La guerra civile nella ex-Jugoslavia, lungi dall’esser stata adeguatamente risolta, a distanza di un ventennio continua a svelare angoscianti retroscena che proiettano nuova luce – e soprattutto, nuove ombre – sui protagonisti della barbarie.

Recentemente, il pubblicista sloveno Matjaž Frangež ha fatto circolare copia di un rapporto segreto del 1993 redatto dall’ex ministro della Difesa Janez Janša, che conferma il ruolo attivo giocato dalla Slovenia nel rifornire di armi la Croazia per combattere contro lo Jugoslovenska Narodna Armija (JNA) durante le prime fasi della guerra civile. Come se ciò non bastasse il documento coinvolge gli Stati Uniti, consapevoli di tali traffici avviati in violazione della risoluzione ONU 713 del 25 settembre 1991, che poneva l’embargo sulla fornitura di armi a tutte le fazioni coinvolte nel conflitto.

Janša rimase ministro della Difesa nei primi due governi di Janez Drnovšek fino al marzo 1994, quando fu rimosso dal primo ministro in seguito alla tutela da lui concessa ad agenti segreti coinvolti nel brutale arresto di un civile. E’ attualmente alla guida del Slovenska Demokratska Stranka (Partito Democratico Sloveno).

Il suddetto traffico si sviluppò, oltre che in violazione della Risoluzione 713, anche in spregio degli accordi di Brioni, intercorsi fra Serbia e Slovenia al termine della “guerra dei dieci giorni”. Il cessate il fuoco stabiliva in sintesi – dietro sostanziale riconoscimento dell’indipendenza slovena da parte “serba” (rectius, jugoslava) – l’obbligo di non interferire nelle operazioni del JNA verso le altre forze belligeranti (i croati).

In sintesi, nell’ottobre del ’91, la Slovenia trasferì alla Croazia armi per un valore di 15 milioni di marchi tedeschi, ricevendo petrolio come contropartita, trasferito dalla società croata INA alla slovena Nafta Lendava. Le armi oggetto della transazione, fra cui sistemi spalleggiabili terra-aria, RPG, Kalashnikov e munizionamento vario, furono essenziali – come confermato anche da storici croati – a evitare il collasso della Teritorijalna Odbrana (Forze di difesa territoriale) croata, alle prese con un esercito di primaria grandezza come quello jugoslavo.

Il placet statunitense verso tali traffici non sarebbe poi l’unico esempio di intromissione occidentale più o meno velata nel conflitto (prima delle operazioni di peace enforcement). Diverse fonti riportano che C-130 americani, spesso con insegne oscurate, utilizzassero basi in territorio croato per operazioni segrete volte a infiltrazioni ed esfiltrazioni di forze speciali e per rifornimenti di armi.

Anche nel drammatico atto finale della tragedia jugoslava è stato riservato un cammeo agli Stati Uniti. E’ wikileaks a informarci che durante l’“Operazione Tempesta”, cioè la pulizia della popolazione serba insediata nella Kraijna croata durante l’agosto del ’95, il colonnello canadese Balfour (uno degli osservatori internazionali che operavano nell’area) ebbe un incontro con i senatori statunitensi Warner e Kerrey. Costui informò gli americani che alcune frange dell’esercito croato operavano come «gruppi indistinti di banditi», e che «il 60 percento delle proprietà dei serbi è stato distrutto dal 7 al 24 agosto» anche con l’ausilio di «soldati in uniforme croata e di autobotti cariche di benzina o di gruppi misti di militari e civili».
Le atrocità commesse dai croati avrebbero richiesto una ben precisa risposta da parte della comunità internazionale; tuttavia l’andamento del conflitto suggeriva che il suo termine fosse ormai vicino, e nessuno volle modificarne l’inerzia al prezzo di ulteriori gravosi sforzi e rischi concreti per i civili coinvolti.

A distanza di anni dalla fine della guerra, sarebbe ciò nondimeno interessante osservare come la stessa comunità internazionale ebbe un ruolo indubbiamente più attivo nel “gettare benzina sul fuoco” durante le fasi iniziali della stessa, favorendo un moto centrifugo delle repubbliche federate le cui conseguenze sono state durissime per la popolazione e per gli eserciti implicati.

Forse le Nazioni Unite avrebbero potuto svolgere un ruolo più attivo nel circoscrivere la crisi e nell’evitare coinvolgimenti occidentali, proprio nell’ottica di tutelare quei popoli che sono sempre le prime vittime dei conflitti. Come scriveva Cesare Pavese, «Ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione».

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