Prosegue il nostro percorso di approfondimento sull’area Balcanica. Dopo l’intervista pubblicata in precedenza al prof. Francesco Guida (Preside della Facoltà di Scienze Politiche di RomaTre), abbiamo rivolto ora alcune domande a Mauro Del Vecchio, Senatore della Repubblica e Generale di Corpo d’Armata. Durante la sua carriera militare, il Sen. Del Vecchio ha partecipato, con funzioni di comando, a numerose operazioni all’estero; non ultima, ha guidato l’operazione Isaf della NATO su mandato ONU in Afghanistan. Tra l’altro, proprio nell’area geopolitica di nostro interesse, ha comandato la brigata multinazionale nord in Bosnia-Erzegovina (marzo-ottobre 1997), ha comandato il contingente italiano impiegato in Macedonia nel soccorso umanitario ai profughi albanesi (marzo-giugno 1999) ed infine è stato comandante della brigata multinazionale ovest in Kosovo, responsabile del settore comprendente le città di Peć, Giakovica, Dečani e Klina (giugno-settembre 1999).

Domanda – La prima domanda riguarda il tema delle violazioni dei diritti umani in Kosovo, sul quale sta cercando di far luce anche il Consiglio d’Europa. Il rapporto dell’europarlamentare Dick Marty parla esplicitamente di “trattamenti disumani” ai danni di civili serbi, spesso eliminati per favorire un “traffico d’organi illecito”. Accuse gravissime rivolte al premier dell’autoproclamata Repubblica Hashim Thaçi. Durante il suo periodo di servizio nel Kosovo, ha avuto modo di osservare o quantomeno di intuire pratiche di violazione dei diritti umani da parte del personale UÇK (Esercito di Liberazione del Kosovo)?

Risposta Le Forze internazionali hanno fatto il loro ingresso in Kosovo nei giorni immediatamente successivi al raggiungimento di accordi, sottoscritti il 9 giugno 1999, tra i Comandanti dei contingenti militari della Nato, dislocati in Fyrom (Repubblica di Macedonia) ed i Comandanti delle Forze serbe.

Fino a quel momento ed a partire dal 24 marzo dello stesso anno, nessun rappresentante internazionale, aveva avuto la possibilità di osservare la situazione nel Paese. Peraltro, l’ingresso in Kosovo, avvenuto nei giorni 11 e 12 giugno 1999, ha reso evidente come l’area fosse stata caratterizzata, nei circa 80 giorni precedenti, da una forte conflittualità interetnica, con atti di violenza contro la componente albano-kosovara. I segni più evidenti della conflittualità erano rappresentati dalla distruzione di numerosi luoghi di culto islamico (Moschee) e di abitazioni civili (nelle città di Djacova/Diacoviza e di Peć), occupate da popolazione albano-kosova. Va ricordato altresì che, in alcune aree del Kosovo, sono state individuate anche fosse comuni.

Dopo l’ingresso delle Forze internazionali, la situazione è rimasta conflittuale ed è stata caratterizzata ancora da manifestazioni di aggressività nei confronti, questa volta, della componente della popolazione serba. Anche in questo caso, gli obiettivi principali erano i simboli dell’identità religiosa (le Chiese ortodosse), le abitazioni che i serbi avevano abbandonato, allontanandosi dal Paese, e la stessa popolazione di etnia serba. Per frenare queste manifestazioni di violenza, le Forze internazionali hanno presidiato con carattere di continuità, nelle aree di rispettiva competenza, i luoghi di culto ortodosso e le aree dove continuava a risiedere la popolazione serba (per il settore controllato dal Contingente italiano, il Patriarcato di Peć, il Monastero di Decani,le chiese di Istok e Klina, il villaggio di Goradzevac ed alcune zone di Peć).

Per quanto attiene agli atti di violenza successivi all’ingresso in Kosovo, mentre appare evidente che erano la conseguenza di un contrasto atavico e di vendette, non ho avuto modo di individuare dirette responsabilità del personale UCK. Non ho avuto altresì conoscenza o informazioni in merito ad un “traffico d’organi illecito”.

D. – Veniamo ora ad un tema politico. Il Kosovo è attualmente riconosciuto da 22 Stati dell’Unione Europea. Fra questi non figurano Spagna, Grecia, Romania, Slovacchia e Cipro. Da parte di questi ultimi è improbabile una concessione del riconoscimento, per via di vincoli storico-religiosi (Grecia) o di pericolosi “precedenti” che potrebbero minare la coesione interna (Spagna). Inoltre, la maggior parte degli Stati del mondo (tra cui i quattro paesi BRIC) non ha riconosciuto l’autoproclamata Repubblica. Come potrà il Kosovo intraprendere un serio percorso di sviluppo socio-economico, se non si riesce neppure a determinarne univocamente lo status giuridico?

R. – Il riconoscimento del Kosovo è un processo che si svolge con grande lentezza. Al momento, gli Stati che hanno concesso tale riconoscimento ammontano a poco più di 80. Le ragioni sono quelle evidenziate nella sua stessa domanda.

Credo che questa delicata situazione possa evolvere verso un ampliamento del riconoscimento solo attraverso una delicata e molto lunga azione politica e diplomatica. Certo non agevolano i contrasti che frequentemente si riaccendono tra la repubblica di Serbia ed il Kosovo.

Peraltro, i Paesi dell’Europa (sia quelli che hanno riconosciuto il Kosovo, sia gli altri) non possono permettersi che la situazione nell’area dei Balcani torni a deteriorarsi pericolosamente. Il processo di sviluppo socio-economico, pertanto, dovrà essere sostenuto anche con interventi della Comunità internazionale, perché solo il certo ancoraggio dello Stato del Kosovo alla Democrazia ed al rispetto dei Diritti umani e la capacità di mantenere relazioni amichevoli con le Nazioni dell’area possono consentire a quel Paese di crescere nella considerazione internazionale.

