Compostezza, fermezza, coraggio, dedizione ai valori della Carta Costituzionale, consapevolezza del proprio delicato ruolo istituzionale! Il Capo dello Stato ha sentito come un dovere improcrastinabile quello di por fine alle buffonate leghiste,  impercorribili sia sul piano giuridico-costituzionale, quanto su quello pratico. Fortunatamente il presunto consenso del cosiddetto popolo del Nord non c’è, al di  fuori di una minoranza facinorosa, velleitaria, rumorosa, che frequenta osterie o colorite  manifestazioni velleitarie. Giorgio Napolitano ha  definito “grottesco” il farneticante progetto di uno Stato Lombardo-Veneto, che potrebbe derivare dalla secessione di una Padania, che non esiste neppure come entità geografica o storico culturale.

La Costituzione e le leggi vigenti non offrono alcuno spazio per una via democratica alla secessione. Sarebbe possibile esclusivamente quella violenta. Esiste veramente qualcuno che possa  immaginare i quattro ubriaconi della Lega, che escono alticci dalle loro osterie e si trasformano in pericolosi rivoluzionari? Nella migliore delle ipotesi sarebbero messi in fuga a calci nel sedere dai loro conterranei seri e sobri, che sono la stragrande maggioranza, prima ancora dell’intervento della forza pubblica.

Non si illuda il farneticante Bossi che la Storia si possa ripetere, come avvenne in occasione della cosiddetta marcia su Roma, opera di pochi straccioni in camicia nera, la cui ridicola bravata riuscì esclusivamente per la cialtroneria del Re Vittorio Emanuele III e la debolezza di Facta, Presidente del Consiglio, che non ebbe il coraggio, come avrebbe dovuto fare e gli era stato autorevolmente consigliato, di mandare l’esercito e mettere in fuga quella rumorosa ed inconsistente comitiva di arroganti, miserabili, invasati, poco armati, per nulla addestrati ed attanagliati dalla paura, che sarebbero fuggiti come lepri inseguite da una muta di cani.

Prenda atto Sig. Bossi, che il suo seguito è ancora più scadente. Si tratta di bottegai, amministratori attaccati alla poltrona, piccoli egoisti arricchiti, venuti dal nulla, che non conoscono la parola coraggio e fanno soltanto del modesto folclore di cattivo gusto. Mentre lei dovrebbe vergognarsi (ma forse non le sa queste cose)! Sappia che ha giurato fedeltà alla Costituzione, come hanno fatto i suoi ministri Calderoli e Maroni. Quest’ultimo avrebbe persino il compito, come Ministro dell’Interno, di reprimere la insurrezione dei suoi stessi teatranti padani. Ricordi che analogo dovere di lealtà, lo hanno i sottosegretari e i sindaci del suo movimento, anch’essi vincolati da un solenne giuramento. Sappia infine che, anche se la magistratura italiana è distratta da altre ben più gravi inchieste, di cui i giornali di questi giorni sono pieni, quello che lei minaccia, insieme ai suoi compagni di merende alle foci del Po, è un reato, che, ovviamente, assume un rilievo molto più grave se commesso da un Ministro della Repubblica.

Dopo quella quanto mai opportuna del Capo dello Stato, potrebbero prendere qualche iniziativa i carabinieri, o magari persino un solitario Pubblico Ministero, temporaneamente non occupato a leggere intercettazioni piccanti, che potrebbe ricordarsi che l’attentato alla Costituzione è qualcosa che lo riguarda. Il fatto che la vicenda appaia ridicola, e che lo sia, non toglie che, nel suo contenuto formale e sostanziale, si configura come una fattispecie di reato, e non mi risulta che nel nostro ordinamento sia contemplata alcuna esimente per i casi di delitti commessi ioci causa da esaltati in vena di manifestazioni da tarda goliardia, quando sono in preda ai fumi dell’alcool.

