L’Italia sembra essere caduta in un coma profondo. Si ha l’impressione di vedere un film di Fellini, immersi in una realtà tragicomica e grottesca, contornati da personaggi surreali che sembrano aver perso completamente il senso della realtà. Noi sappiamo che l’Italia è meglio di così, ma ai media internazionali continuiamo a dare un’immagine distorta. L’esecutivo ormai  sopravvive a se stesso, altrettanto incapace di provocare una vera crisi parlamentare che di intraprendere una qualsiasi riforma. Incapace quindi di affrontare la peggior crisi politica dal dopoguerra a oggi.

Un’aria di decadenza aleggia su Roma popolata da uomini e donne, alleati e membri dell’opposizione, che cercano di trarre il massimo dalla loro condizione, nell’attesa di veder sferrare da qualche temerario il colpo di grazia a Cesare, ormai senza più credibilità. Il Wall Street Journal, Les Echos, Le Monde, New York Time, The Hindu, Le Point, Financial Times, così come tante altre testate riprendono la decisione di Standard & Poor’s di declassare la nota di credito dell’Italia a causa della cupe prospettive di crescita e della fragilità del governo. E si chiedono se le agenzie di rating avranno un potere tale per arrivare là dove l’ex moglie dichiarò Berlusconi ‘malato’, dove le inchieste giudiziarie, la scissione di Fini e la marcatura stretta di Napolitano non sono ancora riusciti ad arrivare: le  dimissioni del premier. Ma il nostro primo ministro, com’è stato sottolineato da tutta la stampa, ha reagito giudicando la decisione di Standard & Poor’s  un attacco politico gonfiato dai media e ha risposto al Capo dello Stato, preoccupato per la tenuta della maggioranza: “Vado avanti”.  E’ vero che la debolezza politica preoccupa i mercati così come preoccupano i dissapori fra Berlusconi e Tremonti. Questo è chiaramente riportato dai quotidiani stranieri, ma la colpa viene attribuita a tutta la classe politica, debole perché arrivata alla fine di un ciclo e debole perché nessun gruppo o movimento  hanno presentato un’alternativa che funzioni, né si sentono pronti a raccogliere il testimone.

La  crisi incombe, l’Italia, paralizzata dalle faide interne, non può più aspettare. L’imbarazzo che ci causavano i primi commenti dall’estero, oggi deve trasformarsi in rabbia. Nessun complotto, nessuno ce l’ha con noi (anche se qualche volta non veniamo giudicati ‘grandi’ abbastanza per calcare da protagonisti la scena internazionale)  e con serie riforme ce la possiamo fare. Lo dicono gli osservatori internazionali. L’Italia non è la Grecia e in Parlamento non ci sono solo inetti. Se restituiamo agli italiani il diritto di replica, i veri strumenti propri di uno Stato democratico basato sul Diritto (magari riuscendo a cambiare la legge elettorale), l’insofferenza e l’indifferenza saranno sostituite dalla voglia di crescere non solo economicamente, ma anche moralmente. E non avremo più bisogno di allevare le nostre coscienze mettendo sotto processo gli scienziati, scaricando ancora una volta le responsabilità sugli altri, come hanno fatto notare il “WSJ” e giornali specializzati del settore, confondendo il ruolo di chi prevede (geofisici) con quello di chi previene (le amministrazioni locali).

Finacial Times, Fiddling in Rome, 22 settembre 2011. “In meno di tre mesi, l’Italia si è trasformata da Paese dove i malesseri fiscali ed economici erano ancora curabili, in un Paese il cui atrofico ed  egoista sistema politico minaccia di distruggere tutta l’eurozona. Per questo allarmante stato di cose ci sono diversi colpevoli: avvocati, notai e altri gruppi di interesse che rifiutano di aprire le loro professioni alla competitività; i capi dei sindacati che preferiscono scioperare invece di cooperare alla riforma del mercato del lavoro; gli italiani ricchi specializzati in evasione fiscale; e tutti quelli conniventi al crimine organizzato. Ma la responsabilità più grande ce l’hanno Berlusconi, il primo ministro somigliante a Nerone che giocherella mentre Roma brucia, e la sua mal funzionante coalizione di centro-destra (…) Misure strutturali come la liberalizzazione dei servizi pubblici a livello locale, la privatizzazione di proprietà dello Stato e una maggiore flessibilità del mercato del lavoro, sono totalmente assenti dal piano di consolidamento fiscale approvato la settimana scorsa (…) Le tasse italiane e gli alti costi della previdenza sociale sono una delle ragioni che spiegano la bassa competitività nel business internazionale (…)”.

