Fino a qualche mese fa “l’attacco della speculazione” (va di moda dire così negli ultimi tempi) era diretto contro la Spagna. Lo spread dei titoli iberici era oltre i 400 punti sugli analoghi tedeschi, le piazze si affollavano di indignados e le sconfitte elettorali alle amministrative sancivano la sfiducia nei confronti del governo socialista.

Secondo molti osservatori l’annuncio di elezioni anticipate da parte di Zapatero e l’intenzione di non ricandidarsi hanno dato fiducia ai mercati e hanno tolto la Spagna dall’occhio del ciclone. Sembrerebbe quindi smentita la teoria di quelli che dicono che la discontinuità di governo in un periodo di crisi sarebbe dannosa. Il cambio di esecutivo o l’annuncio di elezioni anticipate sono sicuramente preferibili alla palude e agevolano la ripresa economica.

Ma se una guida politica, anziché cambiare, non ci fosse proprio? Da un anno e mezzo il Belgio è senza governo, ha battuto anche il record dell’Iraq post-bellico che è stato di appena (si fa per dire) 290 giorni senza esecutivo. Il Paese è da tanti anni diviso tra fiamminghi, valloni e tedescofoni e si sta avviando verso una lenta secessione. I partiti sono divisi etno-linguisticamente e anche ideologicamente e diventa impossibile aggregare una coalizione di governo. Se a ciò si aggiunge che il Belgio è tra i primi dieci paesi al mondo per debito pubblico sul Pil, il suo tracollo dovrebbe essere inevitabile. La risposta alla domanda precedente sembrerebbe scontata: senza un’amministrazione il Paese dovrebbe essere nel caos, cadere nelle mani di speculatori senza scrupoli e sciacalli pronti a depredare il popolo.

In realtà nulla di tutto ciò è accaduto. Certo, il Belgio è sotto l’occhio delle agenzie di rating, soffre degli scossoni delle borse e, dato l’elevato debito pubblico, anche i suoi titoli di Stato rischiano di dover pagare interessi più elevati, ma l’economia belga sta rispondendo meglio degli altri ‘anelli deboli’ dell’euro. A Bruxelles c’è un governo provvisorio che si occupa degli affari correnti con un bilancio provvisorio, cioè gestendo ogni mese un dodicesimo del bilancio 2010, e impedendo che i ministri prendano iniziative di spesa non coperte. I risultati sono un Pil che cresce del 2,4%, quasi il quadruplo dell’Italia e quasi il doppio della zona euro, un debito pubblico che si è ridotto ed è sceso sotto la soglia psicologica del 100% sul Pil.

Sicuramente un esecutivo precario e un bilancio provvisorio impediscono di fare delle riforme radicali e probabilmente la vivacità economica del Paese non dipende esclusivamente dall’assenza di un governo, ma da altri fattori che un economista saprebbe spiegare meglio. Ma la situazione del Belgio sfata alcuni falsi miti tornati sulla cresta dell’onda dopo la crisi economica. Il mito che lo Stato debba arginare e salvare il popolo dagli speculatori, quando invece la maggior parte delle volte gli sciacalli preferiscono occupare lo Stato piuttosto che misurarsi sul mercato; il mito che uno Stato più forte e più presente ci porterà fuori dalla crisi e quello che per ridurre deficit e debito sia inevitabile un aumento della pressione fiscale.

Il Belgio non sta facendo altro che ripeterci quello che diceva Ronald Reagan: il governo non è la soluzione dei nostri problemi, il governo è il problema!

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