Guardando all’Italia, l’attenzione degli economisti di tutto il mondo è ormai focalizzata sul tema del rapporto fra debito pubblico e PIL. Una volta esaurito il dibattito sull’opportunità e necessità di contenere (o meglio ridurre) la spesa pubblica, la discussione andrebbe spostata sul denominatore del rapporto in esame. L’insostenibilità del debito che grava sul Bel Paese, infatti, è dovuta non solo all’entità dello stesso, ma anche e soprattutto al tasso, cronicamente prossimo allo zero, con cui cresce il Prodotto interno lordo (Pil) italiano.

La governance dello Stivale, purtroppo, ha sottovalutato la spinta propulsiva esercitata dagli investimenti in ricerca e sviluppo sull’economia nazionale. In questo senso, vale la pena di ricordare le parole del Premio Nobel per l’economia Gary S. Becker, secondo cui «il successo di un Paese dipende dalla sua capacità di utilizzare la sua gente».

L’intuito, la genialità e la creatività dell’eccellenza made in italy sono caratteristiche ampiamente testimoniate dall’apprezzamento riscosso in tutto il mondo da ricercatori e scienziati nostri connazionali. Tuttavia, i successi dei talenti italiani all’estero, sono la rappresentazione tangibile del brain drain, la fuga di cervelli, che deprime la qualità del “capitale umano” di cui disponiamo in patria.

Un sistema sfavorevole alla ricerca (o comunque poco incentivante/attrattivo) provoca un disinvestimento che, oltre a rallentare il progresso culturale e tecnologico del Paese, ha effetti negativi anche sulle imprese.

L’Osservatorio Pmi 2011, realizzato da Global Strategy, rende evidente proprio il ruolo cruciale della capacità d’innovazione rispetto al successo aziendale. Partendo da un campione di 11mila aziende con fatturato compreso fra i 20 e i 150 milioni di euro (dati 2009), la società di consulenza strategica ha selezionato le imprese che soddisfano requisiti di crescita, solidità e redditività superiori alla media nei settori di appartenenza. I dati mostrano che l’82% delle 200 migliori aziende ha una funzione di R&S formalizzata, mentre in media dedicano ai processi innovativi il 10% del personale e il 22% del fatturato generato.

La congiuntura macroeconomica negativa e la concorrenza internazionale del mondo globalizzato rappresentano sfide ardue che le imprese italiane e il Paese intero possono superare puntando su una ricerca di qualità che produca un’innovazione sistematica. Innovare per crescere e competere! I privati sembrano avere le idee chiare. Ci auguriamo che questo mantra occupi anche i pensieri del decisore pubblico, prima che sia troppo tardi.

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