È chiaro ormai che il regime di Gheddafi in Libia è vicinissimo al collasso, ma quello che mi interessa qui notare è che la vittoria dei ribelli sarebbe stata impossibile senza il deciso intervento della NATO, che ne ha sostenuto l’azione coi suoi bombardamenti mirati, evitando allo stesso tempo eccessivi danni collaterali e, soprattutto, l’invio di truppe sul terreno. Nessun Paese alleato, né gli inglesi né i francesi (che pure stanno cercando di portare a casa i benefici politici ed economici della loro azione) avrebbe avuto la minima possibilità di vittoria senza la solidarietà politica e il supporto della straordinaria capacità di pianificazione e controllo della NATO e della sua perfetta rete di sostegno logistico. Da questo credo si possa trarre una conclusione: la NATO è oggi, non solo l’unico strumento militare internazionale realmente rodato ed efficace, ma la permanente garanzia per la sicurezza collettiva in Europa e nel Mediterraneo, due aree alle quali l’Italia è strettamente vincolata. In altre parole, l’Alleanza continua a svolgere, in condizioni e tempi mutati, quel ruolo di fondamentale garanzia per gli europei che ha svolto per i 40 anni della Guerra Fredda. Chi, agli inizi degli anni 90, pensava che si trattasse di uno strumento ormai arrugginito e destinato a sparire, ha avuto torto: la pacificazione dei Balcani, l’allargamento ad Est,gli accordi colla Russia,l’intervento per il Kossovo,e ora la Libia, ne dimostrano la vitalità e l’efficacia (non sono invece molto convinto dell’opportunità di aver affidato alla NATO la responsabilità in Afganistan, una zona davvero “fuori aera”, in cui il potenziale dell’Alleanza non può dispiegarsi al meglio: ma forse era l’unica possibilità per assicurare una larga partecipazione europea alle operazioni e per superare la breccia apertasi in seno all’Alleanza a proposito dell’Irak).

La cosa che a me che, figlio di chi fu relatore della ratifica del Trattato NATO in Senato, ha poi ho lavorato nell’Alleanza per 10 anni complessivi, e ricorda bene la furiosa ostilità della nostra sinistra, almeno fino al 77,  più colpisce, e più soddisfa, è il fatto che siano proprio gli esponenti di quella sinistra (spesso le stesse persone) che ad un certo momento abbiano avuto la loro conversione sulla via di Damasco e siano diventati i convinti assertori dell’Alleanza.

Un giorno di quindici anni fa, mi capitò di accompagnare l’On. Giorgio Napolitano, allora deputato europeo, in visita al Segretario Generale della NATO Javier Solana. Napolitano era stato un esponente di quel PCI che contro la NATO aveva combattuto battaglie acerrime. Solana, socialista, aveva votato nel Parlamento spagnolo contro l’adesione della Spagna all’Alleanza. Ma i due eminenti personaggi parlavano ora della necessità e della bontà della NATO come di una palmare evidenza; più o meno lo stesso mi capitò con le visite di altri esponenti dell’ex PC, come Occhetto e D’Alema. E io tra me e me pensavo che è rassicurante, ma forse poco divertente, essere stato sempre dal lato giusto, ma forse è più gratificante saper cambiare di opinione di fronte all’evidenza dei fatti.

Queste considerazioni sarebbero banali se, qua e là, in Italia e altrove in Europa (specie in Francia e Germania, e nelle strutture comunitarie di Bruxelles) non affiorasse di tanto in tanto una sorta di obbligata antinomia tra integrazione europea e fedeltà all’Alleanza, come si trattasse di cose, alla lunga, incompatibili tra di loro. Intendiamoci, le polemiche più aspre del passato, specie degli anni 90, sono state superate con un certo buon senso da ambedue le parti e nelle cose vige una ragionevole collaborazione. Ma ancora oggi c’è chi sostiene che, rimanendo aggiogata al carro NATO, l’Europa non riuscirà mai a dotarsi di una autonoma capacità di difesa e d’intervento. La realtà è all’inverso: proprio perché l’Europa non ha – e non potrà avere in un futuro previsibile – queste capacità, ha bisogno della NATO. Certo, potremmo optare per un modello di politica esteriore che prescinda dai dati geostrategici e di sicurezza e guardi solo all’economia, in cui il ruolo dell’UE è certamente centrale (ma anche in questo caso si tratterebbe di un’illusione ottica: gli ultimi anni hanno drammaticamente dimostrato quanto l’economia di tutto l’Occidente sia interconnessa e interdipendente).

Ma a questo proposito vorrei citare una frase di Lech Walesa quando, a quell’epoca Presidente polacco, venne in visita alla sede dell’Alleanza. In una riunione coi Rappresentanti Permanenti, al francese che gli chiedeva perché la Polonia, che pure aveva in vista l’entrata nella CE, insistesse tanto per divenire membro della NATO, e quale fosse la priorità che egli dava alle due cose, Walesa rispose molto chiaramente: se si ponesse una scelta obbligatoria tra la CE e la NATO, egli non esiterebbe a optare per quest’ultima. E spiegò: benessere, sviluppo economico, comune eredità culturale, tutte cose sacrosante. Ma, prima di ogni altra cosa, una Paese deve provvedere alla propria sicurezza e quindi alla propria sopravvivenza: il che, in un mondo percorso da tensioni incontrollabili, in cui il futuro ruolo della Russia e magari della Cina,erano e restano imprevedibili, era possibile solo coll’impegno americano in Europa attraverso la NATO.

Per cinque anni ho diretto un organismo che mirava a sviluppare una politica estera europea e smentirei me stesso se dicessi che questo è sbagliato o inutile: ma sempre mi è parso chiaro che un’Europa politica ha un senso solo nell’ambito di quella più ampia comunità occidentale che è la nostra vera garanzia.

© Rivoluzione Liberale

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