Di questi tempi, l’andamento della Borsa valori è caratterizzato da brusche oscillazioni, un chiaro segnale d’insofferenza degli investitori. Le esasperate variazioni giornaliere che si registrano a Piazza Affari testimoniano un’incertezza sempre maggiore verso le sorti del Belpaese. In virtù della crescente rischiosità percepita, perdiamo appeal verso il mercato, gli investitori scaricano i titoli di debito pubblici e il termometro dello spread continua a segnare temperature ‘bollenti’.

Giovedì 22 settembre, è stato poi battuto l’ennesimo record negativo, quello sui credit default swap (una sorta di polizza assicurativa che copre dal rischio di fallimento di un emittente, in questo caso lo Stato italiano). Il premio assicurativo per proteggersi contro il fallimento dell’Italia ha toccato quota 545 punti (5,45%), in netto aumento rispetto ai 150 punti del maggio scorso. In pratica, la probabilità percepita del default dello Stivale è quasi quadruplicata in soli 4 mesi.

Ci viene ripetuto che la colpa di tutto questo è degli speculatori, dei fondi di investimento aggressivi che muovono grandi masse di flussi finanziari, dei menagrami delle agenzie di rating. In realtà, una grossa fetta di responsabilità va addebitata alla classe dirigente che governa il nostro Paese.

Il malcontento dei mercati è stato dapprima minimizzato e bistrattato, infine affrontato con superficialità. Trovatosi con le spalle al muro, l’establishment tricolore ha dato mostra della sua peggiore qualità, il pressappochismo. Si pensi, per esempio, al travagliato iter che ha portato all’approvazione della cosiddetta manovra di Ferragosto. Un decreto-legge recante “ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria” che avrebbe dovuto rappresentare una risposta seria e concreta alle turbolenze finanziarie estive e che invece si è risolto in barzelletta.

La debolezza dell’Esecutivo ha trasformato il passaggio parlamentare di conversione in legge del decreto in una sorta di fiera del lobbying. La manovra ha cambiato pelle (anche in maniera radicale) per diversi giorni consecutivi, arrivando persino al paradosso surreale di un Senato che discute un testo nel frattempo già modificato dal Consiglio dei Ministri, dunque superato e inutile.

Alla fine è stato approvato un provvedimento fatto per due terzi di maggiori entrate e per un terzo di riduzione della spesa, ove per di più le entrate ‘certe’ inizialmente previste dal d.l. sono state sostituite da poste maggiormente aleatorie. Inoltre, non è stata introdotta alcuna riforma strutturale o incentivo alla crescita (liberalizzazioni e privatizzazioni in primis); per non parlare dei 171 decreti che sono ancora necessari per rendere operative le correzioni di finanza pubblica previste.

E’ un fatto che, in condizioni di acuta incertezza, la perfezione dei mercati è solo teorica. Piuttosto prevalgono dinamiche che si auto-alimentano, profezie che si auto-realizzano, rischi che si auto-determinano, contagi e interdipendenze sistemiche e così via. Chi ci governa non può ignorare tutto questo e deve iniettare stabilità nel sistema, sforzandosi di dare un’immagine solida del Paese.

Bisogna dimostrare di essere pronti a fare il necessario per rimettersi in carreggiata. Altrimenti, è facile intuire quale sarebbe la credibilità di una classe dirigente che risponde a problemi urgentissimi con decisioni blande e quali potrebbero essere le disastrose conseguenze.

© Rivoluzione Liberale

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