Friedrich August von Hayek (1899–1992), premio Nobel per l’Economia nel 1974, è uno dei più grandi esponenti del neoliberalismo novecentesco e uno dei maggiori critici dell’economia pianificata e centralista. Docente alla London School of Economics, dove si è distinto per l’amicizia con Karl Popper e per l’opposizione alle tesi favorevoli allo ‘Stato sociale’ del noto economista John Maynard Keynes, è autore di una ricca serie di scritti di natura economica, socio-politica e filosofica. Del 1960 è la sua opera monumentale che può considerarsi un vero e proprio classico del pensiero liberale del Novecento, The Constitution of Liberty. In essa Friedrich A. Hayek cerca di fondare una filosofia politica sistematica a sostegno della libertà personale.

La filosofia politica di Hayek è costruita interamente sull’ideale di libertà individuale e sulla stretta connessione tra libertà economica e libertà senza altri aggettivi, come rilevato anche da Norberto Bobbio. La libertà sarebbe sempre una condizione che riguarda il singolo individuo, la cui sfera privata non può essere valicata dagli altri. In quest’ottica la libertà è essenzialmente assenza di interferenza o di coercizione. Nello specifico “la coercizione si presenta quando le azioni di un uomo vengono poste al servizio della volontà di un altro, non per i propri scopi, ma per quelli dell’altro”. Nel momento in cui l’uomo è costretto a seguire dei fini imposti dall’esterno, dagli altri uomini, e non dal proprio libero esercizio intellettuale, egli viene relegato in uno stato di schiavitù.

La difesa della libertà deriva direttamente dalla sua teoria individualistica della conoscenza e dell’azione, basata su un’evoluzione spontanea che non presuppone comunque l’assenza di norme, ma soltanto l’esistenza di norme generali e astratte, la maggior parte delle quali non sono generate dalla legislazione ma sono prodotte dalla stessa evoluzione culturale. Hayek si riferisce a un insieme di principi e di regole che attengono esclusivamente alla condotta umana e consentono all’uomo di decidere liberamente. Nella società moderna, tra questi principi e queste norme che regolano la convivenza, emergono le Costituzioni.

Il suo pensiero è in sintonia più con la tradizione liberale inglese del Settecento (soprattutto con quello di Locke), che con quella continentale europea (Kant, innanzitutto). Hayek concepisce la libertà come protezione mediante la legge contro ogni forma di coercizione arbitraria (freedom from) e non come rivendicazione del diritto di ognuno di partecipare alla determinazione del  governo (freedom to).

In questo contesto acquista grande rilievo la concezione che Hayek ha dello Stato, che deve intervenire il meno possibile nell’ambito dell’autonomia individuale e deve garantire, grazie a leggi generali, il completo sviluppo delle libertà individuali. Lo Stato, inoltre, deve essere anch’esso sottoposto alla legge, che è l’unica garanzia della libertà individuale.

Il fondamento di ogni civiltà evoluta è per Hayek la proprietà privata, intesa ‘lockeanamente’ come il diritto alla “vita, alla libertà e ai beni”. Essa è “la sola soluzione finora scoperta dagli uomini per risolvere il problema di conciliare la libertà individuale con l’assenza di conflitti. Legge, libertà, proprietà sono una trinità inseparabile. Non vi può essere alcuna legge, nel senso di regola universale di condotta, che non determini confini di aree d’azione, stabilendo regole che permettono a ciascuno di accertare fin dove egli è libero di agire”.

Hayek distingue la ‘legge’, avente carattere generale e universale, dalla ‘legislazione’ concreta che riguarda le singole norme. La legge non riguarda casi individuali, mentre la legislazione si compone di provvedimenti amministrativi voluti dalla maggioranza parlamentare. Per Hayek è quindi un gravissimo errore identificare la legge con la legislazione, come spesso accade: la legislazione dipende dal governo, mentre la legge è da esso svincolata e rappresenta, nel contempo, il corredo di principi che ogni governo deve rispettare. Sulle orme di Locke, Hayek nutre la convinzione che dove finisce la legge inizia la tirannide, con l’inevitabile conseguenza che la sfera legislativa dei governi dev’essere limitata dal “governo della legge” (rule of law): “L’imperio della legge (…) comporta dei limiti al campo della legislazione; esso lo restringe a quel tipo di regole generali cui si tributa il nome di leggi formali ed esclude la legislazione che miri direttamente a persone determinate o che metta in grado qualcuno di usare il potere coercitivo dello Stato ai fini di una tale discriminazione. Esso non significa che tutto deve essere regolato dalla legge, ma significa all’opposto che il potere coercitivo dello Stato può essere usato soltanto in casi anticipatamente definiti dalla legge e in maniera tale che si possa prevedere come sarà impiegato”.

