“«Hemingway aveva un lato oscuro e maligno»”. Così disse una volta Valerie Danby-Smith, sua collaboratrice, ricordando quanto lo scrittore americano maltrattasse con crudeltà la sua quarta moglie. Forse quello stesso lato oscuro lo faceva essere crudele anche con se stesso e lo indusse a suicidarsi il 2 luglio del 1961 a soli 62 anni. Quasi a dare continuità a una ferale ‘tradizione’ familiare, quindi, “come suo padre prima di lui, Hemingway aveva scelto di non affidare alla sorte la sua dipartita”, stando a quanto scritto da Linda Wagner-Martin, nella biografia Ernest Hemingway. Una vita da romanzo, pubblicata lo scorso giugno da Castelvecchi in concomitanza con il cinquantesimo anniversario della morte dell’autore di Addio alle armi e Il vecchio e il mare.

Dalle oltre trecento pagine di questo libro, emerge il ritratto del genio della letteratura statunitense e mondiale che non volle andare al college per fare – spinto da una forte ambizione – subito il giornalista e che usava definirsi solo come ‘scrittore’ (già “durante il secondo o terzo anno di scuola superiore” Ernest “scoprì la potenza della sua scrittura”). Vien fuori anche l’immagine dell’uomo fisicamente forte, sportivo e senza timore di nulla, ma complessato, tormentato da traumi psicologici dell’infanzia trascorsa a Oak Park (Illinois) derivati soprattutto dal rapporto col severissimo padre, assai meno da quello con una madre abbastanza comprensiva. Scioccato, anche, dall’angosciante ricordo di un incidente occorsogli in Italia durante la prima guerra mondiale e indebolito nella sua misoginia dai fallimenti delle quattro serie relazioni d’amore della sua vita con le donne che ne divennero moglie. In tal senso, come scrive la stessa autrice nella prefazione, “lo scopo di questo studio è sottolineare la duttilità dell’io dell’autore nel suo svilupparsi attraverso le relazioni con le donne che ha amato e anche con alcune donne che non ha amato”. Ognuna, tuttavia, nel bene e nel male contribuì al continuo saliscendi della sua depressione mai vinta.

La scrittura di Linda Wagner-Martin (docente di Letteratura inglese e comparata alla University of North Carolina e autrice di oltre quaranta libri su scrittori americani tra i quali – oltre a Hemingway – William Faulkner, Gertrude Stein, William Carlos Williams, Anne Sexton, Robert Frost, Denise Levertov, John Dos Passos, and Sylvia Plath) in questo libro è fluente e immediata, ma penalizzata da una prolissa ripetizione di alcuni concetti base che caratterizzarono l’esistenza di Hemingway. Oltre a quelli già citati, la studiosa insiste più del necessario sul cameratismo, sulla passione per la corrida, sull’amore per la pesca d’altura e per i safari, sull’alcolismo e la paura della solitudine, sugli ossessivi scambi epistolari, sul disinteresse per le cose domestiche e sul difficile rapporto con i vari figli, sull’ossessione per il denaro e così via. Elementi sì fondamentali per ‘scolpire il busto’ del grande narratore e premio Nobel, ma riproposti in maniera a tal punto incalzante da suscitare nel lettore meno paziente la voglia di saltare pagine.

Insomma, non basta a giustificare un tale battente echeggiamento di numerose tematiche l’aver dichiarato in prefazione di voler raccontare un’intera vita analizzando più di ogni altra cosa sentimenti e vicende intime del personaggio. E inoltre, è davvero tutto questo degno d’esser considerato materiale per “una vita da romanzo”, un sottotitolo teatrale, forse, pretenzioso? A ben pensarci la vita di ogni uomo – con la dovuta maestria – può essere trasposta sotto forma di romanzo. In particolare quando è sul versante passionale che si intende puntare per il ritratto.

Quindi, a coinvolgere maggiormente della biografia, sono i troppo rari brani dedicati all’evolversi dell’attività di scrittore di Hemingway. Colui che, mirando a un realismo senza compromessi, inventò “una prosa intensamente poetica – scrive Wagner-Martin – che usava il linguaggio secco e vernacolare della letteratura americana (…) Tutti i dettagli accessori venivano pesati sulla bilancia dell’essenzialità (…) era l’unico, nella letteratura modernista, ad assumersi il compito di stabilire quell’equilibrio (…)”. Nonostante la precedente critica va comunque ammirato il modo in cui la biografa offre, della maggior parte degli scritti di Hemingway, una sintetica ma dettagliata descrizione degli stati d’animo e dei momenti emozionali che ispiravano l’autore. Qualcosa di più di semplici e seppur brevi recensioni. Dalle quali, di tanto in tanto, spunta anche l’uomo spavaldo e temerario, che è poi quello incastonato nell’immaginario collettivo.

Inoltre, non sarebbe calibrato ignorare la minuziosità dei particolari raccolti e l’immenso lavoro di ricerca che domina ogni singola pagina del volume. Al punto di informare delle tecniche utilizzate nei rapporti sessuali con una delle mogli in gravidanza. O della portata principale del pranzo del terzo matrimonio.

Il libro si chiude con una concisa, riassuntiva, appropriata analisi della personalità di Ernest Hemingway. Come una diagnosi eseguita da uno psicoterapeuta, che elargisce a chi ha letto, una nitida percezione di quale sia stata l’interiorità dell’uomo.

© Rivoluzione Liberale

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