Alle elezioni legislative tenutesi in Lettonia il 17 settembre non è stato dato il benché minimo risalto dalla stampa nostrana. Eppure, il loro esito può rivestire un significato cruciale per lo sviluppo delle relazioni interetniche fra russi e lettoni nonché, in proiezione, per la tenuta stessa del concetto di Europa e per l’ancoraggio al mondo occidentale di quei Paesi che pochi anni orsono venivano fastosamente definiti ‘nuova Europa’.

La tornata elettorale è stata voluta dal presidente uscente Valdis Zatlers, che aveva indetto un referendum per lo scioglimento del Parlamento – colpevole di aver assicurato l’immunità a un oligarca implicato in un’inchiesta per corruzione. Inter alia, la Lettonia indipendente ha continuativamente visto la partecipazione dei suoi tre principali oligarchi alla vita politica. Costoro sono stati progressivamente marginalizzati, tanto che ad oggi il solo Aivars Lembergs (ras indiscusso della città di Ventspils) è ancora presente in Parlamento, tramite il Zaļo un Zemnieku Savienība (Unione dei Verdi e degli Agricoltori), partito classificatosi al quinto posto nelle preferenze e crollato a tredici seggi (ultimo fra quelli che avranno rappresentanza alla nuova Seima). Non essendo stata raggiunta la maggioranza assoluta da nessun altro partito, la formazione della compagine di Governo sarà giocoforza una ‘partita a quattro’.

Vincitore delle elezioni e ulteriormente rafforzatosi rispetto alle ultime consultazioni dello scorso anno è il Saskaņas Centrs (Centro dell’Armonia, Centr Soglasnja in russo), partito della minoranza russa guidato dal sindaco di Riga Nil Ushakov, che ha ricevuto il 28,6% dei voti aumentando i suoi seggi da 29 a 31 (su 100 complessivi) con un programma ‘socialisteggiante’ di aumento della spesa pubblica e di recupero del welfare state. Al secondo posto, il Zatlera reformu partija (Partito delle riforme di Zatlers), formazione nata dalla volontà dell’ex Presidente della Lettonia di portare avanti un progetto moderato-riformista, attaccando battaglia contro gli oligarchi nel ruolo di ‘eminenze grigie’ della scena politica. Il neo-costituito partito è stato premiato con ventidue seggi. Terzo, Vienotība (Unità), partito del Primo ministro uscente Valdis Dombrovskis, che aveva guidato il Paese durante la crisi internazionale imponendo misure draconiane alla popolazione per accedere ai prestiti del FMI, e che ha ricevuto solo il 18% dei voti – perdendo tredici seggi in un anno e fermandosi a quota venti. Quarto, Nacionālā apvienība “Visu Latvijai!” – Tēvzemei un Brīvībai/LNNK (Alleanza Nazionale), un rassemblement di partiti di destra ideologicamente connotato da posizioni variabili fra liberalismo economico, riformismo e conservatorismo. Questa formazione annovera tra le sue fila i nazionalisti etnicamente lettoni opposti al SC.

A spoglio appena concluso, si è scatenato il bailamme dei colloqui informali fra i vari esponenti politici per la formazione di una coalizione di Governo. Paradossalmente, il partito che rischia di essere escluso dalla compagine è proprio quello uscito vincitore dalle urne, il filorusso SC. Sembra infatti abbastanza solido l’accordo moderato fra l’ex Presidente e il Primo ministro uscente; Zatlers con il suo Partito delle riforme e Dombrovskis con Unità. Permane ancora incertezza su chi possa rivestire il ruolo di terzo pilastro della coalizione. Contendenti sono i due partiti di ‘estrema’: SC da una parte, VL – TB/LNNK dall’altra. Il Presidente Andris Bērziņš (alla cui elezione estiva contribuì in maniera decisiva l’apporto dei voti del SC) dedica la giornata odierna e domani, 29 settembre, alle consultazioni con le varie forze politiche.

L’importanza delle votazioni, sottostimata da noi, non è sfuggita alla ‘comunità della diaspora’. Il 23 settembre, la potente Associazione dei Lettoni d’America, in una lettera aperta al Presidente, ha richiesto l’esclusione del SC dalla formazione del Governo. La partita si gioca su diversi tavoli, anche a livello internazionale.

L’intervento dell’Associazione illustra d’altra parte quanto sia impervio il cammino che le due componenti etniche dello stato devono ancora compiere in vista del reciproco riconoscimento. Guntis Ulmanis, ex-Presidente della Lettonia e leader di Par Labu Latviju! (Per una Buona Lettonia!), uno dei ‘partiti degli oligarchi’, ha a questo proposito dipinto un quadro a tinte fosche. Costui ha dichiarato che “se non siamo in grado di riconoscere che in Lettonia esiste una società duale, e se i partiti non riescono a comprendere la pericolosità della situazione, in futuro questa criticità potrebbe rappresentare un serio ostacolo per lo sviluppo del Paese, specie in campi come l’istruzione e scuola”. Ancora, parlando del leader di SC nonché sindaco di Riga (bersagliato, come ricorderete, dalla parte etnicamente lettone della cittadinanza), Ulmanis ha rievocato la frattura, non ancora sanata, causata dall’indipendenza dall’URSS: “Immaginate cosa significa per Ushakov, un giovane non collegato in alcun modo al retaggio dell’occupazione sovietica, sentirsi definire come un occupante”.

Nuvole nere si addensano sul cammino intrapreso dal Paese verso la stabilità politica e la concordia sociale. Un compiuto e sincero riconoscimento dell’esistenza di una collettività divisa, che preveda specifiche misure di tutela per ciascuna delle due comunità etniche, potrebbe contribuire al loro diradarsi. Sicuramente, l’indifferenza dell’UE o – peggio – la partigianeria verso una delle fazioni si risolverebbe in ulteriori ostacoli posti sul percorso della Lettonia, barriere che potrebbero addirittura far deviare il Paese dal suo cammino verso ovest alla volta di destinazioni ‘orientali’.

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