri e sulla confessione post furto e con la donazione di una parte della refurtiva.
    Me la rivendo e spero di vederti presto Giancarlo Colombo

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