Addosso agli evasori fiscali che violano il patto morale su cui si reggono gli Stati moderni, spot televisivi, reprimende e chi ne ha più ne metta. Ricordiamoci però che ogni patto presuppone due contraenti. E presuppone che entrambi siano tenuti a osservare le clausole del patto. Sicché se l’evasore sottrae una parte delle risorse stabilite dal patto – e dunque va sanzionato – anche lo Stato deve amministrare con oculatezza le risorse che i Cittadini gli hanno affidato e dunque deve essere raggiunto da adeguate sanzioni. Le tasse non sono per nulla  “bellissime”: sono un obbligo. I Cittadini quindi sono obbligati a pagarle; lo Stato è obbligato a spenderle con scrupolo e attenzione.

In una democrazia moderna, che non dipende da un sovrano capriccioso e spendaccione, il patto inoltre implica che le tasse siano giuste. Sopra una certa soglia cessano di essere giuste e diventano balzelli esosi e asfissianti. Inoltre chi paga le tasse ha il diritto di averne qualcosa in cambio, come prova concreta che il significato del patto non è stato tradito. Si pagano le tasse, con un criterio equamente progressivo, e in cambio lo Stato – nelle sue varie articolazioni  centrali e locali – è tenuto a erogare servizi decenti, ospedali puliti ed efficienti, scuole non fatiscenti, strade scorrevoli e illuminate, città non sommerse dai rifiuti. Se questo impegno viene disatteso, lo Stato che riscuote è moralmente deplorevole al pari dell’evasore che viola il patto etico non pagando le tasse. Il patto comporta una reciprocità. Non c’è differenza quindi se chi non lo onora è il Cittadino che non paga o lo Stato che non amministra bene le risorse accumulate con l’imposizione fiscale. Gli evasori sono indifendibili. Ma anche lo Stato che non fa il suo dovere e tradisce un patto, è altrettanto indifendibile.

Mentre però nella reputazione pubblica (mondiale) chi evade le tasse è considerato un traditore e un imbroglione, è difficile (in Italia) che la violazione del patto fiscale da parte di chi riscuote venga considerato un imbroglio. Eppure non far funzionare gli ospedali, lasciare che la scuola vada a ramengo, non fare la manutenzione delle strade, lasciare le città sporche o al buio, è palesemente il tradimento di un accordo fondamentale tra il Cittadino e lo Stato. Ecco perché la credibilità di chi introduce (a ripetizione) inasprimenti fiscali è tutto: se a tassare è uno Stato, una Regione, un Comune che non fa il proprio dovere, l’inasprimento fiscale diventa semplicemente una vessazione. Una di più. Ma oggi – almeno per quelli che le tasse le pagano e che sono subissati da IRPEF, IRES, IVA, IRAP, Bolli, TARSU, TOSAP, Accise carburanti, ICI, Canoni RAI, Contributi di solidarietà, Contributi unificati – la misura è colma e gli aggravi fiscali francamente insopportabili.

Anche per questo motivo, è da contrastare ogni ipotesi di patrimoniale – per coloro i quali le tasse già le pagano abbondantemente – e sarebbe invece finalmente il momento di tagliare la spesa pubblica corrente e di alienare i “gioielli di famiglia” improduttivi.

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