Il Corno d’Africa è nuovamente entrato nella spirale infernale della siccità e della carestia, aggravata dai conflitti regionali. Tra Somalia, Eritrea, Etiopia, Gibuti, alcune regioni del Kenya e l’Uganda,  dodici milioni di persone rischiano di morire di fame per una catastrofe annunciata.  All’inizio degli anni ’70 del secolo scorso, una carestia di simili proporzioni provocò la caduta dell’imperatore Hailé Salassié, negli anni ’80 abbiamo assistito (ma ce ne siamo subito dimenticati) alle “marce della fame e della morte” lungo le strade impolverate e controllate a vista dagli avvoltoi, ma in tutti questi anni la Regione non è riuscita a mettere in piedi dei programmi di prevenzione e delle riserve d’acqua volte a contrastare gli effetti ricorrenti della siccità.

La causa? I conflitti latenti o aperti. L’Etiopia e l’Eritrea si sono affrontate per anni in una guerra fratricida che ha portato all’indipendenza della seconda. Questa ha privato Addis-Abeba di ogni sbocco sul mare forzando la grande potenza del Corno d’Africa a rivolgersi a Gibuti che spesso e volentieri ha approfittato dei problemi dei suoi vicini. Questo Paese ‘ospita’ oggi forze militari americane e francesi che cercano da una parte di combattere il terrorismo e dall’altra di proteggere le potenze petrolifere del Golfo. L’Etiopia, che si è battuta contro la Somalia e ha vinto la guerra dell’Ogaden (sud-est etiopico), beneficia del sostegno americano e pretende di avere uno speciale diritto di replica sui Paesi della regione. L’Eritrea, che ha anche lei perso la sua battaglia contro l’Etiopia cerca di sfiancare il regime di Addis-Abeba, immischiandosi degli affari di tutte le etnie e rompendo così i delicati equilibri. Altro fattore destabilizzante, l’accaparramento di terre etiopiche e sudanesi da parte degli arabi del Golfo, degli asiatici e di varie compagnie occidentali per coltivare generi alimentari o biocarburanti.

Le cifre delle vittime della carestia riguardanti l’Etiopia e l’Eritrea sono ancora imprecise perché a molte ONG è stato impedito di agire liberamente. Sembrerebbe che questa volta però, a essere più toccata sia la Somalia. Vittima da più di vent’anni di violenze e conflitti, questo Paese del Corno d’Africa, situato sulle rive dell’Oceano Indiano, contava nel 2010 più di 1,4 milioni di sfollati al suo interno e 600mila rifugiati in campi profughi organizzati dall’UNHCR nei Paesi vicini, il più grande a Dabaab, in Kenya.  Le cifre aumentano vertiginosamente. Decine di migliaia di donne, bambini e vecchi hanno rischiato la vita intraprendendo la pericolosa traversata del Golfo di Aden dal Nord della Somalia verso lo Yemen, vedendo la ‘salvezza’ in uno Stato che ai nostri occhi risulta altrettanto pericoloso. Lì la carestia, però, non c’è. Questa regione è anche solcata dai pirati che aggravano lo stato d’insicurezza. C’è una stretta rete di attività criminali tra i pirati e i trafficanti. La Somalia ha sopportato per anni gli scontri tra clan e i guerriglieri, spesso attizzati dai vicini. Il Paese ha finito per soccombere agli shebab, membri dei tribunali islamici, che riconoscono in Al-Qaeda i loro capi spirituali. Fino al 2007 erano riusciti a tenere in pugno anche Mogadiscio, ripresa in mano poi dalle forze etiopiche (sostenute dagli USA) alleate al governo federale di transizione. Da allora, gli shebab occupano regioni intere e decidono se le ONG possono occuparsi delle popolazioni affamate.

Gli shebab somali regnano con il pugno di ferro nelle regioni che controllano e non hanno esitato a rivendicare l’attentato contro l’Uganda che partecipa alla forza di pace dell’Unione Africana in Somalia (Amisom) di spiegamento a Mogadiscio. Le bombe esplose in un ristorante e in un bar che trasmettevano la finale dei mondiali di calcio (12 luglio 2010) costituiscono l’attentato più sanguinario dell’Africa dell’Est, dopo gli attacchi alle ambasciate americane di Nairobi e Dar es Salaam nell’agosto del ’98. La permanenza in Sudan di Osama Bin Laden nel 1992, prima che si recasse in Afghanistan, ha favorito la spinta integralista nella regione, spinta particolarmente sentita in Somalia.

I dirigenti dell’Africa dell’Est si sono incontrati il 9 settembre a Nairobi e stanno cercando di varare un piano d’azione che regoli in modo razionale il problema della distribuzione dell’acqua e della deforestazione. Non sarà facile visto il fragile equilibrio che li tiene insieme. Ma ci stanno provando. Il cantante senegalese Youssou Ndour, ambasciatore Unicef da più di vent’anni, ha chiesto all’Africa di mettere in piedi una serie di iniziative in favore delle vittime della carestia, sperando lui stesso di poter mobilitare gli artisti africani in questa direzione. “Dove sono gli africani? Li vediamo ovunque, ma quando c’è una crisi a casa loro, spariscono”, ha detto visitando il Campo di Dabaab. Pochi giorni fa, il Parlamento europeo ha approvato lo ‘scongelamento’ di fondi supplementari necessari a fornire nell’immediato un aiuto  alimentare e investire nell’agricoltura per garantire una sufficiente quantità di cibo. Sicuramente gli islamici somali stanno cercando di ottenere una qualche forma di riconoscimento internazionale ostacolando gli aiuti umanitari e utilizzandoli come ricatto. Ma è anche vero che non sono un’organizzazione monolitica e organizzata, come può esserlo oggi Aqmi (Al Qaeda au Maghreb Islamique), ben più pericolosa e che rischia di complicare ancora di più la crisi libica, tant’è vero che uno dei loro capi si era impegnato a lasciar libero movimento alle organizzazioni umanitarie. La povertà e la precarietà sono l’humus di ‘vocazioni suicide’, ma forse anche di apertura al dialogo.

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