L. Totaro, Berlusconi faces Vote on Ally’s Arrest, Bloomberg, 22 settembre 2011. “Secondo un’intervista del Corriere della Sera al premier, registrata dopo il suo incontro di mercoledì 21 settembre sera con il Presidente Giorgio Napolitano, Berlusconi non ha intenzione di dimettersi. “Il Governo è determinato ad andare avanti”, e una volta risolti i problemi legali, “verrà il momento di dire tutta la verità al Paese (…)”.

G. Delacroix, Giulio Tremonti, un ministre au supplice, Les Echos, 21 settembre 2011. “Le difficoltà si accumulano intorno al ministro delle Finanze italiano. Il declassamento della nota di credito dell’Italia da parte di S&P suona come un disconoscimento dei suoi piani di austerità. E domani, il suo ex braccio destro, Marco Milanese,  perseguito per corruzione, potrebbe perdere la sua immunità (…) Fonti diplomatiche dicono che Tremonti è fuori gioco dopo lo scandalo dell’affitto ‘in nero’ e l’’amicizia’ con Milanese: “A parte i deputati Giorgetti, presidente della commissione Finanze e Lupi, vicepresidente della Camera, non ha che nemici (…) In seno a Confindustria, la padrona dei padroni, Emma Marcegaglia, ce l’ha da morire con un uomo che “non ha fatto nulla” per sostenere l’economia. Sono lontani i giorni dove il giornale degli imprenditori, Il Sole 24 Ore, eleggeva Tremonti uomo dell’anno 2009. Così come è lontano quello in cui faceva l’opinionista per il Corriere della Sera, oggi uno tra i suoi più violenti detrattori. Un industriale si lamenta: “Non ha liberalizzato nulla, dice tutto e il contrario di tutto (…) Ha i suoi demoni: i comunisti e i banchieri. E una specializzazione: l’amnistia fiscale. In otto anni passati alle Finanze ne ha fatte più di una quindicina, ma non è riuscito a far rientrare nelle casse dello Stato che 40 miliardi di euro, quando l’evasione supera i 120 l’anno (…)”.

V. Naravane, Berlusconi sees red over credit rating, The Hindu, 21 settembre 2011. “Con il suo caratteristico aplomb, il primo ministro italiano, Silvio Berlusconi, ha maledetto l’agenzia di rating S&P dichiarando che la decisione di declassare l’Italia era “motivata politicamente” e più influenzata dai media che dalla reale situazione economica del Paese (…) Il declassamento ha scatenato le ire di Confindustria (…) Il presidente Emma Marcegaglia ha detto: “Ne abbiamo abbastanza di essere lo zimbello del mondo quando andiamo in giro per affari (…) Il Governo deve adottare immediatamente serie e, se serve, impopolari riforme, non ho paura di dirlo, deve fare i bagagli e andarsene (…)”.

R. Donadio, Despite Wiretaps and Economic Woe, Berlusconi Endures, New York Times, 20 settembre 2011. “Nell’ultima tornata di intercettazioni riportate dalla stampa italiana, si sente il primo ministro Silvio Berlusconi richiedere giovani donne per le sue feste – presumibilmente ragazze accompagnate a destinazione con un aereo di Stato – e lamentarsi nel 2008 per gli impegni ufficiali con il presidente francese Sarkozy, con il cancelliere tedesco Angela Merkel e con il Papa Benedetto XVI, che giudicava di intralcio alla sua vita sociale (…) Ma finora, neanche le ultimissime intercettazioni – né i titoli di prima pagina che riportano a lettere cubitali gli esiti delle sue conquiste, “ne ho fatte 8 su 11” – si sono trasformate in una disfatta politica per Berlusconi. Neanche, almeno sembra, la decisione di Standard & Poor’s di declassare la nota di credito dell’Italia per via di un Governo che non riesce a gestire la sua economia. La segreteria di Berlusconi ha dato al riguardo una risposta molto evasiva, criticando i media per una decisione, che a dire del presidente era un infondato giudizio politico. Per molti osservatori, i dubbi ragguagli del partito, così come il modo di fare che sa tanto di cospirazione, dove la critica viene presa per tradimento, sono le prove tangibili che il Governo di Berlusconi, seppure democraticamente eletto, si è trasformato in qualcosa che non è più di questo tempo: una corte, dove ognuno, dai membri della coalizione fino alle sue belle ospiti, sono lì per compiacere i desideri del principe (…)”.

