L’estate bollente sul versante del debito sovrano ha avuto forti ripercussioni negative sul sistema bancario italiano. Ciò nonostante, lo scorso 20 settembre il commissario UE alla Concorrenza, Joaquin Almunia, ha definito il sistema bancario italiano “una fortuna per il Paese”.

Il commissario ha addotto due motivazioni essenziali a supporto della sua tesi: la prima è legata alla caratteristica vicinanza delle banche tricolore all’economia reale piuttosto che a quella finanziaria, che ha immunizzato il sistema dalla crisi e ha scongiurato la necessità di ricorrere ad aiuti pubblici nel post-Lehman; la seconda, forse meno valida, è rappresentata dal superamento dello stress test condotto lo scorso luglio dall’Eba (European Bank Authority). Durante l’ultimo Ecofin di Varsavia, infatti, alcuni funzionari di Bruxelles hanno messo a dura prova la fondatezza di quest’ultima motivazione presentando un documento per la revisione degli esami ‘estivi’ sugli istituti di credito. I funzionari hanno sostenuto che i risultati degli ultimi stress test sulle banche europee non sarebbero credibili. “Se non sono riusciti a tranquillizzare i mercati è semplicemente perché si sono basati su uno scenario obsoleto, fuori dalla realtà dei fatti”, questa la tesi di fondo.

Comunque sia, ciò che preoccupa lo stesso Almunia non è tanto l’intrinseca solidità degli istituti di credito italiani, quanto il “vincolo stabilito dal mercato tra debito sovrano e sistema bancario”. Vincolo che spiegherebbe le pessime performance finanziarie registrate non solo a Piazza Affari, ma in tutta Europa. Se guardiamo allo Stoxx600 bancario, indice che raggruppa i principali colossi del credito europeo, i timori appaiono fondati.

Il paniere valeva ben 953 miliardi ai primi di luglio, mentre oggi quella capitalizzazione non supera i 600 miliardi. Un taglio secco di valore, in meno di tre mesi, per 353 miliardi cui hanno contribuito le banche tedesche e francesi, sulle quali pesa l’incubo di un default greco, data l’elevata esposizione complessiva su Atene per circa 100 miliardi di euro, ma anche le italiane, percepite rischiose per il fatto di detenere in pancia (solo le prime cinque) ben 150 miliardi di Btp.

In casa nostra vi sono dunque banche solide dal punto di vista dei fondamentali che hanno di fatto dimezzato la loro market capitalization per motivi sistemici e questo le rende prede appetibili, o meglio (per restare nel politically correct) opportunità di investimento, per i colossi d’intermediazione finanziaria globale.

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