Hayek definisce legittimo l’intervento di un governo nella vita dei suoi cittadini soltanto per far rispettare le norme generali, ossia le norme che servono a proteggere “la vita, la libertà, i beni”. Lo Stato diventa coercitivo nella misura in cui interferisce in qualche modo con la libertà degli individui di perseguire i propri scopi e di realizzare i propri personali piani di vita: “Ciò che distingue radicalmente le condizioni di un paese libero da quelle di un paese sottoposto a un governo arbitrario è il fatto che nel primo si osserva il grande principio denominato l’imperio della legge. Spogliato da ogni tecnicismo, esso significa che il governo, in tutte le sue azioni, è vincolato da regole fisse e annunziate in anticipo, regole che danno la possibilità di prevedere con ragionevole sicurezza in qual modo l’autorità userà i suoi poteri coercitivi in determinate circostanze, e di indirizzare i propri affari individuali sulla base di tale cognizione”.

Hayek respinge inoltre, con coerenza, la cosiddetta giustizia sociale, intesa come ‘giusta’ redistribuzione della ricchezza attraverso una tassazione progressiva. Le sue argomentazioni a riguardo sono numerose e si riferiscono soprattutto all’uso sbagliato del termine ‘giusto’. Per Hayek non vi sono criteri obiettivi per definire una società giusta, per determinare la validità delle richieste al governo e la loro misura e, infine, per stabilire progressività nella tassazione e nella ridistribuzione. La giustizia sociale sarebbe quindi soltanto un concetto vuoto, un residuo di regole primitive di convivenza, legate al piccolo gruppo dove la massima coesione per la propria sopravvivenza viene affidata alla giustizia distributiva del capo. Il cambiamento è avvenuto attraverso il lento passaggio dal piccolo gruppo, dalla società chiusa, nella quale l’individuo non era libero, alla grande società aperta di uomini liberi (anche se sul piano politico non è sempre così) che si è realizzata progressivamente nel libero mercato.

La legislazione in materia di giustizia sociale rappresenta per Hayek una delle forme più evidenti di interferenza e il mito della giustizia sociale servirebbe soltanto a costringere gli altri, rivelandosi così in pieno contrasto con la libertà.  Egli è comunque favorevole ad una ‘rete di protezione’ che permetta di vivere a coloro che non sono in grado di provvedere al proprio sostentamento (malati, anziani, diversamente abili, vedove e orfani) ma, nel contempo, essa non deve rappresentare una forma di intervento correttivo del mercato da parte della legislazione. Assicurare un reddito minimo a tutti è, secondo Hayek, un dovere della società libera ma ciò deve verificarsi tramite l’assistenza e non cambiando in modo artificiale le regole del libero mercato sul quale si fonda la ‘Grande Società’: la moderna società complessa, che sfugge a ogni pianificazione centralizzata in quanto si affida esclusivamente all’iniziativa individuale e al meccanismo della concorrenza.

L’economista ammette, però, che se non esiste un “dovere morale di sottomettersi ad un potere che possa coordinare gli sforzi dei membri della società allo scopo di mantenere un modello di distribuzione particolare, considerato come giusto”, restano in vigore le obbligazioni morali di solidarietà, purché siano volontarie, liberamente decise dall’individuo e non imposte dall’alto.

Infine Hayek identifica la storia con il termine catallaxy, un ordine spontaneo, che non si riduce al solo mercato ma comprende anche l’’ordine morale’ e le sue istituzioni, in virtù del quale l’uomo può cooperare con gli altri. Di certo, per Hayek senza il libero mercato la dignità umana non esiste, ma è anche vero che un mercato non può sussistere senza l’esistenza di un ordine morale: “Non fu la ragione umana ma la morale umana a mettere in grado l’uomo di formare quello che chiamerò ordine diffuso (e ulteriormente diffondibile) dell’interazione umana, che tiene in vita l’attuale popolazione della terra”.

Nel pensiero di Hayek liberalismo politico e liberismo economico sono inscindibili, in quanto uniti strutturalmente, e ogni distinzione fra essi viene decisamente respinta.

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