D. – Sempre in base alla sua esperienza sul campo, ci piacerebbe capire cosa veramente il Kosovo rappresenti per le popolazioni contendenti. È semplicemente il mero controllo fisico della terra a contrapporre le due etnie, o la valenza simbolica del territorio (culla della civiltà serba) riveste un’importanza che noi Europei non riusciamo a cogliere pienamente?

R. – Il Kosovo è, sotto molti aspetti, l’esemplificazione di situazioni ricorrenti nella Regione dei Balcani, dove molte spesso emergono conflitti etnici, causati dalla frammentazione delle popolazioni e dalla presenza in uno stesso territorio di culture, religioni e società diverse.

Per le popolazioni contendenti che lo abitano e che sono condizionate anche in questo caso da contrasti atavici di natura religiosa e culturale, il Kosovo riveste un’importanza altissima.

La componente albano-kosovara sente il territorio come la sede della proprio etnia, fortemente legata da vincoli culturali con le popolazioni dell’Albania e di parte della Fyrom (Repubblica di Macedonia). L’altissima percentuale della componente albanese (oltre il 90% del totale della popolazione kosovara) rappresenta senza alcun dubbio la base di tutta la sua determinazione a considerare il Kosovo quale sua Patria “ufficiale”.

Ancora più forte,  sotto molti aspetti, è il senso di appartenenza che la popolazione di etnia  serba del Kosovo e quella della Repubblica Serba nutrono nei confronti del Paese. In questo caso, il motivo più forte di questo sentimento deriva dal sentimento religioso di quelle popolazioni verso una Terra che rappresenta la culla della religione serba-ortodossa. Basti al riguardo considerare che l’intronazione del Patriarca serbo-ortodosso avveniva nel passato ed è avvenuta anche recentemente nel Patriarcato di Peć. Tutto il Kosovo, inoltre, è caratterizzato da un numero elevatissimo di chiese ortodosse, realizzate nel momento in cui la ripartizione della popolazione era sensibilmente diversa dall’attuale, molte delle quali sono meravigliose manifestazioni d’arte.

Oltre al sentimento religioso, c’è un altro motivo che lega fortemente i serbi al Kosovo. Il territorio, che continuano a considerare una Provincia  serba, è anche  ritenuto il luogo dove è nata la stessa Nazione serba. La battaglia di Kosovo Polje, affrontata nel 1389 per bloccare l’espansione dell’impero ottomano, rappresenta per tutti i serbi, nonostante l’esito negativo per il loro Esercito, il momento iniziale del sentimento nazionale, che è tuttora fortemente sentito.

D. – Infine, veniamo al risvolto culturale della questione, certamente non da sottovalutare. I militari italiani hanno, negli anni, svolto un eccellente lavoro di difesa e protezione di alcuni edifici religiosi fondamentali non solo per la cristianità ortodossa serba, ma per l’intera arte mondiale. Quattro siti (Monastero di Dečani, Patriarcato di Peć, Monastero di Gračanica e Nostra Signora di Ljeviš – quest’ultima già saccheggiata) fanno parte della lista UNESCO dei Patrimoni dell’umanità e sono attualmente classificati come “in pericolo”. Esistono rischi concreti di distruzione di questi capolavori ad opera di frange estreme della cittadinanza kosovaro-albanese? Quale strategia sarebbe bene intraprendere per tutelare almeno quei siti storici dichiarati patrimonio UNESCO?

R. – Ho avuto modo di ammirare più volte le meraviglie rappresentate dalle chiese serbo-ortodosse in Kosovo e sono orgoglioso di aver contribuito, insieme ai militari del Contingente nazionale, a garantire la loro sicurezza, specie nel 1999, allorché la situazione era estremamente delicata ed il pericolo di gesti inconsulti e drammatici molto alto. Certamente, le condizioni in quel Paese sono cambiate notevolmente, ma credo che non si possa abbassare la guardia su questo particolare argomento.

Intanto, va osservato che spesso tornano ad affacciarsi contrasti tra le etnie serba e albano-kosovara e che questi contrasti si traducono in atti di violenza verso ciò che rappresenta il “nemico”. Poi, non credo che, in un territorio dove i conflitti hanno segnato la storia per secoli, si possa ragionevolmente ritenere che ogni sentimento di forte contrapposizione sia completamente superato.

Ritengo pertanto che la Comunità internazionale debba ancora farsi carico, proprio per l’eccezionalità di quegli edifici, della loro sicurezza: non si può correre il rischio, a mio avviso, di azioni irresponsabili da parte di frange estremiste. Potrebbe essere necessaria un’azione di salvaguardia prolungata nel tempo oltre il ritiro dei contingenti militari ed affidata a Forze di Polizia, in grado di imporre il rispetto assoluto di quegli edifici.

Sarebbe certamente un pesante onere, ma proprio una mia diretta esperienza presso il Monastero di Decani mi induce a ritenerlo necessario. Infatti, in quel meraviglioso luogo di culto, dove bellissime figure di Sacerdoti tramandano le tradizioni di una religione fortemente sentita, ho avuto il grande onore di leggere con commozione un diario, dove altri soldati italiani,  nel 1943, hanno annotato la loro ammirazione per il Monastero e sopratutto il loro sentimento di orgoglio perché ne garantivano, allora come oggi, la sicurezza e la protezione contro atti violenti. 70 anni sono passati dall’impegno di quei soldati italiani, ma il pericolo rimane sostanzialmente invariato.

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