In Italia una ipotesi di secessione si palesò nel 1945 in Sicilia e vi furono anche episodi armati e cruenti. Appartengo ad una famiglia di solida formazione liberale ed unitaria, che contrastò con forza e determinazione quella insensata iniziativa, che pure si presentava molto più consistente di quella patetica della Lega, per alcune non secondarie ragioni: 1 – La Sicilia aveva buoni motivi per lamentarsi verso uno Stato Unitario, che aveva conosciuto soltanto attraverso il fisco, il tributo di sangue nelle guerre, la retorica fascista e gli apparati di polizia, mentre non aveva ottenuto nulla sul terreno dello sviluppo, della lotta all’analfabetismo, della creazione  di  infrastrutture, del sostegno anche minimo alla nascente classe imprenditoriale siciliana, che fu invece boicottata da quella del Nord.

2 – Il movimento separatista siciliano, guidato da personaggi di spessore, come Finocchiaro Aprile, Canepa, Varvaro o Concetto Gallo, risentiva dell’influenza e dell’incoraggiamento delle truppe americane, che erano sbarcate in Sicilia ed era affascinato dal visionario progetto di una Sicilia nell’orbita degli USA, accarezzato dal Gen. Poletti, comandante delle Forze Americane di stanza nell’Isola.

3 – L’iniziativa era sostenuta da un vero gruppo armato, l’EVIS, cui partecipavano importanti settori della mafia, che pensavano, dopo la pesante repressione del Prefetto Mori durante il fascismo, di poter ottenere amnistie e favori dagli Americani, o comunque dal Governo di una Sicilia separata.

Lo Stato Italiano seppe efficacemente reagire, arrestando Finocchiaro Aprile e gli altri capi separatisti. Portò inoltre un frontale attacco alla mafia, uccidendo lo stesso bandito Giuliano, che rappresentava l’elemento di maggior spicco in seno al braccio militare. Sul versante della politica il Governo aprì una trattativa, che si concluse con l’approvazione di uno Statuto Speciale, di rango costituzionale, a garanzia della autonomia siciliana, le cui prerogative non vennero sfruttate a pieno dalla classe dirigente, espressa nel tempo dall’Isola, e che, progressivamente, ha finito col perdere sempre più prestigio ed autorevolezza. Tutto ciò poté avvenire perché l’Italia era in piena guerra civile, la Costituzione non era stata ancora approvata e quindi la trattativa, anche per l’interferenza americana, si rese inevitabile.

Oggi la minaccia di secessione di una Lega alle corde per i gravi insuccessi del Governo di cui fa parte, è una specie di illusione per motivare i più agitati. Tuttavia è venuto il momento di dire basta! Piaccia o no, l’Italia è una, dall’alto Adige a Lampedusa; la bandiera è una, il tricolore. Noi esigiamo rispetto per la nostra Patria ed esponiamo il suo vessillo, anche a costo di farci definire al Sig. Bossi asini raglianti, anzi ne siamo onorati.

Altrettanto opportuno è apparso, secondo il giudizio unanime, l’invito del Presidente della Repubblica ad affrontare, seriamente ed in termini nuovi, la questione della riforma elettorale, per “ristabilire un collegamento più diretto tra eletto ed elettore”. Certamente il Capo dello Stato, sempre così attento agli umori popolari, non può non aver percepito e valutato in tutta la sua importanza, il segnale travolgente di oltre un milione e duecentomila firme, raccolte in appena un mese, durante un periodo sicuramente inadatto, perché ancora di ferie, conseguendo, nonostante ciò, un risultato in cifra assoluta mai raggiunto dalle precedenti iniziative referendarie. Questa risposta va ben al di là del contenuto, pure importante, dei quesiti, perché suona come una reazione popolare contro tutta la classe dirigente del Paese, segnatamente rivolta verso i due partiti maggiori di governo e di opposizione, con l’intento di manifestare un malcontento, che coinvolge un giudizio assolutamente negativo e senza appello, nei confronti dell’intero sistema. Di esso, la legge elettorale, cosiddetta “porcellum”, è l’emblematica rappresentazione, perché rappresenta il tentativo, neanche tanto nascosto, di turlupinare gli elettori, espropriando loro il diritto alla piena sovranità. La elezione (quindi la selezione) dei parlamentari, di cui parla la Costituzione, è stata ridotta invece alla mera presa d’atto  delle scelte dei vari capi partito, che hanno deciso di promuovere a quell’elevato e delicato rango loro fedeli, domestici, amanti, portaborse, veline, nani, ballerine, escort e caudatarii vari.

