La storia del Mondo moderno è stata caratterizzada dall’inseguirsi di movimenti rivoluzionari in contrapposizione ad altri di carattere conservatore. Alla rivoluzione francese, seguì la restaurazione, alla rivoluzione russa del 1917 lo stalinismo, a quella di Yeltsin, sempre in Russia, l’imperialismo putiniano. In tutte le democrazie evolute si fronteggiano partiti riformatori  o progressisti con partiti conservatori.

L’anomalia italiana è che i due maggiori partiti, in atto presenti in Parlamento, sono entrambi a vocazione conservatrice. Il PD, pervaso da una residuale cultura vetero-marxista, condizionato dalla CGIL, dal pubblico impiego, dall’ANCI, dai privilegi alle cooperative, dal precariato, è ancorato alla difesa di privilegi e rendite parassitarie ormai insostenibili. Il PDL a sua volta, rinnegando la linea riformatrice di stampo liberale inizialmente propugnata, obbedisce ad una logica clientelare e corporativa, che non gli consente di realizzare le riforme necessarie per la modernizzazione del Paese. In occasione della recente manovra economica, è risultato indeciso a tutto, cambiando ogni giorno impostazione, perché costretto a subire le pressioni di lobby, consorterie e categorie varie, finendo così col caricare il costo prevalente della necessaria correzione dei conti, sulla fiscalità generale. Una manovra di tal genere non può che impoverire ulteriormente il Paese, deprimere i consumi, rallentare la crescita, determinare i presupposti per un’altra manovra a breve termine. Senza imboccare decisamente la strada della vendita del patrimonio pubblico, nonché delle privatizzazioni e liberalizzazioni delle aziende statali e degli enti locali, della pronta e radicale riforma della previdenza, come aveva indicato la BCE, non sarà mai possibile un vero abbattimento del Debito pubblico, né potranno essere trovate le risorse necessarie a rilanciare gli investimenti pubblici e privati, senza cui non è possibile immaginare un processo virtuoso della ripresa della crescita economica e del conseguente incremento del PIL.

Due conservatorismi uguali e contrapposti, che si sono alternati al governo nell’ultimo ventennio, hanno impedito all’Italia di competere con le altre economie forti del pianeta e l’hanno fatta precipitare al fondo di tutte le classifiche: dalla produttività alla competitività, all’innovazione, alla ricerca, alla qualità dell’istruzione superiore e di eccellenza. In compenso la inutile, costosa e dannosa burocrazia si è ingigantita e pesa talmente sui cittadini, per i suoi costi diretti, le sue lentezze ed il potere di interdizione e corruzione, fino a scoraggiare non solo gli investimenti del capitale internazionale, ma anche quelli nazionali e a rallentare anche il necessario processo di innovazione tecnologica. Troppi divieti, pastoie, un inestricabile labirinto legislativo, hanno bloccato la nostra economia, che invece ha bisogno di libertà. Come ci ha insegnato Friederich von Hayek il mercato può realizzare un “ordine spontaneo”. Troppe regole, una pianificazione forzata dalla politica, una eccessiva incidenza nei confronti dei comportamenti individuali, può produrre disordine, repressioni, rivolte, guerre.

Il conservatorismo finisce con lo strangolare sempre sia l’economia che la libertà. Il mercato infatti è anarchico, mondiale, insofferente alle regole, ai protezionismi. I sistemi politici liberali, favorendo, insieme alla libertà economica, anche quelle civili e politiche, producono la società aperta, che è sempre più dinamica e produttiva sul piano economico ed, allo stesso tempo, più attenta a difendere e promuovere le libertà individuali.

Gli Stati dove si sono affermati governi conservatori, sia di destra che di sinistra, sovente hanno finito con l’opprimere la libertà e col degenerare in forme di autoritarismo, se non in vere e proprie dittature, trasformando i riti democratici in forme plebiscitarie, fondate sull’emozione, che deriva dal carisma del leader. La democrazia liberale invece nasce sempre dal difficile e spontaneo equilibrio tra le diverse pulsioni di una società complessa, in un quadro legislativo fatto di pochissime regole non oppressive, ma inderogabili. Una società libera postula, meno politica, meno ingerenza nella vita e nelle scelte individuali ed un significativo rafforzamento di corpi spontanei ed istituzioni sociali, che possano garantire maggiore partecipazione.

Nella recente raccolta di firme per il referendum abrogativo della legge elettorale, pure in un contesto in cui i cittadini sembravano delusi e rassegnati, si è liberato un insieme di forze e volontà spontanee, che veniva dal profondo della società, che è servito ad incanalare una rabbia istintiva e disordinata, in una iniziativa partecipativa concreta. Si è realizzata una mobilitazione democratica positiva, che potrebbe essere il primo segnale di una svolta radicale, in cui cittadini consapevoli decidano di riappropriarsi della sovranità, espellendo finalmente i mercanti dal tempio ed avviando la costituzione di rinnovati equilibri politici con nuovi protagonisti.

Per fortuna il popolo negli ultimi anni è diventato più critico e si è rivelato volubile nelle proprie scelte elettorali. Siamo certi che in tale rimescolamento, che – anche grazie ad una legge elettorale più democratica – risulterà profondo e radicale, vi sarà un posto per i liberali e per le loro idee.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI