Faust è un’opera filmica importante, una di quelle destinate a segnare la storia del cinema mondiale. Infatti è stato premiato con il Leone d’Oro dalla giuria della 68^ edizione della Mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, che si è conclusa ieri con la cerimonia di premiazione al Palazzo del Cinema, con ricevimento e bicchierata di chiusura sulla spiaggia dell’Hotel Excelsior al Lido.

Applausi per il Faust, quindi, film da apprezzare non tanto perché bello, entusiasmante, coinvolgente, emozionante, ma più perché solenne, insigne. Ora, sarebbe curioso stabilire a chi faccia piacere se una propria opera viene definita solenne o insigne. A noi, personalmente no. Il 60enne regista di Podorvikha (Russia), Aleksandr Sokurov, probabilmente un briciolo di soddisfazione invece se la sarà presa. Il suo film chiude un poker di tragedie (l’hanno preceduto Moloch, Taurus e Il sole). Il suo nocciolo è il continuo errare – nel senso di commettere errori – insito negli esseri umani. Ma come moltissime (davvero troppe) creazioni festivaliere sembra per paradosso generato per intimidire il cinefilo medio. Quindi tempi lunghissimi (della serie “dai dai che adesso succede qualcosa, vedrai che qualcosa succede!”), debordante teatralità nella recitazione, pochi dialoghi, brevi, bisbigliati. Insomma, una tragedia. Fatta bene, ci mancherebbe, ma pur sempre una tragedia.

Noi consigliamo a tutti di andarsi a vedere prima possibile La Talpa, poi di non perdersi Le idi di marzo, Carnage, Shame, A Dangerous Method, di non tralasciare il nostro Terraferma (che, per quel che contano i premi, qui in laguna ha vinto quello “Speciale” della giuria), Wuthering Haights, l’altro italiano L’ultimo terrestre, Killer Joe, solo per citare le opere in concorso. Perché va detto che fra le tante non in gara sparse qua e là, ce ne sono state di davvero belle e divertenti e avvincenti e poetiche. E in fondo la fortuna di questa 68^ Mostra sta proprio nel fatto che di film belli se ne sono visti tanti. Meritata la “Coppa Volpi” per la migliore interpretazione maschile a Michael Fassbender, perfetto nel difficilissimo ruolo in Shame. Fra le donne l’onore è andato ad Ann Hui per la parte in A Simple Life.

Il guasto che inceppa la macchina è che c’è un mostruoso squilibrio fra la quantità di pellicole da vedere e quella di premi da assegnare. Se magari si inventassero un podio – come alle Olimpiadi o ai Campionati del mondo – ci sarebbe modo di mettere una vicino all’altra almeno tre pellicole di valore, magari con caratteristiche assai diverse fra loro, in modo da rendere il giusto merito non solo alle disparate sensibilità artistiche di registi, attori, sceneggiatori e così via, ma anche ai più difformi gusti del pubblico. Il pubblico, appunto, quel soggetto di questa infinita commedia che poi è quello che decide o meno se spendere sette/otto euro per andare al cinema.

Per il resto, ci dilungheremmo davvero troppo se cominciassimo ad analizzare le zone oscure della messinscena, gli accordi, il dovuto rispetto degli equilibri, i compromessi. Si dice, a esempio, che Roman Polanski (Carnage) non abbia vinto perché è americano e ha dei conti in sospeso con la giustizia. In più ci si è messo il fatto che il presidente della giuria – Darren Aronofsky – è un suo connazionale e il cerchio si chiuderebbe. E noi chiudiamo qui.

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