La grande partecipazione popolare alla raccolta di firme, con uno schieramento trasversale, rappresenta la voce del popolo, che vuole il cambiamento radicale e tale determinata intenzione di riappropriarsi di un ruolo protagonistico nella costruzione del proprio destino, avrà riscontro in primavera in occasione del voto sulle proposte referendarie, che registreranno, in controtendenza col recente passato, un’affluenza alle urne massiccia, consegnando una maggioranza schiacciante ai “sì” all’abrogazione. Il segnale è di portata ben più ampia del semplice significato letterale e speriamo che chi debba capire capisca. Il PLI sarà in prima fila a fare il proprio dovere per l’Italia.

© Rivoluzione Liberale

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3 COMMENTI

  1. Grazie Segretario per quanto hai scritto. A proposito di asini raglianti mio figlio Marco mi ha scritto che in famiglia il più grosso asino ragliante sono io, per avere regalato tempo addietro alle mie nipotine il tricolore che loro espongono quotidianamente, poi come asino viene lui e poi le nipotine che, comunque a scuola all”inizio delle lezioni mentre le maestre espongono il tricolore e tutti insieme cantano Fratellli d’Italia!
    Grazie ancora Giancarlo Colombo

  2. Carissimo Stefano,
    ti faccio i miei complimenti per le tue riflessioni ed i tuoi spunti.
    Mi permetto solo di aggiungere uno spunto programmatico.
    Lo Statuto Siciliano, se ben applicato, è un meraviglioso strumento di vera autonomia e responsabilità. Ricordo a me stesso che lo Statuto Siciliano (art. 15), per primo, nel 1946 previde l’abolizione delle provincie e di tutti gli organi dello stato loro connessi, comprese le prefetture (norma che, come tu giustamente ricordi possiede rango costituzionale). Si possono condividere o meno le ragioni dell’indipendentismo siciliano dal 1943 al 1945 (ed io ne condivido moltissime) ma un dato è certo e non opinabile. Se c’è un popolo che ha davvero lottato anche con il sangue per la sua dignità è stato quello siciliano, stufo di fornire carne da cannone per le guerre e mercati di sbocco per gli industriali del nord che impedirono, politicamente, il nascere e crescere dell’industria in Sicilia e consentirono, in un quadro di povertà e degrado, il prosperare della Mafia che teneva buone e soffocate le vere forze produttive dell’isola. Solo per esempio cito la Famiglia Florio, che tu giustamente esalti nel tuo ultimo libro, che era davvero una potenza economica a livello europeo. Solo per chiudere su questo punto ricordo, cosa che nelle scuole non si insegna, che il Regno di Sardegna (o novello Regno d’Italia) requisì l’intero tesoro del Regno delle Due Sicilie che contribuì, da solo, a pagare il 60% del debito pubblico nazionale sabaudo accumulato per le guerre mentre il Lombardo-Veneto contribuì con spiccioli. A fronte di ciò le infrastrutture con quei soldi si fecero per creare infrastrutture ed industrie al Nord mentre in Sicilia venne mandato l’esercito a sterminare i poveri contadini affamati. Non aggiungo altro. L’unità è fatta ed il tricolore oggi è anche mio e guai a chi lo tocca, ma da vinto (come spesso dici tu) pretendo rispetto da questi buffoni leghisti per l’enorme tributo (mai restituito) che la nostra terra ha pagato e continua a pagare all’Unità del Paese.
    Sarebbe dunque il caso, forse, di provare a lottare per una seria applicazione dello Statuto in Sicilia e per una sua estensione a livello nazionale così da creare uno Stato Regionale serio e forte che rispetti le autonomie, le culture e gli stili di vita di ognuno piuttosto che il buffonesco federalismo di stampo di leghista che, quando entrerà in vigore, genererà confusione, sprechi e marasma istituzionale.
    Un caro abbraccio

  3. Stefano de Luca rende manifesta e spiega la linea politica della tolleranza zero alle indulgenze che che hanno fatto sprofondare le istituzioni italiane in condizioni di essere, a dir poco, non credibili e impresentabili

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