Seconda Guerra Mondiale, 1942. Parigi è occupata dai tedeschi e Younes (Tahar Rahim), ex-operaio algerino immigrato in Francia, vive di contrabbando e di affari illeciti di ogni genere per guadagnarsi il pane quotidiano e per aiutare la propria famiglia rimasta in Algeria. Scoperto e arrestato dalla polizia di Vichy, non viene incarcerato, ma utilizzato come strumento di spionaggio dei movimenti del rettore della Grande Moschea di Parigi, Si Kaddour Benghabrit, sospettato dalle autorità francesi di proteggere i sindacalisti e di aiutare, attraverso la consegna di documenti falsi, la Resistenza e la comunità ebrea. Nel frattempo il giovane Younes incontra un suo connazionale, Salim Halali, étoile dei cabaret arabi parigini, del quale scopre ben presto la discendenza ebrea. L’amicizia – e qualcosa di più – con Salim decreterà, per Younes, l’inizio di una vita.

E’ un episodio estraneo ai libri di storia quello raccontato dal cineasta franco-marocchino Ismaël Ferroukhi nella sua ultima pellicola. Una vicenda, intensa e toccante, scevra di retorica spicciola e ostentata, ambientata nella Seconda Guerra Mondale e più precisamente nella Francia collaborazionista di Vichy, nella quale l’incontro multiculturale e tra religioni era un tema tabù. Veri e propri uomini invisibili furono questi immigrati, algerini e sovente anche ebrei, spiati, controllati e schiacciati socialmente da una Francia che li relegava nell’oblio.

Ecco allora perché la stessa storia di Ferroukhi può sembrare di finzione, perché mai raccontata, o meglio perché non la si è mai voluta raccontare. La storia di un popolo, quello ebreo, salvato da un altro popolo, quello musulmano, con il gran sostegno del rettore della Grande Moschea di Parigi, in grado di rendere omaggio a questi uomini sconosciuti dalla storia ufficiale, i quali, chi per altruismo, chi per ideali politici, hanno continuato in seguito la loro lotta per la libertà qualche anno dopo per l’indipendenza dell’Algeria. E in questa storia di piccoli ma grandi eroi, il protagonista, Tahar Rahim, vale da solo la qualità del film.

© Rivoluzione Liberale

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