E’ appena uscito il nuovo rapporto di Eurostat sulle statistiche culturali europee, che conferma come l’Italia sia un paese davvero strano: poco avvezzo alle statistiche, che spesso non reputa aderenti alla realtà, ma capace, e ci riferiamo ad una certa classe politica, di assumere come punti di riferimento culturale personaggi che poco hanno a che fare con ciò che viene comunemente inteso quale “bagaglio di conoscenze ritenute fondamentali” da trasmettere di generazione in generazione.

Ma veniamo al rapporto Eurostat. Innanzitutto, un cittadino europeo su due va al cinema, a teatro o nei musei almeno una volta durante l’anno. Solo il 22% la considera un’attività vana e superflua. I consumi hanno resistito all’aumento dei prezzi: fra il 2005 e il 2010 è cresciuto del 13,3% il costo di musei e di concerti e del 6,5% quello dei libri. Ma l’industria culturale europea resiste: l’anno scorso hanno lavorato nella cultura 3,6 milioni di persone, ovvero l’1,7% dell’occupazione totale; fra di essi la maggioranza è donna, per la maggior parte con contratti precari. Ed ecco il paradosso Italia: siamo il paese col più alto numero di lavoratori in questo settore, ben 120 mila. Eppure il nostro consumo culturale è fra i più bassi d’Europa, circa 833 euro, ovvero meno del 3% sul bilancio annuale di una famiglia. I nostri consumi sono sotto la media dell’UE. Solo il 46% entra almeno una volta l’anno in una sala cinematografica, contro il 54% dei francesi, il 57% degli inglesi, il 70% degli islandesi. Anche nell’editoria si riscontra un paradosso: l’editoria in Italia conta più di 5.600 imprese, superando la Gran Bretagna e dietro solo alla Francia. La ricchezza dell’editoria italiana contrasta con gli scarsi lettori del nostro paese: 3 italiani su 10 non hanno l’abitudine di comprare un quotidiano; meno di 6 italiani su 10 hanno sfogliato un libro nel corso dell’ultimo anno: è il dato peggiore d’Europa, fa peggio solo il Portogallo. Al primo posto ci sono Svezia e Finlandia, dove quasi il 30% dei cittadini ha letto più di 12 libri in un anno. La metà di loro possiede almeno 100 volumi, rispetto al 30% degli italiani. Anche rispetto a internet, l’Italia si attesta in fondo alle classifiche Eurostat. Nel 2009, poco più della metà degli italiani era collegato alla rete, mentre in tutti i paesi scandinavi la media superava già l’80%. Inoltre, non siamo propensi ad acquistare prodotti culturali via internet: per i libri, i nuovi acquirenti sul web sono aumentati, fra il 2006 e il 2010, di un solo punto percentuale, dal 6% al 7%. Per non parlare della volontà dell’italiano medio di capire le culture e le lingue di altri paesi, attraverso la visione di film in lingua originale: a livello europeo, il 19% dei cittadini guarda spesso la televisione e i film in lingua straniera, con punte del 73% degli svedesi e del 59% dei finlandesi; nel Belpaese la percentuale è solo del 3%.

Ecco a voi il paese meno acculturato d’Europa. Siamo riusciti a stabilire un altro record e nostro malgrado continuiamo ad investire in politiche culturali lo 0.18%  del Pil essendo, per altro, il paese con più siti riconosciuti dall’Unesco. Evidentemente a questo governo il principio del food for thought poco interessa, poiché il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti sposa la tesi per la quale “con la cultura non si mangia”.

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