G. Dinmore, Italy plans reforms to rebuild growth, Financial Times, 20 settembre 2011. “Giulio Tremonti, ministro delle Finanze, sta lavorando alla stesura di nuove riforme atte a dare una spinta alla stagnante economia italiana, in risposta alle pressioni dei mercati che hanno seguìto il deludente bilancio di austerità e a seguito del declassamento della nota di credito del Paese.  I dirigenti hanno detto martedì, dopo lunghe trattative con i rappresentanti delle banche e dell’economia, che la prima di queste misure sarà un decreto (pronto entro la fine del mese) che darà alle imprese private incentivi fiscali per investire nelle infrastrutture e internet a banda larga. Silvio Berlusconi, primo ministro di centro-destra, aveva  criticato poco prima S&P per aver declassato l’Italia, accusando l’agenzia di pregiudizio politico (…) Le preoccupazioni di S&P, per la fragilità del Governo, potrebbero essere rinforzate giovedì quando il Parlamento voterà sì o no all’immunità di Milanese (…)”.

AFP per Le Monde, Standard & Poor’s declassa la nota di credito dell’Italia, 20 settembre 2011. “Il presidente del Consiglio italiano ha prontamente reagito denunciando questa decisione: “Gli apprezzamenti di S&P sembrano più dettati da storie apparse sui giornali che dalla realtà e sembrano essere stati negativamente influenzati da considerazioni politiche”, ha dichiarato Berlusconi in un comunicato (…) S&P da parte sua giustifica la decisione per la fragilità della coalizione politica al potere (…) Inoltre, secondo l’agenzia di rating, le autorità italiane risultano ‘reticenti’ nell’adottare delle riforme strutturali ambiziose per rilanciare l’economia (…)”.

M. Golla, La note de l’Italie dans le collimateur des agences, Le Figaro, 20 settembre 2011. “Il declassamento di S&P è giunto inaspettato visto che non c’era stato nessun preavviso da parte dell’Agenzia, contrariamente a Moody’s. Quest’ultima aveva annunciato venerdì che avrebbe portato a termine, con un mese di scarto, l’esame della nota di credito italiana in vista di un possibile declassamento, evocando il difficile contesto economico. Per S&P il declassamento è strettamente legato alla debole crescita economica del Paese e da una situazione politica fragile (…) Le difficoltà del Governo in carica nell’imporre delle misure sono state esemplificate nel difficile e doloroso parto del Piano di austerità (…)”.

S. Nixon e M. Curtin, Rome is still fiddling as Greece Burns, Wall Street Journal, 19 settembre 2011. “Il destino della zona euro non si decide ad Atene, ma a Roma (…) Il default per Atene è inevitabile, la chiave per evitare la ricaduta dipende dall’Italia, prossimo anello debole nella catena dell’euro (…) L’Italia dovrà passare per un piano di privatizzazioni credibile (…) ma per essere credibile il Piano dovrà contenere un dettagliato piano d’azione (…) I mercati sono scettici sul fatto che Roma abbia la volontà per prendere decisioni dure e Tremonti ha poco tempo per convincerli del contrario (…)”.

AP per Wall Street Journal, Italy Tries Scientists for Failing Predict Quake, 20 settembre 2011. “Sette scienziati martedì sono stati portati in giudizio per omicidio colposo perché, presumibilmente, non avevano allertato la popolazione prima del devastante terremoto, che ha ucciso più di 300 persone in Abruzzo, nel 2009. Il caso è seguito da vicino dai sismologi di tutto il mondo che insistono sul fatto che è impossibile prevedere un terremoto e che nessuna grossa scossa è stata mai preannunciata . L’anno scorso, più di 5mila e 200 ricercatori internazionali hanno firmato una petizione in favore dei loro colleghi italiani e la Seismology Society of America ha scritto al Presidente Napolitano esprimendo preoccupazione per quello che hanno definito un attacco legale senza precedenti nei confronti della scienza (…)”.

C Dumas, La parole des scientifiques en jeu, Sciences et Avenir, 20 settembre 2011. “Questi esperti sembrano essere i capri espiatori, responsabili fino ad un certo punto di una realtà nella quale le colpe sono molteplici, in particolare l’assenza di costruzioni antisismiche all’Aquila, città più volte toccata duramente dai sismi nel corso della sua storia. Quale che sia la conclusione, questo processo mette in luce la delicata posizione degli scienziati e degli esperti consultati in situazione di crisi (…) Il caso dell’Aquila potrebbe convincerli a rivedere il loro modo di partecipare alle unità di crisi e di esprimersi davanti al grande pubblico, nel timore di essere perseguiti legalmente (…)”.

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