Siamo in un’isola siciliana. Cè Ernesto (Mimmo Cuticchio), vecchio pescatore, da ormai settant’anni legato amorevolmente al suo mare, del quale rispetta religiosamente le leggi. C’è Nino (Beppe Fiorello), suo figlio, cinico e antitradizionale, che invece aspira ad una vita meramente materiale, sfruttando il turismo di « quelli del nord » a ritmo di spiagge e Maracaibo. Ma c’è anche e soprattutto il giovane Filippo (Filippo Pucillo), nipote di Ernesto, con il quale, durante una battuta di pesca a bordo dell’inseparabile peschereccio Santuzza, salva dalla disperazione e dall’affogamento una donna incinta e il suo piccolo bambino, giunti sull’isola clandestinamente, nascondendoli, con l’aiuto della madre vedova Giulietta (Donatella Finocchiaro), nel garage di casa propria. Perché la legge dello Stato e degli uomini è lì, meticolosa e autoritaria, pronta a contrastare con quella naturale, del mare, dell’accoglienza e dell’ospitalità.

Dopo le positive esperienze su celluloide di Respiro e Nuovomondo (Leone d’argento nel 2006), il romano Emanuele Crialese torna alla regia con Terraferma, presentato alla 68esima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, storia sospesa tra realismo e poesia, che tuttavia non riesce a sfuggire completamente al rischio del politically-correct e del facile manicheismo. Confermando il mare come leitmotiv, Crialese realizza una pellicola fatta di scontri e opposizioni, lo Stato e la natura, la tradizione e il progresso, solo economico, il vecchio, incarnato da Ernesto e i suoi arcaici valori, e il nuovo, emblematizzato da Nino, interessato unicamente al turismo e alla ricchezza che viene dal nord, nel mezzo dei quali s’inserisce Filippo, deciso a maturare, a diventare grande, per trovare il suo centro di gravità permanente, per raggiungere definitivamente la sua «terraferma».

Certo, le immagini del regista romano, raddioppano magistralmente l’intensità della storia, malgrado una non totale fluidità narrativa, ma alla fine la sensazione percepita è che i pescatori siano tutti «troppo» buoni, e al contrario le forze dell’ordine siano tutte «troppo» cattive, lasciandoci l’amara sensazione di aver visto un film di forzata denuncia sociale. Peccato perché da uno come Crialese ci si aspettava molto di più.

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